Gabriele Altilio Elegantissimus poeta (di E. La Greca)

Pubblicato il 13 Luglio 2008 in Argomenti vari

 

Emilio La Greca

(Gabriel Altilius – Lucanus: dotto umanista della pontaniana, 

politico della Napoli aragonese  e Vescovo di Policastro Bussentino)

 

 

 

 

GABRIELE ALTILIO E IL PERIODO SOCIO-STORICO-CULTURALE  IN CUI VISSE ED OPERO’

 

Varie notizie sul Vescovo e Poeta Gabriele Altilio

 

P. Vincenzo Coronelli,  O.F.M. Conventuale, nella Enciclopedia "Biblioteca Universale" sacro-profana, ecco come presenta l’Altilio: "Altilio (Gabriello) nato in quella parte di Calabria, ch’è detta Basilicata. Fu precettore del Re Ferdinando, e ebbe si dolce, mirabile, e eccellente stile nell’Elegie, e ne versi eroici, com’ appare benissimo per l’Epitalamio, fatto da lui sopra Isabella d’Aragona, che al giudizio del Pontano, e del Sannazzaro, egli arrivava al segno degli antichi poeti. Ma per merito della sua virtù fatto Vescovo di Policastro, anticamente detto Bussento, tosto, e con poca sua lode, lasciò le Muse, per le quali s’aveva acquistato quell’onore. Il che sarebbe stato nel vero un grandissimo peccato, e un segno evidente d’ingrato animo, se con speranza di giusto perdono non avesse coperto l’error suo, dandosi tutto alla Sacra Scrittura, come a cosa degna del grado, ch’ei teneva. Morì nel suo vescovado avendo passato sessantanni; e riportò dalla pietà del Pontano per ultimo uffizio dell’amore, ch’ei gli  portava,, alcuni bellissimi versi ch’ei fece in sua lode: acciò gli fossero intagliare sopra la sua sepoltura sua di marmo (Museo del Giovio, c. 216) (NOTA: Dall’Enciclopedia  "Biblioteca Universale" sacro-profana del P. Vincenzo Coronelli, O.F.M. Conventuale: Tomo II "AF-AL": Venezia 1702, Ed. Antonio Tivali (col.1196, v. ALTILIO; n. 5733)

La Nuova Enciclopedia Popolare Italiana (NOTA: NUOVA ENCICLOPEDIA POPOLARE ITALIANA, vol. I ‘A-AL’; Torino UTET, 1857 (pag. 787-788) presenta così Gabriele Altilio: "Uno dei migliori poeti latini che fiorirono in Italia  nel XV secolo, nacque nella Basilicata, nel Regno di Napoli, vi fissò stanza, ed ebbe amici Pontano, Sannazzaro e tutti i dotti che allora fiorivano. Fu precettore del principe Ferdinando, divenuto re per la dimissione di suo padre Alfonso II. Altilio fu creato da Sisto IV (NOTA: Sisto IV, nato Francesco della Rovere (Pecorile – Celle Ligure, SV)21 luglio 1414Roma12 agosto 1484), fu Papa della Chiesa cattolica dal 1471 alla morte. È il Sisto da cui prende il nome la Cappella Sistina che in seguito, durante il papato del nipote Giulio II, sarà affrescata da Michelangelo. Nacque da una modesta famiglia savonese a Celle Ligure vicino Savona(Camera Imperiale), figlio di Leonardo della Rovere e di Luchina Monteleoni, sotto la signoria di Sigismondo di Lussemburgo. Entrò nell’ordine francescano, e studiò filosofia e teologia all’Università di Pavia. Si dedicò all’insegnamento in molte università italiane. Venne nominato ministro generale dei francescani nel 1464. Nel 1467 venne fatto cardinale da papa Paolo II).

 Vescovo di Policastro nel 1471, e morì nel 1484, secondo Ughelli, nella sua "Italia Sacra"; secondo Mazzucchelli, all’opposto, di cui sembra che le prove ed i ravvicinamenti meritino la preferenza, ei non ebbe quel vescovado che dopo il 1489, e morì nel 1501. Egli era membro dell’Accademia che si adunava in casa Pontano e la sua autorità era sì grande, che Pontano stesso se ne valse, dopo la morte di Altilio, onde dirigere i lavori della sua Accademia. Leggesi in uno dei suoi Dialoghi, intitolato Egidio, come il loro antico confratello fosse apparso ad un santo religioso di Monte Cassino, e lo avesse incaricato di far sapere che essi dovevano nelle loro tornate lasciar le favole, le arguzie e gli inutili studi, per trattar soltanto di materie gravi di religione e di filosofia; scorgersi nello stesso dialogo, dove narrati vengono i discorsi tenuti nell’Accademia, gli effetti di quella lezione. Altilio non lasciò che un piccolissimo numero di versi, ma bastarono per dargli grande riputazione. La sua più celebre poesia è l’Epitalamio per le nozze di Isabella di Aragona, figlia di Alfonso II, con Giovanni Galeazzo Sforza, duca di Milano. Venne stampato, con cinque altre poesie meno importanti, dello stesso autore, nella "Raccolta delle Poesie Latine" del Sannazzaro e di alcuni altri poeti, a Venezia, presso gli Aldi, 1533, in 8°. L’Epitalamio solo fu inserito poscia nei "Carmina illustrium poetarum italorum" di Toscano, e nelle "Delitiae poetarum italorum" di Grutero; lo si trova, con altri suoi versi, nelle belle edizioni del Sannazzaro, pubblicate dal Comino nel 1719, 1731, 1751, ed in quella di Venezia 1752. Giulio Cesare Scaligero, che prodigo non era d’elogi, loda molto l’Epitalamio (Poetic., lib. IV). Girali, Sannazzaro e Pontano hanno paragonato l’autore ai poeti antichi: l’ultimo gli dedicò il suo trattato "De Magnificentia"; Sannazzaro fece l’epitaffio di lui, riferito all’Ughelli nell’Italia Sacra, vol. VII, e che non si legge altrimenti nelle opere di quel poeta. Ecco, invece, il profilo di Gabriele Altilio che emerge dalla "Synopsis Paleocastren Dioceseos" di Mons. Nicola M. Laudisio: (NOTA:  SYNOPSIS PALEOCASTREN DIOCESEOS di Mons. M. Laudisio, Nespoli, Typ. De Dominicis, 1831- Serie vescovi di Policastro n° XX, pagg. 40-41) Gabriel Altilius – Lucanus: In peritia sua requisivit modos musicos, et narrans Carmina Scripturarum. Unus ex clarissimis Poetis speculi XC, praedicatur a Bibliotecario, et Doctore Borbonico, Abbate Ladvocat (Dict. Hist. Tom. I, voc; Altil.) Nicolaus Zoppi Teatinus, Archivarius Regiae Camerae Neapolitanae an. 1680 in suo "De viris illustribus" tractatu, meminit tria Altilii Opuscola in fioribus rimarum excellentium poetarum incerta a Hyeronimo Tuscalli de Viterbio collecta, et ordinata Venetiis, an. 1558: sunt enim, Gabrielis Altilii Lamentatio, ejusdem Epitalamium, ejusdem Elegia. In collectione Joannis Aversani, cui titulus, Deliciae Poetarum Italorum, ac in altera Hyeronimi ac Etruria incertum legitur  Epithalamium Elisabeth de Aragonia, ac in Arcadia M. Jacobi Sannazarii, in Accademiaconsocii, Latinis versibus an. 1689 Amsterdam edita; ejusque in notis, plura leguntur ejusdem Altilii Poemata. Satis laudabile, a Julio Scaligero Veronen, ex doctoribus speculi XVI. Epithalamium Altilii commendatur, quod in Latinis Poematibus ipsius Sannazarii in editionibus Cominianis de an. 1719, 1731,1751, ac in Remondiana Venetiarum an. 1752 reperitur. Ex Istitutore Ferdinandi Regis Alphonsi II, filii, creatus denique Episcopus Polycastri an. 1471. Eo magis firmatur, Polycastrum eamdem esse, ac antiquam Buxentum, Abbas enim Ladvocat, Gabrielem Altilium Apiscopun Buxenti nominat, citato loco; Arcadia vero Sannazari Episcopum Polycastri nomina inter se confunduntur a scriptoribus.

N.B. Mons. Altilio fu confuso dagli autori con Mons. Gabriele Giudano, veramente eletto Vescovo di Policastro nel 1471, sotto il pontificato di Sisto IV. Altilio, invece, fu Vescovo nel 1493, sotto Alessandro VI. Nacque verso il 1438 (?). Gabriele Altilio, lucano. Egli, grazie alla sua perizia, musicò i canti delle Scritture. L’Abate Ladvocat, bibliotecario e dottore della Sorbona, lo cita anche come uno dei più illustri poeti del secolo XV. Il teatino Nicola Zoppi, Archivista della Real Camera di Napoli, nella sua opera "De Viris illustribus" del 1680 cita tre piccoli carmi dell’Altilio riportati come di incerto autore nell’antologia "Rime di illustri poeti" di Gerolamo Tuscalli (o Ruscelli ?) di Viterbo, pubblicato a Venezia nel 1558. Questi tre carmi dell’Altilio sono intitolati: "Lamentatio", "Epithalamium" ed "Elegia". Anche nella silloge di Giovanni Aversano intitolata "Deliciae Poetarum Italorum" e nell’altra di Girolamo d’Etruria l’Epithalamium, dedicato ad Isabella d’Aragona, è riportato come carme di incerto autore. E’ riportato, inoltre, nell’edizione dell’Arcadia di Jacopo Sannazzaro, collega dell’Altilio nell’Accademia pontaniana, pubblicata in latino, ad Amsterdam, nel 1689; anzi nelle note delle opere del Sannazzaro si trovano citate parecchie poesie latine dell’Altilio. Giulio Cesare Scaligero di Verona, uno dei più dotti umanisti del XVI secolo, giudica degno di lode l’Epitalamio dell’Altilio che è riportato anche nelle edizioni cominciane del 1719, del 1731 e del 1751, e nell’edizione remondiniana di Venezia del 1752 dei poemi latini del Sannazzaro. L’Altilio, dopo essere stato precettore del Principe Ferrandino,, figlio del re Alfonso II, fu nominato Vescovo di Policastro nel 1471. Che Policastro non sia altro che l’antica Bussento è confermato anche da questo fatto: l’Abate Ladvocat cita nella sua opera Gabriele Altilio come Vescovo di Bussento, invece, nell’Arcadia del Sannazzaro è indicato come un Vescovo di Policastro. E’ evidente, dunque,  che i termini Bussento e Policastro sono usati indifferentemente dagli autori. Nella "Treccani" (NOTA: ENCICLOPEDIA TRECCANI, Vol. VII, pag. 704) il nostro messere Altilio nasce al più tardi nel 1440 a Caggiano (Salerno). Ed è umanista, accademico pontaniano, ecc. entrò nelle grazie di Alfonso, Duca di calabria (il futuro Alfonso II), che seguì nella guerra contro Venezia (1482-84), percorrendo, in quella occasione, l’Abruzzo, la Romagna, il Ferrarese, la Lombardia, e fermandosi, dopo la pace di Bagnolo, qualche mese a Roma (agosto-novembre 1484) Già precettore del giovane Ferrandino, poi suo segretario, lo accompagnò nell’ ’85 e, nuovamente, nel maggio-agosto ’88, in Abruzzo, nel ’92, a Roma. L’8 gennaio 1493 venne nominato Vescovo di Policastro, senza peraltro lasciare la corte Aragonese, dalla quale, nel maggio, fu inviato ad Ostia presso Giuliano della Rovere (il futuro Giulio II) a trattare con una lega tra il Re Ferrante il Vecchio e i cardinali di opposizione, Nell’agosto 1494 seguì nuovamente Ferrandino, recatosi invano in Romagna a tentar di arrestare l’esercito di Carlo VIII; occupata dal quale Napoli, nel ’95, si ritirò nel suo vescovado di Policastro, ove, lasciata la poesia per gli studi teologici, morì nella prima metà del 1501. (..)

 

Epitaffio del Pontano, scritto per Mons. Gabriele Altilio nel 1501.

 

L’Italia Sacra dell’Ughelli (NOTA  UGHELLI  F., Italia Sacra, Ed. Coleti-Venezia 1721 – Tomo VII, Col. 564, n° 20: Policastrenses Episcopi (v. Gabriel Altilius) e TOPPI D., in Bibl. Neap. 101 et Cod. Addit. 81 Maud.). presenta l’Epitaffio del Pontano , scritto in onore del Vescovo Mons. Gabriele Altilio: Gabriel Altilius – Lucanus Latinae linguae peritissimus, lepidusque poeta in Regia aula summae existmationis, juniores Ferdinandi Regis Neapol. Praeceptor a Sisto IV fuit adlectus Episcopus an. 1471, 14 Kal. Octobris eroico carmine excelluit, ut Pontani, atque Actii  testimonio, antiques vatibus eaequaretur. Factus Antistes, ut Jovius in elogiis, a Musis per quas profecerat celeriter decessit, ad sacras litteras Praesuli dignas confugit. Magnopere celebratur teste Jacopo Gaddio il libro eruditissimo de Scriptoribus non Ecclesiasticis, Altilii epithalamium Isabellae Aragoniae, in quo miram habet, ac singularem eruditionem, tum facundiam, teste Gyraldo, qui subdit, affectatim tamen in quibusdam: idem epithalamium longe optimum appellat Scaliger, qui tamen authorem carpit, ut nimium atque verbosum. Illud alla comitantur epithalamia, quae generatim tangit Possevinus in lib. 28 Bib. Sel. Ubi memorat non paucos Poetas egregios. Mortuus est in sacrata Sacerdotii Sede sexaginta annis major, salutis vero 1484. Tulit Pontani pietate supremi officii nobile carmen, quod pro titulo urnae marmoreae incideretur:

 

ET TIBI DANT TUMULOS MUSAE, MERITUMQUE: SEPULCHRUM,

ET TIBI DANT TITULOS, QUAE TIBI CULTA CHARIS.

ALTILI O VENERANDE  JACES  HIC, HAC  JACET URNA

PONTIFICALE DECUS, PONTIFICALIS HONOS

ERGO AGITE O NYMPHAE SEBETHIDES, ERGO AGE VIRGO

PARTHENOPE AD TUMULUM SPARGITE VERTE OPES.

SPARGE TUOS FLORES, FLORUM FAECUNDA PATULE,

ET SIC SPARGE TUAS ANTINIANA ROSAS:

ALTILIO REQUIEM DIC, O CHARE, DIC AGE CHIE

LUCEAT ALTILIO LUX SINE FINE MEO.

QUISQUIS ADEST PIA VERBA SONET, MADEATQUE SEPULCHRUM

DE LACHRYMIS MADENT PIERI, ORE TUO.

 

Ad te iis carminibus hoc judicium protulit Gaddus. Extinctum ornavit Pontanus carmine, quod pro titulo urnae marmoreae incideretur sane ingenioso, et nobili, sede parum gravi, mimusque congruo Pontifici sacro, cuius Pontificalem honorem, et decus attollere dum vult, elevare videtur levitate. Peramoena, et nimis tenera lachrymarum, rosis, forum nympharum, pieridis, charitis, quae nomina mollior, et amoenitates ethnicas redolens Pontanus ad satietatem suis in tumulis repetit nulla fere distinctione personarum.

