IL SOLE NEL CUORE di E. La Greca

Pubblicato il 15 Maggio 2010 in Società

Il sole nel cuore – poesie d’amore e di passione, politiche  e sociali di E. La Greca (composte dal 1984  al  2009)

SUD COME AFRICA

(1984)

 

La raccolta di questo genere di poesie contemporanee, sociali e politiche, nasce quale conseguenza delle varie tappe di un itinerario  percorso in tutto il Sud. La sofferenza, l’abbandono, la miseria sono i protagonisti ritrovati nel vasto territorio attraversato. “Sud come Africa”, è il tentativo di evidenziare la condizione di vita disagiata del Sud, denunciandola schiettamente con estrema semplicità ed amarezza. Vari momenti si fondono in questa pubblicazione, dando così una immagine dell’Italia Meridionale identificata in una realtà “depressa”. Il filo di voce che trovava la forza nei ricordi e le mani nello sfrenato gesticolare, nell’intercalare di immagini antiche della gente del Sud, divenivano momenti di alto contenuto culturale dei valori chiari ed immutabili di un tempo durante la fase di ricerca del materiale della tradizione orale; materiale pubblicato già dal Centro di Cultura storica e Tradizioni Popolari “Cilento Ricerche”. La riflessione di questi momenti ha suscitato una emozione particolare. Ho sentito necessario mettere sul foglio quelle speranze svanite, quei sogni delusi, quelle aspirazioni e sofferenze maturate in un contesto particolare quale è quello del continuo abbandono del Sud. Appartengono, dunque, le poesie di questa raccolta ad una esperienza personale, diretta, che soffre la realtà politica, sociale e drammatica degli uomini del Meridione. Il discorso avanzato in “Sud come Africa” s’identifica nella realtà contemporanea riflettendosi  in squarci di abbandono del Sud Italia e nella netta divisione fra il Settentrione e il Meridione. La raccolta è l’immagine della realtà di vita e cultura sicuramente diversa dalle altre e magari anche più arretrata, però con un’autentica fisionomia che permette uno sviluppo soggettivo nel contesto sociale odierno. “Sud come Africa” si caratterizza quale contestazione dell’ingiustizia sociale che si rispecchia ideologicamente con l’intero continente africano indotto a soffrire. E’ la volontà, come per i negri, dell’affermazione della propria razza ed il recupero delle tradizioni indigene, così per noi, della riscoperta delle radici autentiche nella realtà di questo tempo. Dai sentimenti di un mondo abbandonato in cui si è vissuti si vuole arrivare ad affermare il diritto umano verso la propria cultura e nei confronti  del senso di libertà, nonché quell’alto senso di amore nei confronti della propria terra e della nostra storia individuale e collettiva. “Sud come Africa” è una “carrellata” poetica che vuole sottolineare il contrasto amaramente toccante fra le “due Italie”; contrasto che tende sempre più, con il passare del tempo, ad aumentare la propria dimensione e vede il Sud, purtroppo,  condursi all’abbandono addirittura da se stesso, rischiando la perdita, già in atto, della sua cultura, della realtà sociale di un tempo remoto.

 

L’Autore

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dal distaccato silenzio dei monti, o dall’arcano vuoto del cosmo, dal travaglioso cammino dell’uomo, o dalla remota angoscia del mondo la poesia ricava i motivi della sua origine, e si realizza in linguaggio: rappresentazione o forma dell’individuo, che, anche se non raggiunge il sublime, resta valido mezzo di dialogo tra quanti sanno usare le corde dell’anima. Eppure per molti, per coloro cioè che vivono di puro intelletto, è difficile riconoscere giusto questo bisogno dell’uomo di rievocare passate purezze ed affacciarsi da questa finestra del mondo, per cercare se stesso e la possibilità di comunicare con gli altri, al di sopra delle dimensioni dell’accettata materia, afferrando il dialettico senso del male e del bene. Forse questa l’origine di una malinconica levità di pensieri e di idee, che possono affidarsi solo al canto segreto dell’anima: delicato tessuto di cui si compone la collana “Poeti d’Oggi” ed entro la quale questo lavoro di Emilio La Greca è stato inserito, come pregevole edizione, nel gennaio del 1985. E così per questa religiosità di intenti, sopra riferiti, lo stesso lettore avvertirà nell’essenza di queste composizioni il carezzato disegno di un sogno, quello di alimentare nel cuore “l’eterno”