 

Gabriele Altilio, uomo politico, poeta latino e vescovo di Policastro

Vita

Secondo alcuni biografi (Tafuri, Mazzarella e altri) Gabriele Altilio sarebbe nato nel 1436 a Cuccaro Vetere; secondo altri, ed è oggi l’opinione prevalente, sarebbe invece nato a Caggiano. Tra gli storici locali, il Lamattina sostiene la tesi ultima, mentre G.B. Del Buono sostiene che il poeta sia nato a  Cuccaro. L’origine caggianese è sostenuta anche da Fausto Nicolini, nella voce "Altilio" dell’Enciclopedia Italiana, che ne fissa la data di nascita a prima del 1440. La data di nascita è quindi incerta, mentre sembra certa la data e il luogo della morte, cioè a Policastro nel 1501.  Tale è il parere di Giovio (nelle Elogia Doctorum Virorum), ed è confermato dall’ultimo documento a firma di Altilio, una lettera pastorale datata 20 gennaio 1501 e tuttora conservata nell’Archivio vescovile (ma che io non ho vista).  Della sua infanzia non sappiamo nulla; lo troviamo già adulto alla corte aragonese. Secondo il Del Buono vi potè giungere forse per l’interessamento di altri illustri cittadini di Cuccaro, già presenti alla corte. Si ritiene che la sua origine fosse modesta e che avesse intrapreso gli studi ecclesiastici; forse aveva già ricevuto gli ordini minori quando giunse a corte. Fu di grande erudizione: padroneggiava non solo il latino, ma il greco e la filosofia. I suoi contemporanei lo qualificavano ”Elegantissimus poeta", "doctissimus". Fu accademico pontaniano, e amico del Pontano che  lo stimava molto (tanto che lo ricorda nell’Actius e in altri dialoghi e gli dedicò il De magnificentia), del Sannazaro, del Cariteo e del Galateo (che gli dedicò il De podagra). Su consiglio del Pontano fu scelto dal Duca di Calabria, il futuro re Alfonso II come educatore di suo figlio, il principe Ferrandino (1467-96), che a sua volta fu  re nelle ultime convulse fasi della sua vita. Ricoprì delicati incarichi alla corte di Ferdinando I (re di Napoli dal 1458 al 1494)  e di Alfonso II (1494-95). Fu incaricato di varie missioni politiche e diplomatiche presso gli altri Stati italiani e presso il Pontefice, e per questo premiato con la prepositura di Santa Maria de Luco, con una pensione annua di dodici ducati (1482). Negli anni 1482-84 seguì Alfonso nella guerra contro Venezia, percorrendo l’Abruzzo, la Romagna, il Ferrarese e la Lombardia. Assieme al Pontano partecipò alla pace di Bagnolo (1484); lo stesso anno fu per incarico del Principe di Capua presso l’Orsini a Vicovaro, dove ritornò per ordine del re il 23 settembre dello stesso anno. nello stesso anno (agosto-settembre 1484) fu a Roma. Nel 1485 fu in Puglia "come segretario di Stato" (dice il Tafuri) al seguito di Ferrandino che combatteva i baroni ribelli, poi fu con lui in Abruzzo nel 1488 (ad Ortona, Lanciano e Rigasomolo) e nel 1492 a Roma. Per le nozze tra Isabella d’Aragona e Gian Galeazzo Sforza duca di Milano (gennaio 1489)  compose il celebre Epitalamio, che fu lodato da Sannazzaro, Pontano e molti altri.  Il 14 novembre 1490 il re Ferdinando concesse al poeta altri benefici: le prepositure di S. Pietro a Leporano, di S. Lucia di Castelvecchio, di S. Pietro di Campogalano e di S. Vittoria, e il privilegio di non pagare più le tasse. Nel febbraio 1492 era in Puglia, nello stesso anno accompagnò Ferrandino a Roma. L’8 gennaio 1493 fu nominato vescovo di Policastro, ma rimase ancora presso la corte aragonese per le sue delicate mansioni diplomatiche. Nel maggio1493 fu a Roma per trattare l’avvicinamento del cardinale Giuliano della Rovere con gli Aragonesi, e poi fu al seguito di Ferrandino (dal 1494 duca di Calabria), inviato in Romagna da Alfonso II (luglio 1494); scopo della missione era di rendere più sicuri i confini del Regno dalle minacce di Carlo VIII.  Ma a seguito della discesa in Italia di quest’ultimo il re Alfonso il 21 gennaio 1495 abdicò a favore del figlio e partì per l’esilio. Ferrandino fu incoronato il 23 gennaio, ma, vistosi abbandonato e con i francesi alle porte, partì prima per Ischia e poi per l’esilio (23 febbraio). L’Altilio fu suo segretario politico e molti documenti sono firmati "Ferdinandus – Altilius". Anche l’abdicazione di Ferrandino fu scritta e controfirmata dall’Altilio. Questi lasciò Napoli e si ritirò nella quiete della sua sede di Policastro, dedicandosi alla teologia e all’attività pastorale. Quivi morì nel 1501.

Opere

La sua poesia più famosa è il ricordato epitalamio catulliano per le nozze di Isabella d’Aragona  con Gian Galeazzo Sforza pubblicato postumo in appendice al De partu Virginis di Sannazaro (1528), tradotto in italiano da G.B. Carminati (Padova 1730). La migliore edizione, con ampio commento, è quella di Michele Tafuri (Napoli 1804); ivi anche altre poesie latine e un’epistola. Una nuova edizione dell’Epitalamio fu data dal Benterle (1956).  Carmina ed elegie sono altresì nel cod. 9977 della Biblioteca Nazionale di Vienna, edito dal D’Angelo nel 1914. Divisi in sei parti, la prima contiene dodici carmina amatoria (particolarmente notevole un inno a Venere), la seconda un frammento di poema bucolico, la terza, elegie dirette agli amici (della quale la X è diretta a Baldassarre Castigllione), la quarta alcuni Somnia, la quinta due composizioni di argomento storico, e la sesta una Elegia in discessu a Musis

Notizie desunte da: Giovanni Battista Del Buono, "Profilo Storico del Basso Cilento – Gabriele Altilio da Cuccaro Vetere, poeta latino", 1983, dalla voce "Altilio" dell’Enciclopedia Italiana Treccani, e dalla voce "Altilio" del Dizionario Biografico degli Italiani (entrambe firmate da Fausto Nicolini)

 

La realtà socio-culturale del 1400

A cavallo tra il XIV e il XV secolo la realtà della penisola  mutò con la conquista, da parte dei più significativi Comuni italiani, di quei territori viciniori, costituendo in tal modo la realtà degli Stati regionali (il ducato di Milano, la repubblica di Venezia, la repubblica di Firenze, lo Stato della Chiesa, il regno di Napoli). Questo processo di mutazione interessò anche il territorio a sud dell’Italia. Mentre il meridione, le realtà isolane e lo Stato della Chiesa sostenevano la propria economia poggiandosi sull’attività agricola sotto il grave peso della nobiltà feudale, gli Stati regionali settentrionali trovavano supporto grazie alle attività mercantili e manifatturiere. Iniziò a diffondersi nel Piemonte dei Savoia, il concetto della piccola proprietà contadina. Contrasti reiterati e duri fra classi sociali e fazioni posero a dura prova la stabilità politica dei Comuni, tanto da affidare il governo al solo Signore con facoltà di trasmissione del potere ai suoi discendenti. Nel decennio che va dal 1420 al 1430 si registrarono i primi segni dell’esodo dell’Europa dalla crisi della società feudale, generata al primo biancheggiare della luce del XIV secolo. Ma come avvenne il superamento della crisi? La mutazione  si ebbe per una duplice tipologia di ragioni: da un lato per la consistente integrazione degli strati superiori delle borghesie urbane nell’aristocrazia feudale, dall’altro per il crescente radicamento delle classi feudali nelle città e nelle attività commerciali. Il nuovo tessuto aristocratico, di recente formazione, assunse maggiore importanza per la ricchezza e la potenza che riusciva a conquistare, grazie alla capacità di integrare gli utili feudali con il guadagno delle attività finanziarie e commerciali. Questa condizione della nuova aristocrazia aumentava, in sostanza, il potere degli aristocratici di questo periodo, nonché l’azione oppressiva di questi sui lavoratori. Le città italiane, soprattutto nel XV secolo vissero assidui conflitti. Il crollo dell’Impero bizantino e la presa di Costantinopoli, nel 1453, restituirono per quasi mezzo secolo una certa serenità; una parentesi durata, in effetti, soltanto un quarantennio, prima della conquista della penisola da parte di francesi e spagnoli. La rifioritura urbana e socio-borghese mercantile caratterizzò  la realtà di questo periodo; l’uomo del 1400 decentrò l’entità divina e la fede cristiana dai suoi personali interessi e accolse la dimensione di se stesso, si ispirò al modello classico e si attivò nell’arte letteraria. La celebrazione del valore dell’esistenza immanente e l’antropocentrismo dell’individuo conseguirono la scoperta della cultura classica che, nel corso del XV secolo, con l’affermazione dell’Umanesimo, aveva preso piede. Il culto dell’antichità classica, come appena accennato,  in sodalizio con il nuovo modello di vita morale e spirituale, induceva addirittura a rinunciare al volgare per accogliere nella scrittura il modello linguistico latino. Altro carattere umanistico fu il naturalismo dal quale conseguì una interpretazione della esistenza di certo libera, senza alcun limite, in netta opposizione al codice trascendente del periodo medioevale. L’esplorazione del XV secolo quindi permette di rilevare un quadro sociale in sostanziale diversità rispetto all’accennato concetto geocentrico medioevale e si orienta in un clima di grandiosa azione di sviluppo pluridisciplinare; tanto in effetti innestò un processo di rivalutazione dell’individuo fino appunto a sostituire il termine geocentrico con quello antropocentrico. Il 1400, il secolo degli umanisti, aderì alle inclinazioni laicistiche, colse , come accennato, la spessore della valenza dei classici greci e latini senza alcuna forzatura interpretativa; la vita attiva, l’agire responsabile e libero, la coscienza estetica e funzionale corporale erano elementi di una nuova conquista che l’uomo seppe cogliere con compiacimento. Il secolo degli umanisti si divise secondo una duplice tipologia di orientamento: la prima metà incline alla partecipazione politica fiorentina, la seconda caratterizzata, invece, dalla acquisizione del dato filosofico. Tanto servì a modellare un uomo capace di dominare gli istinti con la ragione, di mostrarsi paziente, rispettoso degli altri, di profilarsi con senso di decoro e di natura, mentre restava attento, con simpatia rapito, dallo stoicismo  (dottrina filosofica fondata in Atene da Zenone (IV secolo a.C.), che pone la vera saggezza e felicità nell’accettare con impassibilità il bene e il male nel disprezzare i beni materiali e nel considerare la virtù come unico vero bene) e godeva del fascino di Cicerone. Il fenomeno del mecenatismo, in questo clima nuovo, si diffuse a vasto raggio sia presso gli Estensi, i Visconti, gli Sforza, i Medici, i Gonzaga e gli Aragonesi che negli ambiti delle alte sfere dei pontefici, ovvero presso Niccolò V e Pio II. Nacquero varie Accademie in Italia: l’Accademia fiorentina, romana, pontaniana. "Un’istituzione nuova, tipica del 1400 (perché nata in stretta interdipendenza con la corte) è l’accademia. Siccome tra gli intellettuali umanisti diventa molto sentito il carattere "dialogico" della cultura, cioè che la cultura si produce essenzialmente nello scambio di idee, nel confronto e nella discussione libera, nasce l’esigenza di trovare un’istituzione, un luogo in cui poter esercitare tutto questo. E siccome siamo in un’epoca in cui prevale l’imitazione dei classici, si prenderà come riferimento l’accademia platonica, per il fatto che tutto il suo pensiero è basato proprio sul dialogo. Si tratta dunque di cenacoli dove persone dotte, spesso amiche tra loro, si riuniscono per conversare, per discutere, per scambiarsi opinioni e per condurre una vita comune. Naturalmente ci sono personaggi carismatici e soprattutto l’accademia vuole distinguersi dal concetto di scuola e di università, perché nell’accademia non si frequentano dei corsi rigidamente regolamentati (come l’università), ma era un luogo libero e paritetico (cioè nessuno prevaleva sugli altri, tutti erano allo stesso piano). Inoltre l’accademia non ha più finalità pratiche, come invece aveva l’università (e cioè per avere un titolo, una carica) e va sottolineato che nell’accademia si produce la cultura per cultura, per ricercare le verità del mondo. Naturalmente le università e le scuole permangono, continuano ad essere delle realtà importanti; tuttavia entrano in contrasto fra loro e con l’accademia per il fatto che, mentre l’accademia ha un’impostazione platonica, l’università per tradizione era legata ad un’impostazione aristotelica (più razionale e rigorosa)" (www.letteraturaitaliana.org/umanesimo.html)

Capo dell’ "Accademia pontaniana" era Giovanni Pontano, (Cerreto Spoleto 1429 – Napoli 1503), un umanista di grosso rilievo, letterato e uomo politico. Svolse servizio per circa un ventennio presso i sovrani aragonesi nella città partenopea, dal 1477 presso la corte di Alfonso I d’Aragona e poi presso il principe ereditario Alfonso, duca di Calabria, nell’arco di tempo 1466-1486. L’Accademia, fondata a Napoli dal Beccadelli, ebbe il suo massimo esponente in Giovanni Pontano, si caratterizzò specialmente per gli studi di ordine letterario. "Non si può stabilire con assoluta certezza la data di fondazione per l’Accademia Pontaniana, la più antica tra quelle italiane, anche se di poco anteriore a quella Romana e Medicea. Si ritiene che la nascita della stessa sia databile al 1443 quando insigni studiosi napoletani si riunivano in luoghi come il Castel Nuovo Aragonese per comunicarsi e scambiarsi verbalmente, i risultati delle loro riflessioni e studi. Le adunanze erano animate da Antonio Beccadelli, detto il Panormita, molto legato ad Alfonso il Magnanimo (V Re d’Aragona e I di Napoli) da cui l’Accademia prese il nome di Alfonsina. Dopo la morte del Re (1458) e nonostante gli eventi bellici, le adunanze continuarono ad aver luogo presso l’abitazione del Beccadelli, alla cui morte (1471) divenne presidente dell’Accademia Giovanni Pontano e le riunioni si tennero, fino alla sua morte (1503), nelle sue dimore o presso il tempietto che nel 1492 egli aveva fatto costruire nell’odierna via Tribunali. Durante le riunioni costituivano oggetto di discussione argomenti letterari e filologici, i classici (tra gli altri Livio e Seneca), la Bibbia, temi teologici in genere e geografia. Significativa è l’attenzione rivolta, nel 1494, durante un’adunanza alle coeve scoperte geografiche". (www.pontaniana.unina.it/italiano/frameit.htm)

Massimi esponenti del Sodalizio furono Gabriele Altilio, Jacopo Sannazzaro, Benedetto Gereth detto "Cariteo", Andrea Matteo Acquaviva, Girolamo Carbone, Giovanni Cotta, Francesco Pucci, Tristano Caracciolo, Pietro Summonte, Antonio De Ferrarsi detto "Galateo". La penisola nel corso del XV  e XVI secolo fu palcoscenico di  una incredibile rinascita artistico-letteraria, politica e scientifica. L’Umanesimo servì per l’appunto ad aprire la strada alla scienza moderna, mentre nell’ambito artistico si distinse per la sua nuova capacità interpretativa secondo la quale il senso estetico si fondeva con la razionalità e con il calcolo matematico. L’attenzione per l’uomo e per la natura indusse all’affermazione e alla diffusione della ricerca scientifica.

La Napoli aragonese

Gli Aragonesi erano originari di una regione della Spagna comprendente le province di Huesca, Teruel e Saragozza. I primi principi discesero da Ramiro I (1035 – 1063). Lo stemma che contraddistingueva gli Aragonesi di Napoli è costituito da quattro pali di rosso in campo oro. I Capi dinastici della Casa d’Aragona che si alternarono fra 1l 1442 1 il 1501 furono: Alfonso V, (I re di Napoli) il Magnanimo (1442 – 1457), Ferdinando I d’Aragona detto Ferrante (1458 – 1493), Alfonso II d’Aragona (1494), Ferdinando II d’Aragona detto Ferrantino o Ferrante II (1495-96), Federico I d’Aragona (1496 – 1501).
La città partenopea, con la sua storia e la sua cultura, faceva da sfondo alla nuova azione di formazione culturale e spirituale di Gabriele Altilio. La Napoli angioina nella prima decade del XV secolo, registrava la sua fase epilogativa. Ladislao, buon sovrano, della stirpe dei Durazzo, ramo secondario dei d’Angiò, nel 1404, con l’auspicio di unificare l’Italia prese Roma, ma dovette abbandonarla nel 1409. Visse giusto quarant’anni, lasciando il trono a Giovanna, sua sorella. Quest’ultima meno dedita alle faccende di governo e più interessata, come la sua omonima antenata, alle tresche amorose e agli scandali di corte. Ecco i fatti, dunque, che misero fine al periodo della Napoli angioina e aprirono il sipario sulla Napoli aragonese. Giovanna Durazzo, a breve dalla sua dipartita, per timore, domandò sostegno ad Alfonso d’Aragona, re di Sicilia. Per gratitudine volle adottarlo legittimandone fattivamente il diritto di questi alla successione. Col tempo, a seguito di un ripensamento, ritornò sui suoi passi e riconobbe come suo erede Renato d’Angiò, disconoscendo quindi come suo successore Alfonso d’Aragona, re di Sicilia. La rabbiosa risposta di Alfonso si ebbe nel 1442 quando assediò ed espugnò Napoli. Questo atto diede origine alla dominazione aragonese a Napoli, una parentesi felice che durò fino al periodo noto come vicereame spagnolo, ovvero ai due secoli successivi di dominazione colonialista che partirono dal 1503  e arrivarono al 1707. Dalla contea di Aragona presero il nome quattro casate d’Aragona dall’ultima delle quali deriva il ramo degli Aragonesi di Napoli.  Il periodo della dominazione aragonese a Napoli arrecò sviluppo civile ed economico alla città, consentì di accogliere e respirare gli alti ideali dell’arte rinascimentale. In linea con la Storia di Napoli, tracciata già da Gioacchino del Balzo,  dunque accostiamoci, per meglio assumere le tipologie d’interazione storico-sociali dell’Altilio, col periodo aragonese partenopeo (1433 – 1495). " (…) Alfonso V detto il Magnanimo (1442-1458) oltre che re d’Aragona, fu re di Valenza, di Sardegna e di Sicilia e, dal 1442 col nome di Alfonso I, di Napoli.  Si dedicò alla politica italiana, protesse la cultura, ma impose gravi tasse, leggi e costumi spagnoli alle popolazioni. Alfonso conservò strutture politiche e amministrative proprie del Regno di Napoli e l’inserimento nel contesto mediterraneo, migliorò la rete di relazioni esistente fra gli Stati italiani dell’epoca, dando al Regno un rilievo maggiore. Alfonso riconobbe il vassallaggio del Regno alla Santa Sede ed ottenne da Eugenio lV (1440-1447) l’investitura e il diritto alla successione per il figlio naturale Ferrante. In politica interna mirò al rinnovamento delle strutture statali incidendo sulla nuova configurazione di Napoli come sede regia, Napoli avrebbe mantenuto il ruolo di capitale del Mezzogiorno ed assunto la funzione di centro politico di tutto l’impero aragonese. A Napoli fu stabilita la Cancelleria generale (unica per tutta la Corona d’Aragona), ma i principali funzionari furono aragonesi; la Suprema corte di appello divenne il Sacro Regio Consiglio ed aveva il compito di giudicare in seconda istanza tutte le cause nonché le cause della Camera della Sommaria. Gli uffici addetti alle materie finanziarie e contabili furono curati con particolare attenzione. Vanno ascritti a suo merito : i restauri degli acquedotti , la bonifica delle zone paludose , la pavimentazione di strade , la riattazione dell’Arsenale ed il completo rifacimento di Castelnuovo con l’abbellimento del famoso Arco di Trionfo.                                    L’ingresso del Mezzogiorno nell’area economica catalano-aragonese ruppe il tradizionale inserimento dei porti meridionali nel quadro della navigazione e del traffico mercantile genovese.
Alla sua morte avvenuta il 27 giugno 1458 a Castel dell’Ovo
Lascio’ la Sardegna ,la Sicilia e l’Aragona al fratello Giovanni e al figlio naturale Ferrante il Regno di Napoli.
Ferrante I ( 1458-1494 ) detto il Bastardo : subito dopo l’incoronazione in Calabria scoppiò una rivolta animata dal marchese di Crotone Antonio Centelles, alla quale si unirono altri importanti signori, quali Antonio Caldora, Giosia Acquaviva, il cognato di Ferrante Marino Marzano principe di Rossano e duca di Sessa e Giovanni Antonio del Balzo Orsini principe di Taranto. Prese avvio così la prima congiura dei baroni che sconvolse il Paese per ben cinque anni. Superata la crisi, il re si sforzò negli anni successivi di conservare la pace e di stringere alleanze e legami di parentela. Il regno di Ferrante fu ancora travagliato dalla grande Congiura dei Baroni (1485-87). Alla congiura parteciparono i maggiori membri della famiglia Sanseverino e cioè il principe di Salerno Antonello, che ne fu l’ispiratore, il gran Camerlengo e principe di Bisignano Girolamo, Barnaba conte di Lauria, Carlo conte di Mileto, Guglielmo conte di Capaccio, la contessa Giovanna e il conte di Tursi e a questi si aggiunsero altri esponenti della grande feudalità, il gran Connestabile Pirro del Balzo, principe di Altamura, Pietro de Guevara, gran Siniscalco e marchese del Vasto, Angliberto del Balzo duca di Nardò e conte di Ugento, il duca di Melfi Giovanni Caracciolo, Andrea Matteo Acquaviva, e numerosi altri. Pricipali attori furono Francesco Coppola, il celebre conte di Sarno, mercante ricchissimo originario di Scala e Antonello Petrucci, segretario del re, con i figli Francesco, conte di Carinola e Giovanni Antonio, conte di Policastro. Riuniti a Melfi nel corso dell’estate, in occasione delle nozze di Troiano Caracciolo, alcuni baroni furono immediatamente imprigionati, e tra essi i figli del conte di Nola, Orso Orsini. Il 30 settembre a Miglionico si stipulò una pace aperta alle richieste baronali. Alla pace si arrivò l’11 agosto ’86, riconosciuta dai baroni il 26 di dicembre. Però il Coppola e i Petrucci furono condannati e giustiziati, ed i loro beni confiscati. Dal gennaio prese avvio una feroce reazione: i principali congiurati furono arrestati durante una giostra e giustiziati dopo discutibili processi. Successivamente la monarchia poté godere di un periodo di tranquillità, ma i baroni esuli in Francia premevano sul re Carlo Vlll per una spedizione nel Mezzogiorno. Mentre Ferrante si preparava alla difesa , la morte lo colse il 25 gennaio 1494 ". (/www.delbalzo.net/storia.htm)

Ferrante, buon re e fine legislatore, a causa di ulteriori pretese da parte degli angioini, come rilevato, dovette difendersi nel corso della guerra contro Firenze nel 1458 e dai tentativi di congiura orditi dai Baroni ribelli. Dopo la sua morte salì al trono il successore Alfonso II che abdicò a favore del figlio Ferrantino per la forte pressione francese. La forza dell’esercito di Carlo VIII obbligò Ferrantino, dopo una vana resistenza, a rifugiarsi nell’isola d’Ischia mentre gli angioini entravano in città. Ferrantino riuscì, nella fase conclusiva del regno aragonese, a seguito del rientro di Carlo VIII a Parigi, a fare ritorno in città, nel clima favorevole dei napoletani. Questi qui morì dopo due anni. La corona quindi passò a suo zio Federico d’Altamura. In questo contesto si muove Gabriele Altilio, partecipando attivamente a quella specifica azione politica, a sostegno del  regno aragonese, con la sua fine arte diplomatica.

"Alfonso II (1494), successe al padre senza difficoltà ma con la calata dei francesi di Carlo VIII , Alfonso II, in presenza dei grandi del Regno, abdicò in favore del figlio Ferrandino , e poi, rifugiatosi a Messina, si spense il 18 dicembre 1494. Ferrante II(1495-1496), detto Ferrandino dopo gli ultimi tentativi di arginare l’avanzata nemica, si ritirò in Napoli.
Infine al giovane re non rimase che partire per Messina lasciando la capitale alle truppe di Carlo VIII.
Ferrandino con l’aiuto di Ferdinando il Cattolico risalì il Regno e fu accolto trionfalmente in Napoli. Ma la guerra per la riconquista non era del tutto completata, quando il giovane e coraggioso sovrano, sopraffatto dalle febbri, morì il 7 ottobre del 1496. Federico zio del defunto sovrano Fernandino e figlio di Ferdinando I detto il Bastardo dovette combattere ancora una volta per riportare alla fedeltà i baroni ribelli, e il 17 dicembre 1497 sconfisse il principe di Salerno Antonello Sanseverino a Diano (I’odierna Teggiano) e gli concesse di imbarcarsi con i suoi a Trani per proseguire alla volta di Francia. Tornò a Napoli il 16 febbraio del ’98 atteso dalla consorte Isabella del Balzo, figlia di Pirro principe di Altamura, ma l’accordo segreto di Granata (11 novembre 1500) stabilì la spartizione del Regno tra Francesi e Spagnoli, e la fine della sua autonomia.                                                         Federico, dichiarato decaduto dal pontefice  Alessandro VI (1492-1503) ,si rifugiò a Ischia, da dove partì esule in Francia accompagnato dall’amico Jacopo Sannazaro e si spense il 9 novembre 1504". (www.delbalzo.net/storia.htm)

 

Il PROFILO BIOGRAFICO DI GABRIELE ALTILIO

Il profilo biografico di Gabriele Altilio

 

Lo studio dei classici latini e greci secondo i termini modali della filologia scientifica, il tentativo di penetrazione nella sfera culturale del passato coinvolgevano lo studioso umanista il quale, grado a grado, con l’uso sistematico della filologia riuscì a scavare dal materiale testuale i principi utili nell’azione di trasformazione della contestualità sociale del tempo. La corrente culturale del XV secolo che passa sotto la denominazione Umanesimo, dunque,  servì a tanto. Si innestarono su queste basi le pulsazioni rinascimentali che si vollero già percepire in coincidenza con il secolo XV fino al 1550. Il Rinascimento, primavera artistico-letteraria, madre della libera crescita del pensiero, colloca l’uomo nella piena consapevolezza del suo potere. Il Rinascimento è, dunque, in tal senso, l’adempimento dell’Umanesimo, di quella attività di pensiero di rinnovamento generato dall’indirizzo culturale umanista. In questo clima culturale di tipo classico e idealistico si colloca la vita e l’opera di Gabriele Altilio, uno dei maggiori poeti in lingua latina della corte aragonese di Napoli. Ebbe, secondo alcuni, i natali in Caggiano (secondo altri in Cuccaro Vetere) e morì a Policastro nel 1501. Meno che scarsi sono gli elementi intorno alla giovinezza del Nostro, eccezion fatta per l’alta sua erudizione. Pare, infatti, essere stato altamente forbito della lingua latina e greca e conoscitore della disciplina filosofica. A queste qualità somme unì quella di letterato; gli vennero attribuiti gli appellativi "Elegantissimus poeta" e "doctissimus". Nel corso della sua esistenza ottenne i voti religiosi e fu nominato Vescovo della Diocesi di Policastro Bussentino. Appare oggi controversa, considerate le posizioni di alcuni biografi, la data di nascita, ma anche la località di origine del Nostro. Gabriele Altilio, uomo politico, poeta latino e Vescovo di Policastro Bussentino, infatti, secondo Tafuri, Mazzarella ed altri, è originario di Cuccaro Vetere, una delle quattro terre normanne che costituivano la Baronia di Novi, nel Cilento. Altri studiosi ritengono, invece, che sia nato a Caggiano, un paesello che sorge su un rilievo dell’Appennino lucano, ove muore il Parco Nazionale del Cilento e del Vallo di Diano, a fronte della catena dei monti Alburni, oltre la quale si scopre il mare di Paestum  e il golfo di Salerno.  Due studiosi contemporanei Lamattina e Del Buono, ritengono appunto che i luoghi d’origine dell’Altilio rispettivamente  siano individuabili nei centri abitati di Caggiano e  di Cuccaro Vetere. A supporto della tesi del Lamattina che vuole l’Altilio di origine caggianese, vi è Fausto Nicolini il quale, nelle pagine dell’Enciclopedia Italiana, tra l’altro, lo fa nascere  prima del 1440. Se da una parte tanta è l’incertezza circa la data e il luogo d’origine di Altilio, dall’altra tanta sembra risultare la certezza della data e del luogo della morte di questi. Altilio morì a Policastro nel 1501. Intorno a questo dato vi è il riscontro di Giovio nelle "Elogia Doctorum Virorum". Pare, secondo il Del Buono, che per volontà di alcuni cittadini di Cuccaro Vetere, già inseriti nella corte aragonese, il Nostro fu introdotto nell’ambito della con testualità cortigiana aragonese.; un clima quello della dominazione degli aragonesi a Napoli che arrecò crescita economica e civile alla città. Napoli aragonese respirava ricchezza di ideali e di arte rinascimentale e ciò grazie anche al contributo che l’Altilio seppe fornire, unitamente a Giovanni Pontano, Jacopo Sannazzaro, Pietro Summonte, Pietro Beccatelli, Lorenzo Valli; un contributo d’ingegno che elevò la dimensione della cultura e che fu possibile perché sostenuti dalla larghezza della mente di Alfonso d’Aragona, detto "Magnanimo". Nel virtuoso clima culturale preparato e promosso dalla dominazione aragonese si trovò e spiccò la personalità di Gabriele Altilio., modesto di origine, proiettato nello studio del sapere di Chiesa e vocato agli ordini.

Nel clima del XV secolo a Napoli, come libera iniziativa di uomini di cultura, sorse l’ "Accademia pontaniana". (METTERE IN NOTA: Da Alfonsina a Pontaniana (ca.1443-1503) Non si può stabilire con assoluta certezza la data di fondazione per l’Accademia Pontaniana, la più antica tra quelle italiane, anche se di poco anteriore a quella Romana e Medicea. Si ritiene che la nascita della stessa sia databile al 1443 quando insigni studiosi napoletani si riunivano in luoghi come il Castel Nuovo Aragonese per comunicarsi e scambiarsi verbalmente, i risultati delle loro riflessioni e studi.
Le adunanze erano animate da Antonio Beccadelli, detto il Panormita, molto legato ad Alfonso il Magnanimo (V Re d’Aragona e I di Napoli) da cui l’Accademia prese il nome di Alfonsina.
Dopo la morte del Re (1458) e nonostante gli eventi bellici, le adunanze continuarono ad aver luogo presso l’abitazione del Beccadelli, alla cui morte (1471) divenne presidente dell’Accademia
Giovanni Pontano e le riunioni si tennero, fino alla sua morte (1503), nelle sue dimore o presso il tempietto che nel 1492 egli aveva fatto costruire nell’odierna via Tribunali. Durante le riunioni costituivano oggetto di discussione argomenti letterari e filologici, i classici (tra gli altri Livio e Seneca), la Bibbia, temi teologici in genere e geografia. Significativa è l’attenzione rivolta, nel 1494, durante un’adunanza alle coeve scoperte geografiche.
All’Accademia, che dal Pontano prese poi il nome di Pontaniana, fecero parte, tra gli altri, Gabriele Altilio, Jacopo Sannazaro, Benedetto Gareth detto "Cariteo", Andrea Matteo Acquaviva, Girolamo Carbone, Giovanni Cotta, Francesco Pucci, Tristano Caracciolo, Pietro Summonte, Antonio de Ferraris detto "Galateo
". Da: www.pontaniana.unina.it).

L’origine si colloca precisamente nel 1458 per volontà di Antonio Beccatelli, ovvero il "Panormita". Originariamente si distinse con la denominazione "Porticus Antonianus" ( Portico di Antonio). Il Sodalizio ottenne poi la cura di Giovanni Pontano (Giavanni Gioviano Pontano), un letterato e un uomo politico italiano, rappresentante significativo dell’Umanesimo, nato a Cerreto di Spoleto, in provincia di Perugina, il 7 maggio 1429, morto a Napoli il 17 settembre 1503. Il Pontano, anche a dire di Sannazzaro, uno dei più eruditi e fecondi letterati del XV secolo, maestro indiscusso dell’Umanesimo partenopeo, grande studioso del mondo classico, si attivò nel fornire all’Accademia una singolare fisionomia ed un carattere più ufficiale alle riunioni che, sovente, si tenevano nella sua dimora e si caratterizzavano con banchetti accompagnati da declamazioni in versi latini. Il nome del Sodalizio, in onore a Giovanni Pontano, cambiò  in "Accademia pontaniana".

"Ci è ignota l’epoca del suo impatto (di Altilio), scrive il Lamattina, con il grande tempio della cultura. Non abbiamo però dubbi che egli si sia incontrato molto presto con il Pontano ed abbia frequentato, insieme con lui, l’Accademia". (NOTA: ALTILIO G., Poesie Latine, a cura di Lamattina G., Salerno 1978). L’Accademia Pontaniana, scrive, inoltre, il G. Tallarico in "Pontano e i suoi tempi": "..era una scuola per impegni giovanili ed una palestra per gli uomini di età; e che divenne ben presto la prima d’Italia, tanto che no si ebbe in questo secolo alcuna Accademia di Belle Arti che con la Napoletana potesse tener confronto" .

L’Accademia del Pontano  accolse molti scrittori, poeti e  studiosi da ogni dove; Napoli raggruppò una vasta schiera di intellettuali in questo periodo e tanto vale a dire l’elevato prestigio dell’Accademia che offri, inoltre, agli Aragonesi enormi motivi di soddisfazione. Da questa palestra d’intelletto gli Aragonesi ottennero cortigiani, politici, militari e diplomatici di grosso spessore, nonché letterati di fama internazionale. Gabrile Altilio, dopo avere sostenuto, la non facile prova con la declamazione delle sue migliori elegie, davanti al Senato Accademico prese lo pseudonimo di "Lucanus" , tanto per il legame alla sua terra natia. Il Ma rullo lo disse "doctissimus", secondo quanto annotato dal conterraneo Alessandro D’Alessandro. Il Sannazzaro così saluto il Nostro Messere: "Altilusque novos superis laturus honoris / Pindarica feriat carmina docta lyra; / Sfortiadum mox dicat Aragoniosque hymeneos / iure, quibus cactus aequet, Vomere, tuos" (Ele. II – Lib. II – vv. 21-22). Giovanni Matteo Toscano, un altro importante profilo della Pontaniana, in lode ad Altilio così cantava:"Carminis arguti dulces qui spiret amore, Altilio palmam detulit ipsa Venus"

Gabriele Altilio fu, dunque, accademico pontaniano e stabilì appunto un sincero rapporto di amicizia con Giovanni Pontano. L’amicizia e la stima fra i due indussero alla  citazione dell’Altilio, da parte del Pontano, sia nel "De magnificentia" (METTI IN NOTA: La "magnificentia" è la virtù che connota l’elevato spessore della grandezza d’animo, la generosità; la "magnificentia", unita alla liberalità, si rappresenta in quanto caposaldo della "Ethica nicomachea" , riguardante la distribuzione dei benefici in quanto beni materiali. "Del tutto contigua alla liberalità, strumento primario del mecenatismo, dice Paola Casentino, la magnificenza è argomento di uno dei trattati di Giovanni Pontano dedicati all’uso del denaro nella nuova società e nella nuova cultura dell’Umanesimo: il "De magnificentia" concerne, infatti, una virtù che dovrà porsi come le altre, all’interno di una etica della ricchezza ispirata al principio del "giusto mezzo" e del dono. La magnificenza diventa, infatti, l’attributo proprio e costitutivo del sistema di corte, regolato dal principio classico della "mediocritas" : ..Essa ("la mediocritas"), a mio parere, consiste in una giusta misura nel fare le spese, certamente grandi, ma sempre con criterio di scelta, quantunque vada applicata non in tutte, né attraverso lo stesso sistema").

che negli "Actius". Altilio ottenne considerazione e amicizia anche da parte di Jacopo Sannazzaro (Napoli 1456-1530), poeta ed umanista di chiara fama, compositore di opere in latino e in italiano), del "Cariteo" e del "Galateo" il quale gli riservò la dedica dell’opera "De podagra". Altilio, segnalato dal Pontano al duca di Calabria,  futuro re Alfonso II, svolse la funzione di educatore di Ferrandino (1467-1497), successivamente re Ferdinando II. Si distinse per le alte qualità diplomatiche. Fu abile nei rapporti con gli altri, prima alla corte di Ferdinando I (re di Napoli dal 1458 al 1494) e poi alla corte di Ferdinando II (1495-95). Ottenne vari incarichi politico-diplomatici: svolse le sue funzioni presso il Pontefice e negli altri Stati italiani. Ottenne, a premio del suo servizio,  la prepositura di Santa Maria de Luco, con pensione annua di ducati 12 nel 1482. Nel biennio successivo fece seguito la sua esperienza nella guerra contro Venezia, a sostegno di Alfonso, percorrendo l’itinerario che lo portò in Abruzzo, in Romagna, nel Ferrarese e in Lombardia.  Gabriele Altilio, unitamente al Pontano, prese parte alla mediazione della pace di Bagnolo del 7 agosto 1484 che sancì la perdita del Polesine da parte degli Estensi. In qualità di abile diplomatico, sempre nel 1484, per volontà e incarico del Principe di Capua, si portò presso gli Orsini a Vicovaro, un Comune in provincia di Roma; più volte fu inviato a Roma. Seguì Ferrandino, secondo le testimonianze del Tafuri, prima nel 1485 in Puglia, in conflitto contro i baroni ribelli, poi in terra d’Abruzzo, nel 1488, per le vie di Ortona, Lanciano e Rigasomolo. A Roma vi ritornò nel 1492.

Nel gennaio 1489, in occasione delle nozze tra Isabella d’Aragona e Gian Galeazzo Sforza, duca di Milano, compose il suo celebre "Epitalamio". Isabella d’Aragona (Napoli 1470-1524) è stata duchessa di Milano, di Bari e di Rossano, secondogenita di Alfonso II, erede al trono di Napoli e di Ippolita Sforza. Già a soli due anni venne promessa sposa a Gian Galeazzo Sforza (di appena quattro anni), figlio del duca di Milano, Galeazzo Sforza. Il matrimonio, così promesso, era la giusta mossa, a garanzia della politica finalizzata a stabilire solide alleanze fra i due Stati. Altilio ottenne, inoltre, da re Ferdinando, il 14 novembre 1490, ulteriori benefici. Gli furono concesse le prepositure di San Pietro e Leporino, di Santa Lucia e di Castelvecchio, di San Pietro di Campogalano e di Santa Vittoria; gli fu poi concesso il privilegio di astenersi dal pagamento delle tasse. Nel 1492, sempre confermando la sua fedeltà a Ferrandino, fu prima in Puglia e poi a Roma. Mentre aumentavano i suoi peculiari impegni nell’attività diplomatica, il giorno 8 gennaio 1493, ottenne la nomina di Vescovo di Policastro,  oggi la frazione più popolosa del Comune di Santa Marina, a Sud della provincia di Salerno, paesello adagiato sulla costa tirrenica, al centro dell’omonimo golfo, in prossimità del fiume Bussento. ( INSERISCI LA SEGUENTE NOTA: La diocesi di Teggiano-Policastro (in latino: Dioecesis Dianensis-Policastrensis) è una sede della Chiesa cattolica suffraganea dell’arcidiocesi di Salerno-Campagna-Acerno appartenente alla regione ecclesiastica Campania. Frutto dell’accorpamento di due circoscrizioni diocesane, quella di Policastro e quella di Teggiano, deciso nel 1986 dalla Congregazione dei Vescovi, la Diocesi di Teggiano-Policastro nel 2004 contava 118.600 battezzati su 119.400 abitanti. Dal 13 Maggio del 2000 è retta dal vescovo Angelo Spinillo.La diocesi di Teggiano-Policastro comprende 81 parrocchie delle quali 2 affidate ai religiosi, 83 sacerdoti di cui 5 religiosi, 3 diaconi permanenti, 28 case religiose femminile, 3 case religiose maschili, 41 Comuni e circa 130.000 abitanti. Lista cronologica dei Vescovi di Policastro:Rustico (501-); Johannes I. (?) ; Johannes II. (?); N. (-592); Felice (592-) (anche Vescovo di Agropoli); Sabbazio (640-649); San Pietro Pappacarbone (1079-1082); Arnaldo (1110-); Pietro (1120-); Ottone (Otho) (1120-); Goffredo (1139-);Giovanni III. (1166-); Giovanni IV. (1172-); Gerardo (1211-1218); Gabriele (o Guglielmo) (1218-1222); Giovanni Castellonata (o Castellomata) (1254-1256); Mario (1256-1258); Fabrizio (o Fabiano) (1258-); Bartolomeo (1278-); Pagano (1302-1330) (?); Tommaso (1358-); Francesco Capograsso (1371-1392); Luca (1392-1394); Nicola da Policastro (1403-); Nicola Roberto (1413-1417) (anche Vescovo di Squillace); Nicola (1417-1430); Nicola Principato (1430-1438); Giacomo Lancellotto (1438-1445); Carlo Fellapane (1445-1455); Girolamo de Vinea (1455-1467); Girolamo (o Enrico) Languardo (1467-1471); Gabriele Guidano (1471-1485); Girolamo Almensa (de Armesa) (1485-1493); Gabriele Altilio (1493-1501); Bernardino Laureo (1502-1514); Cardinale Luigi d’Aragona (1514-1516); Giovanni Scorna (Pirro) (o Giovanni Piro Scorna) (1516-1529); Luigi Pirro (1530-1535) (anche Vescovo di Ascoli Satriano); Cardinale Benedetto Accolto (D’Accolti) (1535-1537) (Amministratore ed anche Arcivescovo di Ravenna); Cardinale Andrea Matteo Palmerio (1537); Fabrizio Arcella (1537-1542) (anche Vescovo di Bisignano); Cardinale Umberto de Gambara (1542-1549); Nicola Francesco de Massanella (o de Missanello o de Massanello) (1549-1577); Ludovico Bentivoglio (1578-1582); Ferdinando Spinelli (1582-1591); Cardinale Filippo Spinelli (1591-1604) (anche Vescovo di Aversa); Ilario Cortese (o Cortesio) (1605-1610); Giovanni Antonio Santonio (o Santorio) (1610-1629); Urbano Feliceo (1629-1635); Pietro Magrì (1635-1649); Filippo Giacomo (o de Jacobio) (1652-1671); Vincenzo Maria de Silva (1671-1679); Tommaso de Rosa (1679-1696); Giacinto Camillo Maradei (1696-1705); Marco Antonio de Rosa (1705-1709); Andrea de Robertis (1713-1747) (anche Arcivescovo di Ragusa); Giovanni Battista Minucci (1747-1762); Francesco Pantuliano (1762-1775); Giuseppe de Rosa (1775-1793); Ludovico Ludovici (o di Ludovico) (1797-1819); Gaetano Barbaroli (1819-1823); Nicola Maria Laudisio (1624-1862) (anche Vescovo di Bova); Giuseppe Cione (1872-1898); Giovanni Vescia (1899-1924); Francesco Cammarota (1924-1935) (anche Vescovo di Capaccio-Vallo); Federico Pezzullo (1937-1979); Umberto Luciano Altomare (1980-1986) (anche Vescovo di Diano-Teggiano). Lista cronologica dei Vescovi di Teggiano: Camillo Tiberio † (10 novembre 1906 – 1915 deceduto); Oronzo Caldarola † (27 novembre 191527 novembre 1954 ritirato); Felicissimo Stefano Tinivella † (9 marzo 195511 settembre 1961 promosso, vescovo coadiutore di Torino); Aldo Forzoni † (30 novembre 196123 aprile 1970 nominato vescovo di Apuania); Umberto Luciano Altomare † (23 agosto 19703 febbraio 1986 deceduto). Lista cronologica dei Vescovi di Teggiano-Policastro: Bruno Schettino (11 febbraio 198729 aprile 1997 nominato arcivescovo di Capua); Francesco Pio Tamburrino (14 febbraio 199827 aprile 1999 promosso, Segretario della Disciplina dei sacramenti. Angelo Spinillo dal 18 marzo 2000. Statistiche. La diocesi al termine dell’anno 2004 su una popolazione di 119.400 persone contava 118.600 battezzati, corrispondenti al 99,3% del totale).

 

Il Nostro, se pure novello vescovo, a causa dei molteplici impegni diplomatici, fu costretto a posticipare il suo trasferimento nella serena Diocesi di Policastro Bussentino. Gli eventi lo videro ancora attivamente impegnato nel maggio del 1493, sempre a Roma, per ottenere l’avvicinamento di Sua Eminenza il Cardinale Giuliano della Rovere con gli Aragonesi, successivamente, sempre a sostegno di Ferrandino, (dal 1494 duca di Calabria), fu  inviato nella terra di Romagna, nel luglio 1494, per volontà di Alfonso II, per concordare una linea di condotta comune contro Carlo VIII di Francia il quale scatenò con il suo ingresso in Italia, un vero disordine politico in tutta la penisola. Diversi regnanti timorosi spalancavano le porte cittadine per evitare contatti con i francesi; questi, con il suo esercito, marciò per tutta l’Italia e raggiunse Napoli il 22 febbraio 1495 ove fu incoronato re.  Un mese prima, il 21 gennaio 1495, re Alfonso, a seguito della discesa di Carlo VIII, abdicò a favore del figlio e si ritirò in esilio. Ferrandino, incoronato il 23 gennaio, abbandonato, con i francesi alle porte, si rifugiò ad Ischia e poi in esilio il 23 febbraio. Il Nostro svolse anche il ruolo di segretario politico di questi, tanto è dato anche dai documenti firmati "Ferdinandus"-"Altilius". La stessa abdicazione di Ferdinando porta la controfirma di Gabriele Altilio. Il triste epilogo della Napoli aragonese indusse l’Altilio a fare rotta verso l’amena Policastro, ove nella quiete, potè offrire la sua preziosa opera pastorale, nella dedizione degli studi teologici. Ma dacchè fatto Vescovo abbandonò lo studio della poesia, onde dice il Giovio che egli avrebbe meritato la nota d’ ingrato in lasciare le Muse, dalle quali era stato sì favorito, se non le avesse postergate per darsi agli studi più convenevoli alla cura pastorale. Morì questo dotto Vescovo e da Basilio Zanchio gli furono fatti gli ultimi oficij. Il Pontano altresì, dimostrar volendo non esser in lui mancata la stima, e la benevolenza che, insichè visse, professato gli avea, con avergli indirizzato il libro "De magnificentia" concorse negl’ istessi uficij Giacomo Gaddi riprende il Pontano di aver ornato l’ estinto Vescovo con una iscrizione quanto nobile, e ingegnosa, tanto poco grave, e meno convenevole ad un sacro Pastore, la cui dignità pontificale mentre vuole innalzare usa parole leggieri, che odorano di amenità gentilesca, come sono quelle di Muse, Ninfe, e simili, delle quali senza distinzione di persone ha ricolmato i suoi tumuli. A Policastro morì per l’appunto nel 1501.

Questione sulla patria di Gabriele Altilio: la posizione di alcuni biografi  secondo Cataldo

La patria dell’Altilio è controversa da qualche scrittore.Il suo famoso titolo "Lucanus" è vago. Il Coronelli (Biblioteca Universale:II, Venezia 1702, col. 1196) lo dice nato in quella parte di Calabria, ch’è detta Basilicata,spostando molto più in giù il sito, mentre era più a nord-ovest. Gli autori dell’Enc. UTET (Enc. UTET – Torino 1857, pagg. 787-788) lo dicono nato in Basilicata, zona più ristretta della Lucania, ma che non ha a che fare colla zona in questione. I medesimi parlerebbero, a nome di altri sconosciuti, di Mantova, quasi fosse conterraneo di Virgilio! Non è proprio il caso.Il Laudisio, nella sua pregiata Synopsis non ne fa cenno alcuno. Il Giovio, più addentro nel tempo, dovendo da buon contemporaneo, scrivere nei suoi pregiatissimi "Elogia" i medaglioni di innumerevoli personaggi, non andò a fondo e si contentò di presentarlo come "Lucano" (Selecta Elogia Doctorum virorum ab avorum memoria publicatis ingenii monumentis illustrium: Firenze 1554). Il Volpi lo dice ugualmente della Lucania (Cronologia de’ Vescovi Pestani, ora detti di Capaccio, Napoli 1752, pp. 246-249). L’Antonini lo dice nativo di Cuccaro: "Produsse questa terra vari uomini di garbo, fra’ quali devesi in primo luogo a Gabriele Altilio, Vescovo di Policastro…". Nella nota N° 2 riferisce che "l’eruditissimo avvocato Signor D. Gio : Antonio Sergio desiderando da me qualche lume sulla patria dell’Altilio, gli mostrai una lettera del medesimo scritta a Notar Nicola Laviano in Cuccaro, dove ringraziandolo di alcuni prosciutti (come camminavano i prosciutti nel ’400!) mandatigli, dice aver veduto anche il conto della spesa fatta nella rifezione della casa paterna…" (La Lucania: Parte 2^, Napoli, Tomberli 1795, p. 341). A parte il fatto che né il Toppi né il Sergio sapevano la patria d’Altilio, nella lettera scritta al Notar Laviano non è detto dov’è la casa paterna da restaurare. Se il De Adamo è detto "de Cuccaro", perché non lo era d’Altilio? Non vorrei, per ora dar subito torto al Del Buono; ma mi domando come presta fede cieca all’Antonini e perché mai, prima di scrivere, non si è benignato di accedere a Policastro Bussentino, per vedere se mai ci fossero memorie sul Vescovo Altilio. Parecchi fanno così: o è presunzione, o sfugge loro questo punto storico tanto evidente. Le Enciclopedie non danno sempre affidamento G.B. Del Buono, nel suo chiaro "Profilo Storico del Basso Cilento", con sottotitolo "Gabriele Altilio da Cuccaro Vetere-Poeta Latino", Salerno 1983, (pp.171-185 e ss.), oltre a citare l’Antonini, parla della Biblioteca di Vallo della Lucania, dove esisteva un dizionario, nel 1926, di cui non ricorda né l’autore, né l’edizione, ma che, se esiste, ancora si può consultare. Perché non è andato a cercarlo. Poi i dizionari sono alfabetici. Questi fa una lunga requisitoria ed attacca il Lamattina di Caggiano per i suoi argomenti labili. Il Lamattina avrebbe contro di lui altre ragioni, però da chiarire meglio, prima di stabilire la vera patria dell’Altilio.Al contrario, l’Enciclopedia "TRECCANI", che va per la maggiore, salvo errori possibili, come accadde nelle raccolte universali, asserisce chiaramente (vol.VII, pag. 704) che "Altilio Gabriele, nato al più tardi nel 1440 a Caggiano (Salerno), ecc." precisandone anche l’anno di nascita.
Gaetano Lamattina di Caggiano, nel suo pregiato volume "GABRIELE ALTILIO – Poesie" (Salerno 1798), oltre a farlo nascere nel 1436, prima di esaminare le belle poesie latine con note critiche e perfino un indice raro del sec. XV, come era di moda, detto appunto "Incipitario" (dalla prima parola che inizia i componimenti: incipit), e a dirgli per patria Caggiano, menziona una "monografia su Cuccaro Vetere, Salerno 1956". E chi ne è l’autore? (Siamo sempre lì…). Indi cita l’Antonini d’errore grossolano, ma senza esserne sicuro (non sappiamo se volontariamente o non) e (qui ti voglio!) porta una "ipotesi più probabile di un apocrifo nelle mani di costui", poiché l’Altilio non avrebbe mai potuto mai rinnegare detta patria tanto amabilmente decantata nella poesia "De Malandri fluivi amore in feriam" (pag. 38). Infatti il Melandro passa a nord in quei di Caggiano, non in Cuccaro. La geografia, salvo che i fiumi abbiano cambiato nome, è sempre esatta! Poi, poi, che gli enciclopedisti siano incorsi in errori, è facile, dovendo raccogliere notizie da tutto il mondo. Ma che abbia sbagliato niente po’ di meno che un caro amico, come il Tafuri, "amoroso biografo del poeta", questo è il colmo!….
Lo scrittore si appoggia ad un documento, il famoso citato documento del novembre 1470, desunto dal Codice Aragonese, dove l’Altilio è detto "Gabriele D’Altilia de Cagiano". Un certificato di natura amministrativa non poteva essere in errore, anche se il nome del creditore è D’Altilia (nel caso sarebbe la stessa persona). Ecco il testo: "Item recepi a VII de lo ditto mese da Gabriele d’Altilia de Cagiano, per mano Ioseph, dudece ducati, tre tarì, due grani, li quali sono per lo priorato de la salina, membro de lo sacro monasterio de la Cava, in paga pro rata de XV ducati et sonno per lo anno: XII ducati, III tarì, X". L’Ughelli (Italia Sacra: VII, Venezia 1721) nota che D. Giovanni d’Aragona, tenendo in Commanda la Badia di Cava de’Tirreni, tra il 1455 ed il 1470,conferì all’Altilio il priorato della Salina: (Codice Aragonese, v. XV, f. 49 r.).
Inoltre il Lamattina (pag. 40) afferma che "i vecchi di Caggiano, ancora oggi, additano alle nuove generazioni e ai forestieri il vico dove – presumibilmente – era l’umile casa del poeta; tale vico da secoli ne porta il nome". Perché "presumibilmente"? La casa è caduta ? Nessuno mai l’ha puntellata? Come mai i caggianesi non se ne sono preoccupati? Cose da matti!!!…
D’Angelo Egidio Raffaele, Professore di Lettere e sacerdote di Latronico ( Potenza), asserisce che "
dagli accenni che il poeta fa nelle Elegie I^, IV^ e VII^ del I° Libro, non resta alcun dubbio, per chi conosca la posizione, l’idrografia ed il clima di Caggiano, che quivi egli sia nato" (Gabrielis Altilii carmina, Napoli 1914, pp. 18 e ss.).
Infine non saprei come il Lamattina possa dire spuria o apocrifa una delle Bolle di Altilio del 21 aprile 1493, se era già Vescovo di Policastro dall’8 gennaio. Che importa se non era in sede, poiché viaggiava spesso da Napoli e altrove e poteva benissimo scrivere bolle, come emesse dalla sede vescovile; le quali bolle, ricopiate dagli originali, erano autenticate dai Vescovi pro-tempore.
Da tutto questo esposto occorre chiarire tanti particolari.
Un ultimo documento, che può dar luce a tutto, potrebbe essere il frammento di lapide in marmo giallo, rinvenuto fra gli scavi a Policastro, nei restauri del 1969: "…lim. Poeta. Nob(ilissimus)" – qualora potremo trovare altri resti, con l’epitaffio famoso del Pontano "En tibi dant tumulos Musae…", allora potremo onorabilmente leggere anche la scrittura in cornice, che in breve mette il nome, la patria e gli anni di nascita e di morte.
La presente trattazione, volutamente breve, sarà seguita da un’altra più ampia e corredata di fonti, in seguito ad ulteriori ricerche. I nostri posteri del Duemila ne continueranno lo studio. Un’altra prova della patria dell’Altilio è la frequenza di casati ALTILIO in Caggiano, e nei paesi vicini (Auletta-Salerno, come da guida telefonica e dal Bollettino Parrocchiale di Caggiano). Altre notizie inerenti la patria d’origine dell’Altilio si rilevano in Giuseppe Volpi
(NOTA GIUSEPPE VOLPI : Cronologia de’ Vescovi Pestani, ora detti di Capaccio, Napoli, Giovanni Riccio 1752 ( pagg. 246- 249). Gabriello ALTILIO, uomo di molte lettere, e Poeta dottissimo, chiamato da tutti gli scrittori " Lucano" , cioè della Lucania (NOTA: GIANMATTEO TOSCANO in Pepl. Ital. 1. 3, p. 63. UGHELLI, T. VII, TOPPI, Bibl. Neapolit. 101)                                                                                                                                             fu promosso al Vescovado di Policastro a 18 settembre dell’ anno 1471.E sebbene Tommaso Aceti di Figline Casale di Cosenza, Vescovo di Lacedogna, per dare alla sua Calabria l’ onore di aver prodotto un uomo sì illustre, abbia sospettato, che fosse di Altilia, altro Casale di Cosenza, tuttavia D. Salvatore Spiriti, Patrizio Casentino, non meno affezionato di lui alla Patria, come lo dimostra lo avere scritto con molta erudizione le memorie degli scrittori casentini, porta in esse opinione, che sia stato di Cuccaro, come che per lo generale equivoco di pigliar per Lucania quella sola parte del Regno che ora si chiama Basilicata, con errore a quella Provincia lo attribuisce (NOTA: SPIRITI, nelle Memorie degli Scrittori Casentini, p. 188); onde noi tra Vescovi usciti da questa Diocesi lo noveriamo. Egli fu maestro di Ferdinando II , e con vago Epitalamio celebrò le nozze d’ Isabella d’ Aragona con Giangaleazzo Sforza Duca di Milano, il quale si trova ristampato nella raccolta intitolata: " Deliciae CC Italorum Poetarum " collectae Ranutio Ghero, tom. I, pag . 57, come eziandio nell’ altra col titolo " Carmina Illustrium Poetarum Iitalorum" di Gianmatteo Toscano, tom. 4, pag. 189. Egli per la nobiltà de’ suoi versi è colmato di lodi da tutti quei, che fiorirono nella rinomata Accademia del Pontano, e specialmente del Sannazzaro. (SANNAZZARO, Epigram. Lib. I, p. 145)

Origine e vita di Gabriele Altilio attraverso i suoi scritti e alcuni biografi

 

Gaetano Lamattina, studioso caggianese e biografo di Altilio, considera una monografia su Cuccaro Vetere, stampata in Salerno, quando correva l’anno 1956; tanta considerazione per dire: "Ancora oggi, alle soglie del Duemila, qualche voce solitaria si leva di tanto in tanto, per sovvertire, o peggio, per annullare  certe verità storiche, frutto di ricerche appassionate e di conquiste non certo facili. E’ di ieri una breve monografia su Cuccaro Vetere, piccolo paese del Cilento: in essa si legge che fra i grandi figli di quella terra figuri anche Gabriele Altilio, umanista famoso e fra i più eleganti del Quattrocento, dopo il Sannazzaro e il Pontano. (IN NOTA: Dizionario Biografico degli Italiani, V. II Roma 1960, pp. 565 ss) . Credo, sostiene il Lamattina, che l’autore di questo opuscoletto non si sia aggiornato sulle scoperte archivistiche del secolo scorso, specie in quelle ad opera di Erasmo Percopo, ( Erasmo Percopo, Nuovi documenti su gli scrittori e gli artisti dei tempi aragonesi, in "Arch. Stor. Per le prov. Napoletane", 19 (1894), pp. 561-574) né abbia letto, alla voce "Altilio" delle moderne enciclopedie, le origini del poeta. Egli è rimasto ancorato -beato lui! – agli storiografi del Seicento e del Settecento, alcuni dei quali, o per dabbenaggine, o per spirito campanilistico non vollero affrontare  e risolvere, attraverso ricerche accurate, il problema della vera patria dell’Altilio. Il nostro umanista, scrive il Percopo, non poteva essere nato a Cuccaro: la sua patria è un’altra terra del Salernitano…."

Qualche sprovveduto, sostiene il Lamattina, (IN NOTA: ALTILIO G., Poesie latine, a cura di Lamattina G., Salerno, 1978) ha il coraggio di affermare  che Gabriele Altilio sia originario di Cuccaro e non di Caggiano. Il riferimento del Lamattina è esplicitamente diretto a Del Buono; il Del Buono, infatti, non fa altro che affermare, dice il caggianese, la sua mancata dimestichezza con Archivi e con carte ingiallite dal tempo. Con ciò Del Buono sembra volere annullare tutte le conquiste di questo secolo attraverso ricerche, studi e confronti in Archivi e Biblioteche italiane e straniere, sotto la spinta del Positivismo. Da Giovanbattista Del Buono nella sua opera "Profilo Storico del Basso Cilento" (IN NOTA: DEL BUONO G., Profilo Storico del Basso Cilento, Gabriele Altilio da Cuccaro Vetere, Poeta Latino, Tip. Spera, Salerno 1983)  è dato rilevare che il nostro Vescovo e poeta umanista Gabriele Altilio, è morto a Policastro il 1501. La data di morte del poeta, secondo l’autore di questo testo come anche a giudizio dei seguenti biografi: Tafuri, Mozzarella ed altri, è da considerarsi insindacabile, a differenza della data di nascita dello stesso che risulta discutibile. L’ultima documentazione  a firma dell’Altilio, in possesso dell’Archivio Vescovile di Policastro Bussentino con data 20 gennaio 1501, è una lettera pastorale per l’erigenda confraternita Spartano: "Gabriele Altilius, Dei et Apostolicae sedis gratia, Episcopus Policastren". Questa lettera pastorale poiché ultimo documento del Vescovo, secondo il Del Buono, prova la fine della esistenza di quest’ultimo. Il Del Buono sostiene che dell’Altilio non si hanno notizie relative alla sua infanzia, ma se ne trovano allorché adulto, quando questi ebbe dimora presso la corte aragonese. Il Lamattina, invece, contrariamente al Del Buono, pur affermando l’assenza di notizie precise sulla famiglia e la fanciullezza del Nostro, ci offre notizie nel suo primo lavoro, già riferito sull’Altilio, che riguardano il nostro messere e risalgono addirittura al periodo in cui il poeta aveva circa dieci anni. Il caggianese scrive che Altilio è figlio di povera gente e ciò lo dimostra  la XVIII elegia: "at lacrimis meam vitam lucere" e parlando a Solimena, suo amico d’infanzia, afferma: "Me quem paupertas iubet ire coturnis, delctat nitidis nulla puella comis". Zanchi e vari biografi dei secoli passati davano ad intendere, dice il Lamattina, che Gabriele Altilio avesse avuto i natali in Mantova e compiuti gli studi insieme al Pontano nella terra toscana. Tanto , a giudizio del biografo di Caggiano, non è da prendere in considerazione in quanto l’Altilio proveniva da una famiglia povera e pertanto, da quest’ultima, non poteva essere sostenuto soprattutto così tanto lontano dalla sua terra di origine.

Uno studio sulle opere del poeta per rintracciare elementi significativi e validi per la definizione intorno alla sua origine e alla sua vita ha rivelato quanto segue: l’Antonini in uno dei suoi discorsi sulla Lucania afferma che l’Altilio è di Cuccaro Vetere e, a suo sostegno, parla di una lettera che il vescovo umanista scrive al Signor notaio Nicola Laviano di Cuccaro Vetere, con la quale ringrazia per gli ottimi prosciutti, ma soprattutto per avergli fatto mettere a nuovo la casa paterna. A dare  risalto a questa lettera è specialmente Del Buono di Cuccaro. E come l’Antonini si era guardato scrupolosamente dall’affidare ai posteri ed al giudizio della storia l’originale di quell’importante lettera, né si era preoccupato di estendere le ricerche nei vari Archivi del regno e della stessa Cuccaro Vetere, dove certamente le famiglie nobili non mancavano  e dovevano pur esservi notizie dell’Altilio nei registri delle parrocchie, così oggi – ancora interviene il Lamattina  in Gabriele Altilio – il Del Buono attinge soltanto all’Antonini e né si preoccupa – prosegue – di spingere lo sguardo indagatore su  altre carte antiche. Giuseppe Antonimi è nato a Centola il 14 gennaio del 1683. Eustachio D’Afflitto, a proposito dell’Antonini e della sua opera, così aggiunge: "pur non negando che l’opera ha dei pregi, tuttavia l’autore è incorso in non pochi errori storici, si da falsare date, avvenimenti ed altro". Del barone Antonimi molti storici come il Principe Giacomo Racioppi, storico, politico ed economista, Michele La Cava, Giustino Fortunato e Benedetto Croce non si fidano dei suoi scritti e non lo nominano in tanti loro lavori storici. Molti  argomenti storici trattati dall’Antonini in "Discorsi sulla Lucania" non sono attendibili in quanto sono privi di documentazione e di fonti storiche di un acerto rilievo. Il Tafuri, biografo vissuto quasi nella stessa epoca dell’Antonini, pur accettando positivamente alcune notizie storiche e pure stimando come genuina la lettera in oggetto dell’Altilio, deve immediatamente ricredersi appena s’imbatte in una nuova notizia, che almeno parzialmente dovrebbe fargli credere la lettera come originale. Il Tafuri nel VI Discorso a pagina 340 così legge: "…e la particolare gratitudine alla di lui memoria (cioè alla memoria dell’Altilio) dopo aver fatto egli sposare Alberico Antonio (un antenato dell’Antonini) con Lionora figlia del famoso Pontano (IN NOTA: TAFURI M., Epitalamio di Gabriele Altilio, Napoli, 1803) Il Tafuri deluso per non aver potuto mai trovare alcun documento in proposito così afferma: "Io però non ho trovato alcuna memoria di questo avvenimento né presso il Pontano, né presso altri" (IN NOTA: TAFURI M., Epitalamio di Gabriele Altilio, Napoli, 1803) Eustachio D’Afflitto in questo modo considera e giustifica le molteplici inesattezze dell’Antonini: " ..la qual cosa non gli avrebbe fatto gran torto verso i veri dotti, i quali son persuasi che un uomo non può saper tutto, e che spesso o per difetto di libri o per la inevitabil noia e stanchezza, fidandosi su altrui parole, è tratto in errore". In realtà dobbiamo aggiungere, se l’Altilio veramente fosse nato a Cuccaro Vetere, tutti gli scrittori che han parlato di lui, l’avrebbero pur dovuto leggere in atti ufficiali della Diocesi di Policastro o di Capaccio; essi, purtroppo, hanno sempre riferito notizie vaghe ed incerte. Verso la fine del 1800 l’illustre studioso, l’emerito e chiarissimo professore dell’Università di Napoli, Erasmo Percopo, scoprì nelle carte dell’Archivio di Stato il luogo di nascita preciso del nostro autore. Il Percopo in "Nuovi documenti sugli scrittori e gli artisti dei tempi Aragonesi" alla voce "Gabriele Altilio" così scrive: (IN NOTA PERCOPO E., Nuovi documenti sugli scrittori e gli artisti dei tempi Aragonesi, Disc. VI) "Il più geniale poeta latino dopo il Pontano e il sannazzaro, della Corte Aragonese ebbe, in sul principio del nostro secolo, un amoroso biografo in Don Michele Tafuri Ma ei non vide che uno o due documenti del nostro Archivio di stato, né sospettò neppure l’esistenza di un codice di poesie dell’Altilio; onde converrà fare qualche aggiunta alla sua biografia. E cominciamo dalla patria. Il Tafuri, fondandosi su una testimonianza arrecata dall’Antonini nella sua Lucania illustrata ritiene che sia Cuccaro, terra del Principato Citeriore. (IN NOTA: Il Principato di Salerno ebbe origine nell’839 in seguito alla frammentazione di quella parte del regno longobardo chiamato "Longobardia Minore" (Langobardia Minor). La sua costituzione nacque dalla rivalità che contrappose Radelchi, responsabile della morte di Sicardo, al fratello di quest’ultimo, Siconolfo, nominato principe di Benevento dal popolo di Salerno. Lo scontro fra i due pretendenti si protrasse per oltre dieci anni, nei quali Siconolfo trasferì a Salerno la capitale del principato beneventano). Ma di un’altra di questo istesso Principato lo dice natio il nostro primo documento; Gabriele D’Altilia de Cagiano (novembre 1470): né pare si possa intendere d’alta persona omonima, perché come l’Altilio, avrebbe dovuta essere anche ecclesiastica trattandosi ivi del pagamento del Priorato de la salina, membro de lo sacro monastero de la Cava (IN NOTA: PERCOPO E., Nuovi documenti sugli scrittori e gli artisti dei tempi aragonesi, in Archivio Storico per le Province Napoletane, a XIX)

A mostrare la prova più sincera dell’origine caggianese del  poeta e delle sofferenze puerili di questi è il canto al fiume Melandro, che tocca i confini del territorio di Caggiano. Secondo il Lamattina non è questa la composizione casuale come il Del Buono vorrebbe far credere nella sua opera già citata. Il Percopo, comunque, attraverso numerosi altri documenti dell’età araganese, riesce a ricostruire tutta la vita del nostro Altilio, mettendo fine una volta per tutte agli inutili itinerari biografico-storici di eruditi più o meno faziosi o privi di carte.

Percopo ci presenta l’atto ufficiale che riconosce una patria certa al nostro Messere.

Don Egidio D’Angelo, un altro amoroso biografo del nostro autore, all’inizio del Novecento, così scrive: " Dagli accenni che il poeta fa nelle Elegie I,IV e VII del I Libro, non resta dubbio alcuno, per chi conosca la posizione, l’idrografia e il clima di Caggiano, che quivi egli sia nato…. (IN NOTA: D’ANGELO E., Gabriele Altilio, Carmina, Napoli 1914) Non esiste, comunque, una valida documentazione storica che attesti una data di nascita certa dell’Altilio; i documenti dell’epoca, patrimonio dell’Archivio Parrocchiale di Caggiano, sono scomparsi  per diverse ragioni.

Nel documento principale per la storia socio-economica caggianese e cioè nell’Onciario, risulta un elevato numero di gruppi familiari con denominazione "Altilia" aventi tutte abitazioni nell’antico rione ove l’illustre poeta aprì gli occhi alla luce della vita. (NOTA: LAMATTINA G, Caggiano e il casale di pertosa, Ed. Dottrinari, Salerno 1978, pgg 17,18) Nei "Fuochi del 1545" è dato rilevare una lieve trasformazione della denominazione "Altilia" dell’Onciario in "de Altilia". L’esimio storico caggianese, Paolo Carucci, nella "Monografia di Caggiano, Napoli 1911", così scrive circa la data di nascita del poeta: "Tutti gli scrittori e i documenti concordano con la data di morte dell’Altilio, ma non tutti per la data di nascita: secondo il Mozzarella e il Tafuri egli nacque nel 1436, invece, un altro documento, ma apocrifo, lo vuole nato nel 1470: certamente quest’ultima data è sbagliata perché in contrasto con tutte le altre date contenute nelle biografie. Infatti, se l’Altilio fu chiamato a precettore del principe aragonese nel 1482, mandato come ambasciatore al senato Veneto nel 1488, nominato Vescovo nel 1493, ne viene di conseguenza che egli avrebbe dovuto essere precettore a dodici anni, ambasciatore a diciotto e vescovo a ventitrè: il che è contro ogni logica. (CARUCCI P., Monografia di Caggiano, Napoli 1911, pg. 36 e ss)

Sempre nel Percopo leggiamo: "Il Tafuri ricorda solo il viaggio fatto dall’Altilio in compagnia del Pontano, nel seguito del Duca di Calabria, quando costui andò contro i veneziani (1482-1484): ma  i nostri documenti ci parlano di due altri viaggi dell’Altilio in Abruzzo: nel settembre – novembre 1487 e, con alcuni mesi di intervallo, nel marzo seguente era certo a Napoli tra i cortigiani del Ferrandino (NOTA: PERCOPO E., op. cit., doc. IX-X), nel maggio-agosto 1488. Il 2 settembre 1487, andava, dunque, per ordine dell’ Illustrissimo Signor Prencepe di Capua "da Pescocostanzo a lo Vicovaro al signor Virgilio (Orsini)" (NOTA: PERCOPO E., op. cit, doc. II-III); ed il 23 novembre dello stesso anno, ancora nuovamente " ad andare, stare e tornare da Populi a Bracziano, al signor Virgilio Orsini per servizio del prefato signore ((NOTA: PERCOPO E., op. cit, doc. IV)

In quell’anno, come abbiamo detto, già ascritto fra i "gentiluomini de casa de Illustrissimo Signor Principe", aveva una "provvisione" di una sessantina di ducati annui, e così fino all’ultimo di febbraio 1488; (IN NOTA: PERCOPO E., op. cit., doc. V-VI) ma dal primo annotava il tesoriere "se habia advertentia che li corre provvisione de cento ducati annui, augumentati per ordinatione dell’Illustrissimo Signor Principe" (IN NOTA PERCOPO E., op. cit., doc. VII)

Nel giugno del 1488, quando capita il secondo viaggio in Abruzzo, era a Lanciano; nell’agosto a "Righosonnoli". Il gennaio dell’anno seguente (1489) a Napoli, e pro, priamente a Pozzuoli;  (PERCOPO E., op. cit., doc. VIII-X) ed a Napoli rimase per  quasi tutto il ’92 (IN NOTA PERCOPO E., op. cit., doc. XI-XV), fuorché nel gennaio-febbraio quando lo troviamo in Puglia col Principe (IN NOTA PERCOPO E., op. cit., doc. XII)

Ivi "l’Illustrissimo signor  Andrea Matheo Aquevivo, marchese di Martina" dà in "manu di messer Gabriele Altilio de Cagiano" duecento ducati d’oro in oro, a XI carlini et mezo lo ducato, che so de carlini, a X  per ducati: duecentotrenta…; li quali lo predetto marchese ha graziosamente donati all’ill.ssimo signor Principe". Oltre la "provisione de l’offitio come ad Gran Comestabulo" Ferrandino  riceveva allora "seimila ducati l’anno" dall’avo e octocento dal padre:  ma questi non dovevano batagli per mantener la sua piccola Corte di poeti, umanisti, musici e gentiluomini…" Il 22 maggio del 1493 il reverendissimo messere Altilio fu mandato episcopo di Policastro (IN NOTA PERCOPO E., op. cit., doc. XIII)

Il Giovio, come già ho affermato, scrive che l’Altilio morì nel 1501, "sexaginta annis major", cioè all’età di oltre sessantenni. E ciò è facile dimostrare grazie a un dialogo del Pontano "l’Aegidius", nel quale l’autore parla della morte dell’amico poeta avvenuta pochi giorni prima. (NOTA: CARMINATI G.B., Epitalamio di Gabriele Altilio, Napoli 1803) Non si possono, comunque, nutrire dubbi circa l’epoca del dialogo del Pontano in quanto in esso viene fatto riferimento all’invasione del regno e alla partenza di Re Federico per l’esilio, avvenimenti  tutti accaduti nel 1501. Sulla data di morte di Altilio non possono esservi dubbi anche perché l’ultimo atto ufficiale del poeta in qualità di Vescovo di Policastro Bussentino porta la data del 20gennaio 1501: "Erezione della Congrega di S, Antonio di Padova in Battaglia, Casale di Cataletto Spartano". Nato, come abbiamo già affermato, tra il 1436 e il 1440 a Caggiano, della sua fanciullezza sappiamo quasi nulla, l’Altilio, molto probabilmente, studiò prima a Caggiano o, forse, presso i Padri Benedettini di Pertosa. Quando fu nelle grazie di Alfonso II d’Aragona – che lo volle precettore  del figliuolo Ferrandino – era già investito degli ordini sacri. Titolare del priorato della Salina, nella giurisdizione della Badia di Cava de Tirreni, nel 1470, pagava, sulle rendite di quello, una pensione di quindici ducati.

Negli anni 1482-84 seguiva Alfonso nelle guerre contro Venezia, attraversando l’Abruzzo, la Romagna, il Ferrarese e la Lombardia e fermandosi, dopo la pace di Bagnolo, qualche mese a Roma (agosto-settembre 1484). Nel 1485, dopo avere accompagnato Ferrandino in Puglia contro i baroni ribelli, lo seguiva nel periodo settembre-novembre del 1487, in Abruzzo, dove il nostro Messere aveva due incontri politici con Virginio Orsini. Ferrandino d’Aragona, fin da quell’anno, gli corrispondeva per il servizio di segreteria particolare ben sessanta ducati annui, portati poi, nel marzo del 1488, a cento ducati. Nel mese di giugno dello stesso anno troveremo l’Altilio, secondo la testimonianza di molti molti biografi tra cui il Lamattina, a Lanciano, nel mese di settembre a Rivisondoli e nel gennaio del 1489, a Pozzuoli (NOTA: PERCOPO E., Nuovi documenti sugli scrittori e gli artisti aragonesi, Gabriele Altilio, in Archivio Storico per le Province Napoletane a. XIX)

Il 14 novembre 1490 Ferrante il vecchio gli concedeva, sostiene il biografo caggianese, le prepositure di collazione regia di San Pietro di Capogalano, di Santa Vittoria, di San Pietro a Leporino e di santa Lucia DI Castelvecchio.Nel corso del  1492 lo troviamo ancora una volta in Puglia e di li accompagnava Ferrandino a Roma" (NOTA: ALTILIO G, Poesie Latine, a cura di Lamattina G., Ed. Dottrinari, Salerno, pg. 23-24)

L’8 gennaio del 1493, "vacato nuovamente" per la morte di mons. De Armene "l’Episcpato di Policastro", Ferrante I pregò Alessandro VI Vai a: Navigazione, cerca (NOTA: Alessandro VI, nato Roderic de Borja i Borja, italianizzato in Borgia (Xàtiva1º gennaio 1431Roma18 agosto 1503), fu papa dal 1492 alla morte. Il 25 luglio 1492 moriva papa Innocenzo VIII, uomo mondano (padre di numerosi figli, e di cui era orgoglioso) e venale che aveva praticato il nepotismo e la simonia, mal amministrando le già dissestate finanze della chiesa. Tre mesi prima era scomparso anche Lorenzo il Magnifico, privando così l’Italia di un’importante personalità politica continentale e di un fondamentale punto di riferimento dell’equilibrio fra gli Stati italiani all’indomani della pace di Lodi. Il contesto storico è completato dalla Reconquista della penisola iberica per mano dei sovrani Ferdinando II d’Aragona e Isabella di Castiglia, mentre la scoperta dell’America (12 ottobre) era, per tre mesi, ancora a venire anche se è singolare e per certi versi criptico che sulla tomba del suo predecessore vi sia un epitaffio che ricorda che la scoperta del nuovo mondo sia avvenuta sotto il pontificato di Innocenzo VIII. I tempi non erano ancora maturi, però per aspettarsi un pontificato molto diverso dal precedente. L’inizio del suo pontificato fu a dire il vero promettente, riporto ordine a Roma e cerco di unificare le forze cristiane contro il pericolo turco, ma ben presto si macchiò anche lui di nepotismo e di numerose depravazioni morali)

di conferirlo  "a messer Altilio; e la Santità di Nostro Signore rimase contenta e ne lo promosse".

Ferrante I scriveva il 9 gennaio 1493, a don Federico, Principe di Altamura: "secondo più longo ve scripsemo l’altro dì in cifra, piacene che la santità de N.S sia rimasta contenta conferire lo episcopato de Policastro al messer Altilio…." . Altilio, come si è detto, pur essendo stato nominato Vescovo di Policastro non si allontanò dagli affari politici. Tanto ci viene garantito dal fatto che  mentre i cardinali di opposizione stringevano lega a Roma con Prospero e Fabrizio Colonna contro papa Alessandro VI, egli giunse nella cittadina di Ostia per trattare con  il futuro Giulio II, allora cardinale più difficoltoso..Dopo la morte di Ferrante il vecchio avvenuta nel gennaio del 1494, Ferrandino, in veste di Duca di Calabria (Principe Ereditario) affidava al nostro autore pure la sua segreteria politica. I Diplomi di quel principe scritti dall’Altilio recano la seguente dicitura: "Dominus dux mandavit mihi Gabrieli Altilio", o le due firme "Ferdiandus-Gabriel Altilius" (NOTA: POMPEATI A.:, Storia della letteratura italiana, Utet, Torino, 1955, vol. I/4)

A dimostrazione del fatto che l’Altilio accompagnò Ferrandino persino nel suo inutile tenativo di fermare in Romagna l’avanzata di Carlo VIII di Francia, vi è il Diploma del 31 agosto del 1494 datato "in memore prope Caesenam". Il Lamattina nel suo libro dice:"dobbiamo credere anche che l’Altilio continuasse a tenere la segreteria politica quando Ferrandino salì sul trono; e lo accompagnasse ai confini del regno per un ultimo disperato tentativo di sconfiggere il re francese, come leggiamo nel diploma emesso il 2 febbraio 1495 a San Gennaro, diploma che porta la firma del re e dell’Altilio".  (NOTA: ALTILIO G., Poesie Latine, a cura di Lamattina G., Salerno, 1978)

 

Ciò che più di ogni cosa colpisce nell’attuare l’analisi di Altilio Gabriele (o Gabriello), uno dei migliori poeti latini emersi nel  1400, è il mistero della sua patria di origine.

In realtà, come abbiamo visto, il nostro Messere Altilio è conteso tra Caggiano, Cuccaro, Mantova e altri centri. E’ un personaggio tanto importante che attrae in forma peculiare non solo i lettori, ma gli stessi storici. Tutti hanno detto di lui, ma chi si è preoccupato di definire i precisi connotati? A tanta distanza di tempo, dal 1400 ad oggi, ancora c’è confusione. I due principali studiosi contemporanei in lite, come riferito, sono Gaetano Lamattina e Giovanbattista del Buono, l’uno di Caggiano, l’altro di Cuccaro Vetere, nel Cilento. Il primo, in sostanza, trova argomenti forse validi, l’altro si appoggia all’Antonini.

Il titolo accademico d’Altilio "Lucanus" genera solo confusione. La regione Lucania, storicamente estesa tra il Sele ed il Lao, cioè tra la piana di Paestum (Salerno)  e quella di Scalea (Cosenza), nel versante occidentale, e tra la Puglia e la Calabria (costa ionica), abbraccia i comprensori di Cuccaro e di Caggiano. Il titolo accademico del Nostro è insufficiente. Ecco il "busillis" per la vita dei Vescovi, come di altri personaggi. Di errori chiunque può essere tacciato, quando appaiono argomenti più precisi. Le ragioni devono essere chiare. Non può un tizio essere nato in più luoghi, né avere più case paterne, facciamo ridere! Nel caso di Gabriele Altilio può darsi che sia nato a Cuccaro, nel Cilento, perché ivi si trovava la madre. E non è la prima volta che questo accade. Infatti Mons. Nicola Carmelo Falcone, di genitori di Policastro, nacque a Napoli e si trasferì a Lagonegro, in provincia di Potenza. Gli storici lo dicono lagonegrese, ma di acquisto; Napoli non c’entra, e di Policastro è oriundo. Lo stesso dicasi di Mon. Ciuffi, Arcivescovo d’Antinopoli, casato a Sicilì (Salerno), che nacque a Torre Orsaia, dietro Policastro, perché la madre si trovava colà. Lo stesso dicasi del Cardinale Agnello Rossi, di famiglia lagonegrese, ma nato in Venezuela, ed è vissuto a Roma (ha avuto la cittadinanza lagonegrese). E’ lo spirito campanilistico che acceca e deforma lo specchio storico. Un altro caso strabiliante è quello di Mons. Florimonte, detto Galateo, del 1400, che preparò le minute a Mons. Della Casa per la stesura del famoso Codice educativo: nato a San Giovanni a Piro, fu Vescovo di Sessa Aurunca; uno storico del Regno di Napoli, parlando dei personaggi illustri di questa Diocesi, lo fa nascere a Sessa Aurunca (ma con quale coraggio?!…). Il guaio è che perfino gli storici più vicini ed interessati cascano in simili errori. La patria è data sempre dal ceppo familiare, che crea l’ambiente, l’humus in cui il figlio vive e respira, e da cui è educato. Ma i salti degli avi, nel caso di emigrazione, fan pensare pure i paesi!

La vita di Gabriele Altilio è piena di note controverse. Il Lamattina, accennando ai vecchi di Caggiano, afferma la esistenza di una casa paterna dell’Altilio. Cosa c’è rimasto, della abitazione presumibile di questo umanista in Caggiano?! Una cosa sicura è l’accenno dell’Altilio ai luoghi del fiume "meandro" che passa presso il centro abitato di Caggiano, nelle sue elegie, e la citazione di qualche terra, di cui era barone, detto "Gabriele d’Altilia de Caggiano". Ecco qui un altro caso di confusione. Spesso capitano scrittori e personaggi con due diversi cognomi: il Cardinale Benedetto Accolto o D’Accolti, fiorentino, Vescovo di Policastro Bussentino (1535-37), scrittore esimio. Così dovrebbe essere per i nomi Altilio-D’Altilia; però occorrebbe una dimostrazione pratica. Non parliamo di nomi latinizzati o volgarizzati o male scritti (caso di Mons. Missanello, Messanelli, De Messanella, Vescovo di Policastro Bussentino dal 1549 al 1577. Il suo nome in latino è inciso sulla campana grande di Policastro, da lui benedetta nell’anno 1562 "Missanellus". Il nostro difetto, fra gli altri, è quello della superficialità e della imprecisione, cose che fanno, con tutta la pazienza di questo mondo impazzire gli storici ed i ricercatori. Ma la verità è una sola!…. La patria dell’Altilio è controversa da più di qualche scrittore. Il suo famoso titolo "Lucanus" è sicuramente vago.  Il Coronelli, ( IN NOTA Biblioteca Universale: II, Venezia 1702, col. 1196) lo dice nato in quella poarte di Calabria, ch’è detta Basilicata, spostando molto in giù il sito, mentre era più a nord-ovest. Gli autori dell’Enciclopedia Utet (Torino 1857) lo dicono nato in Basilicata, zona più ristretta della Lucania, ma che non ha a che fare con la zona in questione. I medesimi parlerebbero, a nome di altri sconosciuti, di Mantova, quasi fosse conterraneo di Virgilio! Non è proprio il caso. Il Laudisio, nella sua pregiata "Synopsis" non ne fa cenno alcuno. Il Giovio, più addentro nel tempo,  dovendo da buon contemporaneo, scrivere nei suoi pregiatissimi "Elogia" i medaglioni di innumerevoli personaggi, non andò a fondo e si contentò di presentarlo come "Lucano" (IN NOTA: Selecta Elogia Doctorum virorum ab avorum memoria publicatis ingenii monumentis illustrium: Firenze 1554) Il Volpi lo dice ugualmente della Lucania (IN NOTA Cronologia dè Vescovi Pestani, ora detti di Capaccio, Napoli 1752)  L’Antonini lo dice nativo di Cuccaro "Produsse questa terra varj uomini di garbo, fra quali devesi il primo luogo a Gabriele Altilio, Vescovo di Policastro…." Nella seconda nota, sempre  Giuseppe Antonini, riferisce che "l’eruditissimo Avvocato Signor D. Gio: Antonio Sergio desiderando da me qualche lume sulla patria dell’Altilio, gli mostrai una lettre del medesimo scritto a Notar Nicola Laviano in Cuccaro, dove ringraziandolo di alcuni prosciutti mandatigli, dice aver veduto anche il conto della spesa fatta nella rifezione della casa paterna…." (In NOTA:  ANTONINI G., La Lucania, Parte II, Napoli, Tomberli 1759). A parte il fatto che né il Toppi, né il Sergio sapevano la patria dell’Altilio, nella lettera scritta al Notar Laviano non è detto dov’era la casa paterna da restaurare.  Se il De Adamo è detto "De Cuccaro", perché non lo era di Altilio? Non vorrei, per ora, dar subito torto al Del Buono; ma mi domando come presta fede  cieca all’Antonini e perché mai, prima di scrivere, non si è, secondo quanto l’archivista e bibliotecario dell’attuale Diocesi di Taggiano-Policastro,  Padre Giuseppe Cataldo, (mi riferì personalmente), benignato di accedere a Policastro Bussentino, per vedere se mai ci fossero memorie sul Vescovo Gabriele Altilio. Parecchi fanno così, o è presunzione, o sfuggono loro alcuni punti storici importanti ed evidenti. Le  Enciclopedie non danno sempre affidamento. Giovanbattista del Buono, nel suo chiaro "Profilo Storico del Basso Cilento", con sottotitolo "Gabriele Altilio da Cuccaro Vetere - Poeta  latino", stampato a Salerno nel 1983, oltre a citare l’Antonini, parla della Biblioteca di Vallo della Lucania, dove esisteva un dizionario, nel 1926, di cui non ricorda né l’autore, né l’edizione, ma che, se esiste, ancora non si può consultare. Perché non è andato a cercarlo. E poi i dizionari sono alfabetici! Questi fa una grossa requisitoria e attacca il Lamattina di Caggiano per i suoi argomenti labili. Il Lamattina, avrebbe contro di lui altre ragioni, però da chiarire meglio, prima di stabilire eventualmente la vera patria di Gabriele Altilio. Al contrario, l’Enciclopedia Treccani, che va per la maggiore, salvo errori possibili, come accade nelle raccolte universali, asserisce chiaramente che "Altilio Gabriele, nato al più tardi nel 1440 a Caggiano (Salerno), ecc." precisamente anche l’anno di nascita. Gaetano Lamattina di Caggiano, studioso e curatore di due pubblicazioni su Altilio, nel suo pregiato volume "Gabriele Altilio – poesie – Salerno 1978, oltre a farlo nascere nel 1436, prima di esaminare le belle poesie latine con note critiche e perfino un indice raro del secolo XV, come era di moda, detto appunto "Incipitario" (dalla prima parola che inizia i componimenti: incipit), e a  dargli per patria Caggiano, menziona una "monografia su Cuccaro Vetere, Salerno 1956", E chi ne è l’autore? (Siamo sempre li…) Indi cita l’Antonini di errore grossolano, ma senza esserne sicuro ( e non sappiamo se volontariamente o non) e porta una "ipotesi più probabile di un apocrifo nelle mani di costui", poiché l’Altilio non avrebbe mai potuto rinnegare detta patria tanto amabilmente decantata nella poesia "De Malandri fluivii amore in Feriam" Infatti il fiume Meandro passa a nord di quei di Caggiano, non di Cuccaro. La geografia, salvo che i fiumi abbiano cambiato nome, è sempre esatta! Poi che gli enciclopedisti siano incorsi in errori, è facile, dovendo raccogliere notizie da tutto il mondo. Ma che abbia sbagliato niente po’ di meno che un caro amico come il Tafuri, "amoroso biografo del poeta", questo è il colmo!… Lo scrittore si appoggia ad un documento, il famoso citato documento del novembre 1470, desunto dal Codice Aragonese, dove l’Altilio è detto "Gabriele Altilio de Caggiano".  Un certificato di natura amministrativa non poteva essere in errore, anche se il nome del creditore è D’Altavilla (nel caso si tratta della stessa persona). Ecco il testo: "Item recepi a VII de lo ditto mese da Gabriele d’Altilia de Cagiano, per mano de Ioseph, dudece ducati, tre tarì, due grani, li quali sono per lo priorato de la Salina, membro de lo sacro monastario de la Cava, in paga pro rata de XV ducati et sonno per lo anno: XII ducati, III tarì, X". LUghelli nell’Italia Sacra (IN NOTA UGHELLI F., Italia Sacra, Edizioni Coletti, Venezia, 1721, Tomo VII)  nota che D. Giovanni D’Aragona, tenendo in  commenda la Badia di Cava Dè Tirreni, tra il 1455 ed il 1470, conferì all’Altilio il priorato della Salina (IN NOTA: Codice Aragonese, v. XV, f. 49 r). Inoltre il Lamattina afferma che "i vecchi di Caggiano, ancora oggi, additano alle nuove generazioni e ai forestieri il vico dove – presumibilmente – era l’umile casa del poeta; tale vico da secoli ne porta il nome" (IN NOTA: ALTILIO G., Poesie latine, a cura di Lamattina G., Salerno, 1978, pg 40). Perché presumibilmente?! D’Angelo Egidio Raffaele, professore di lettere e sacerdote di Latronico(Potenza), asserisce che "dagli accenni che il poeta fa nelle Elegie I, IV e VII del I Libro, non resta alcun dubbio, per chi conosca la posizione, l’idrografia e il clima di Caggiano, che quivi egli sia nato". (IN NOTA: Gabrielis Altilii, Carmina, Napoli 1914). Infine non saprei come lo studioso Gaetano Lamattina possa dire spuria o apocrifa una delle Bolle di Altilio, recante data 21 aprile 1493, se era già vescovo di Policastro dall’8 gennaio. Che importa se non era in sede, poiché viaggiava spesso da Napoli e altrove e poteva benissimo scrivere bolle, come emesse dalla sede vescovile; le quali bolle, ricopiate dagli originali, erano autenticate dai Vescovi pro-tempore. Da tutto questo esposto occorre chiarire tanti particolari. Un ultimo documento, che può dar luce a tutto, potrebbe essere il frammento di lapide in marmo giallo, rinvenuto fra gli scavi di Policastro, nei restauri effettuati nell’anno 1969: "….lim. Poeta Nob (lissimus)". Qualora si trovassero altri resti con l’epitaffio famoso del Pontano "En tibi dant tumulos Musae…", allora si potrebbe onorabilmente leggere anche la scritta in cornice, che in breve mette il nome, la patria e gli anni di nascita e di morte.

 

INSERIRE DISEGNO DEL FRAMMENTO DELLA LAPIDE

DIDASCALIA: Frammento di lapide in marmo giallo, rinvenuto fra gli scavi di Policastro, effettuati nell’anno 1969

 

Vita di Gabriele Altilio secondo Gian Battista Carminati

 

Gian Battista Carminati nel suo "Epitalamio di Gabriele Altilio" (NOTA: CARMINATI G.B., Epitalamio di Gabriele Altilio, Ed. Stamperia Simoniaca, Napoli 1803, pg. 212) così afferma intorno alle notizie sulla vita del nostro autore: "Nacque Gabriele Altilio nella Lucania". Alessandro D’Alessandro (NOTA: D’ALESSANDRO A., Giorni Geniali, Napoli, 1400, lib. V, cap. I) nel descrivere una cena offertagli da Gabriele Altilio fa notare che dopo le ricche e gustose portate seguì frutta primaticcia venuta "ex lucano suo". Il Carminati prosegue il corso suo intorno alla vita del Nostro e così afferma nell’anno 1803 "Era però ignoto il luogo preciso, nel quale sortiti avea egli i natali; ma ora è indubiato di esser nato in Cuccaro, terra della provincia del Principato Citra, la quale forma una parte della Antica Lucania (NOTA: CARMINATI G.B., op. cit).

A valorizzare tale deduzione del Carminati vi è uno scritto dell’Antonini (ANTONINI G., La Lucania, Napoli 1797, Disc. V, pg. 337) "L’eruditissimo avvocato signor D. Gio: Antonio Sergio, desiderando da me qualche lume migliore sulla patria dell’Altilio, gli mostrai una lettera del medesimo scritta a nota Nicola Laviano in Cuccaro, dove ringraziandolo di alcuni prosciutti mandatogli, dice aver veduto ancora il conto della spesa fatta nella rifrazione della casa paterna; e ch’egli sarebbe venuto da Policastro a starsi due settimane, ed avrebbe veduto, se d’altro c’era di bisogno". Nella sua Lucania illustrata così scrive l’Antonini sull’Altilio. E secondo il Carminati, come è dato rilevare in una nota nel suo citato lavoro  sulle notizie intorno alla vita del vescovo e poeta, questa testimonianza dell’Antonini è vera e genuina. Il Carminati ritiene che lo storico viaggiatore Antonimi poteva conoscere sufficientemente  i fatti che caratterizzavano il percorso esistenziale del nostro Messere, poiché i suoi predecessori furono in stretta corrispondenza ed amicizia con questi. L’Antonini nella pagina suddetta così scrive: "E la mia casa particolar gratitudine alla di lui (dell’Altilio) memoria deve, per aver fatto dare in matrimonio ad Alberto Antonimi, dal famoso Giovanni Pontano, la sua figlia Lionora. Non esiste, anche secondo Carminati, memoria alcuna di questa Lionora, né presso il Pontano il quale nomina le altre sue figlie, né presso altri. Il Carminati conclude la sua interessante nota in questo modo: "Si fa d’uopo avvertire ancora, come Basilio Zanchi e Girolamo Amaldeo lo disse Mantovano, nel che si sono ingannati; e nella prima edizione Aldina delle poesie dell’Altilio del 1528 leggesi questo titolo: "Gabrielis Altilii Patritii Napoletani, " qual titolo poi non fu ripetuto nell’edizione del 1533 fatta da Aldo istesso, segno evidente di essersi accorto dell’errore prima commesso. Il Giovio (NOTA: GIOVIO P., Selecta Elogia Doctorum Virorum ab avorum memoria publicatis ingenii monumentis illustrium, Firenze 1554, pg. 21 ss) ritiene che il poeta sia morto  nel 1501 e ciò è vero secondo il Carminati; l’Altilio sembra essere morto ultra sessantenne e , a convinzione del Carminati, sembra essere nato pochi anni prima del 1440. Un altro biografo, l’Afflitto, non risulta della stessa opinione di Giovio a questo riguardo; egli, infatti, pretende farlo nascere poco dopo il 1426 e propriamente nel 1428. Sull’appoggio di un luogo del dialogo "Aegidius" del Pontano, uno degli interlocutori parla in questo modo di Messere Altilio al Pontano stesso: "Hominis tecum e puero educati in litteris, versatique in disciplinis summo cum labore et studio". Ciò per il d’Afflitto: "val quando dire l’uno coetaneo dell’altro, perché i fanciulli di una medesima scuola sogliono essere di una medesima età. Ora il Pontano nacque intorno al 1426 come ha provato il P. Sarno nella vita che ne pubblicò (Neap. 1761)" Il Sarno, comunque, è felice di avere scovato nuovamente il giorno della nascita del Pontano e cioè il ventisei dicembre. Non si è ingannato – dibatte in nota Carminati -,  (NOTA: CARMINATI G.B., Epitalamio di Gabriele Altilio, Stamperia Simoniaca, Napoli, 1803, pg. 27 e ss) quest’ultimo dice che il ventisei dicembre fu il giorno del suo onomastico e quello della nascita fu il settimo del mese di maggio, come ci lasciò detto anche il Cariteo in un suo sonetto. E’ quindi facile definire, come consigli il d’Afflitto, la data di nascita dell’Altilio con l’anno 1428. Non si può effettivamente immaginare una differenza maggiore di due anni tra fanciulli d’ingegno e di studi uguali. Il Pontano è certamente superiore con la sua testimonianza alle convinzioni del Giovio. L’Altilio effettivamente svolse una parte dei suoi studi in Perugina ove la fortuna volle vederlo amico con il celebre Pontano, che ne ha lasciato la memoria. (NOTA: POMPEATI A., Storia della letteratura italiana, Utet, Torino, Ed. 1955, vol. I – 5) L’Afflitto considera veritiera l’ipotesi che il nostro umanista fosse stato mandato per lo studio della grammatica dal Principato Citra fino in Toscana.

Alfonso d’Aragona nel 1442 si impossessò del Regno di Napoli, questi dimostrò durante il corso della sua esistenza, pieno amore per il mondo letterario-culturale. E a dimostrazione della sua alta sensibilità letteraria adunò nelle sue reali stanze un’Accademia letteraria. Tale Accademia era presieduta dal celebre Antonio Bologna, detto il Panormita (NOTA: TARTARO A., Il Quattrocento italiano, letteratura italiana, Ed. Laterza, Bari LIL, II, 1971, pgg. 244-245). Siamo certi nel dire che seguentemente anche il Pontano entrò a far parte  di questo cenacolo di cultura del XV secolo, ma in quanto insicuri circa l’intervento dell’Altilio, nessun documento – afferma Carminati – è a dimostrazione di ciò. Non si può, insomma, ritenere che anche egli fosse intervenuto con le luminose figure nell’Accademia, almeno in questo primo periodo. L’Altilio, prosegue Carminati, (NOTA: CARMINATI G.B., Epitalamio di Gabriele Altilio, Stamperia Simoniaca, Napoli, 1803) è facile che a causa della fama dell’accoglienza e protezione del Re Alfonso per la gioventù incline allo studio letterario, sia stato inviato, comunque, dai genitori nell’ambiente napoletano e quindi nell’Accademia del Regno di Napoli. Il Giovio (NOTA: GIOVIO P., Elogia doctorum virorum, Basilea, 1677, pg. XXXXI e ss) scrivendo che l’Altilio è morto "sexaginta annis major", ci consente notare, che avesse avuto quattro o cinque anni oltre  ai sessanta.  E sebbene l’Altilio, stando a quanto affermato, non fosse nel 1450 che un fanciullo già si dimostrava partecipe allo studio in forma ottimale, facendo già in questa precocissima età immaginare l’esito favorevole che nel campo letterario e culturale in genere avrebbe ottenuto nei suoi anni maturi. Sin da giovanissimo Messer Altilio ebbe il Pontano come degno amico, presso l’Accademia letteraria del Re Alfonso, prosegue Carminati. "…Questi due felici ingegni si educarono nelle lettere, e civennero così dotti, ed eruditi, che si attirarono l’ammirazione di tutti; e quivi essi per l’uniformità degli studi, e per l’aureo lor costume contrassero quella ferma, e rara amicizia, che mai più gli disgiunse". Seguentemente alla morte del Re Alfonso, l’Accademia letteraria, da questi fondata nella Napoli del tempo, fu ancora retta dal Panormita e dopo dal Pontano. L’Altilio intensificò il suo rapporto con l’Accedemia delle lettere. E a causa dell’assidua presenza del nostro autore in quelle adunanze nel dialogo "Aczius", pregò l’Altilio a mezzo il Puderico (uno degli interlocutori) a fare una prolusione storica. Pontano scrive: "quod te, astili, per musas rogatus, serque communem hunc consessum, cujus honestandi fuisti sempre studiosissimus" I sudori letterari dell’Altilio non furono vani quando nell’epoca aragonese, Alfonso Duca di Calabria,  gli corrispose venerandoloe proteggendolotra le migliori letterate persone del tempo. Il Galateo ci prova decisamente la molta consolazione che il Duca aveva del nostro erudito autore. (GALATEO A., Ad Chrysostomum de Prospero Columna et de Ferramusca, in Spicielegium Romanum (a cura di S. MAI) Roma, 1839). In una lettera, infatti, indirizzata a Belisario Acquaviva, così possiamo leggere: "Alphonsus junior pancas habebat litteras; sed doctos viros in maxima sempre habuit veneratione. Pontanum ut patrem coluit, et summis magistratibus honoravit, Gazam, Argyropolum, Chrysostomum, Albinum, Chariteum, Pardum, Hermolaum, Picum, Petrum Leonem, Gerardum Veronensem sui temporis veneratus est". Questa epistola insieme a numerose altre del Galateo sono state favorite dall’illustrissimo e lodato signore Duca di cassano-Serra al Carminati. Il Duca si curò di farle trascrivere da un codice giunto casualmente al chiarissimo Abate D. Gaetano Marini il quale in seguito lo ha depositato nella Biblioteca Vaticana della quale, al tempo di Carminati, è stato custode degnissimo. E poiché risultò necessaria una persona di grosso rilievo culturale da destinare alla educazione di Ferrante Principe di capua, primo tra i figli di Alfonso, fu prescelto il nostro messere. In una lettera  a firma di Galateo indirizzata al Principe di Capua è possibile scorgere che l’Altilio veramente è stato l’istruttore del Principe medesimo; una lettera dalla quale, secondo il Carminati: " rilevasi essere stato l’Altilio versatissimo nel greco e quanta cura prendevasi per istruire il suo illustre allievo". Oltre alla testimonianza epistolare offerta dal Galateo, merita peculiare attenzione per la valutazione di quanto affermato una canzone in lode degli aragonesi del Cariteo. Quest’ultimo ebbe a dichiarare ciò che segue sul Principe di Capua: "Per farti il ciel più chiaro, e più beato, / Acciocc’ia te non fusse altro simile / In ogni uman costume, ed azione / Col bel liguor del suo saver gentile / Le muse t’han nutrito ed educato /Ne le braccia D’Altilio tuo Chitone. / E in mezzo al sacro fonte d’Helcone / Phebo ti diè la dotta lira in dono / Per man del gran Berrasio, e l dolce canto, / Che diero al tracio Orpheo il primo vanto". Messer Altilio come da Alfonso Duca di Calabria, così dal suo allievo, il Principe di Capua, ottenne ben presto una generosa ricompensa che consisteva in un’annua pensione di dodici ducati. Era questo il tempo in cui all’Altilio venne conferito il Monastero di Santa Maria de Luco. Il beneficio annuale devoluto dal Duca di Calabria e dal Principe di Capua veniva destinato a favore del Monastero di Monte Casino. La nomina del Monastero, prima che al nostro autore, apparteneva a Gio. di Aragona; questi in un ordine diretto al Tesoriere di Monte Casino contraddistingue l’Altilio denominandolo persona virtuosa e degna di onore. L’ordine viene comunicato dal Signor Ardito al Carminati: "Nui ne ricordamo più tempo fa, ad istanza dell’illustriss. S. Duca de Calabria nostro frate observandissimo, conferectissimo et decimo gratia del Benefitio, o vero Prepositura de Santa Maria de Luco al venerabile Gabriele Altilio Preceptore del Illustriss. Signor Principe de Capua persona virtuosa et degna de honore. Al presente ad istantia de li predominati Signori Duca et Principe de Capua li havemo facta gratia de la pensione de dudici ducati annuatim faceva, et è tenuto fare al nostro Sacro Monistero de Montecasino per la dicta  Prepositura; et cussi ve dicimo et comandamo, che tanto per lo passato si fosse tenuto, come per lo advenire durante lo nostro beneplacito, et finchè per nui ve sara scripto in contrario, non li debbiate dare impaccio alcuno de dicta pensione, ma ante li farrite la polisda singulis annis per cautela de recepito, et poneriteli a li nostri computi, che sempre ve li faremo buoni: la presente volimo restituiate al presentante per sua cautela, abita copia in for a autentica per cautela vostra, quale volimo ve sia sufficiente, nel ponere de vostri computi, et non fate lo contrario per quanto avite cara nostra grazia, Datum in nostro Archiepiscopali palatio Salernitano XXIIII februarii 1483. La presente volima li sia sempre volitura per finche non haverite da  Nui spetial comandamento in contrario fando entione de questa. Datum ut supra- L. Aquilanus Episcopus"

L’Altilio fu in Corte e quivi dimostrò destrezza negli affari di stato e di politica. L’anno  1482 vide l’Altilio arruolato nell’armata della lega capeggiata da Alfonso Duca di calabria. Questi affrontarono i veneziani. Il Pontano partecipò all’armata in veste di segretario di Alfano. A prova del lungo viaggio italiano del Pontano insieme all’Altilio: " Peragnasti mecum bonam Italiane partem. Vidisti portus in oris maxime fluctuosis a nostris m

ajoribus manufactos. Transisti flumina firmissimis, atque longissimis pontibus superstrata. Pervasisti paludes olim maximas ab illis post expurgates…."

 

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