                                                                                                           Gabrieli Editore – Roma

“…Cristo non è mai arrivato qui, né vi è arrivato il tempo, né l’anima individuale, né la speranza, né il legame tra le cause e gli effetti, la ragione e la Storia…”

 

Da: “Cristo si è fermato ad Eboli” di Carlo Levi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sud come Africa   Sud come Africa, vergine all’incessante ritmo della vita, trafitto da stelle sperdute e rare, di passato assai presente, misero e muto, tale e quale. Sud come Africa che hai nutrito speranza di tempo che è venuto, ti struggi nei silenzi di abbandono per incatenarti al futuro di Torino e di Milano, nell’affermazione della razza e della vita. Sud come Africa, ti scorgi nel disprezzo degli uomini uccisi, con gli artigli del Nord industrializzato, sofferto nel grido senza parole, nel canto infinito di recessi lavorato  da forti raggi di sole. Sud come Africa, perduto con melodie di madri nei cupi silenzi delle notti, di seni dati ai figli per la vita, terra di vivi, terra di morti, sei moglie debitrice a promesse di silenzio e cerchi il tuo corpo nella forma, nelle ore oscure di lamento. Sud come Africa, indigeno e separato dal senso della vita,  cogli pena e sofferenza di incomprensibili misteri.

 

 

Donna  Santa e puttana, quella di mistero, protagonista d’illecito amore e di silenzio oscuro e di timore, grida sua miseria, pretende sosta alle sue lacrime. E compiacente, oltre incenso e orazioni disperate, intervallando affannose fatiche, poco compiacente, scivola in logorati letti signorili, batte colpi d’amore e di passione con sospiri amari di storica solitudine,  aprendosi alla speme del sollievo e della vita. Femmina di preti profittatori  di poco stupore, madre di figli perduti  nelle catene di montaggio,  provato animale da soma,  si mena a rubare aria e libertà, pane e vita.  E con passivo annuire, con gesti ancora prigionieri, con la maschera spudorata dai naturali pensieri, si ricompone per altra fatica e  vinta e muta, si mostra in risalire di scale; con la faccia ancora dignitosa taglia aria e occhiate. E nel ciarlare delle piazze coglie sue lacrime entro livido mattino, con apparente fiero portamento, conduce pensiero e cuore a figli illegittimi, venduti alle distese gelide del Nord, ai silenzi umani, agli spazi dolorosi scanditi dal lavoro sindacale. Ora rattrappito e solingo il cuore si porta alla cucina e, col groppo della pena che affoga, sue lacrime vanno alla giara.

 

 

Aria  Aria dagli intrecci di pensieri. Aria di dolori arrovellati e donne spente, di silenzi roteanti alla vita, nel divenire delle notti, nell’anticamera del sonno.

 

Ragione Le mogli sono stanche dei mariti. I mariti sono stanchi delle mogli. I figli sono stanchi dei padri. I padri sono stanchi dei figli. Il presente è stanco del passato. Il passato è stanco del presente. Gli uomini frantumano l’esistenza con la continua, povera scommessa nella ragione.

 

 

Melodramma  Luce  in queste cornici di agonia. Passa il tempo della notte con aliti di speranza. La fissità delle ore conta l’età sempre uguale della vita. Melodramma consueto di ogni gelido mattino ove uomini vanno  misurati nell’opera della dura fatica verso tempi nuovi. E in queste luci sommerse, nello spazio di cielo e nella voce vibrante dell’infinito, donne posano su guanciali, ove si è fusa la vita all’amore e alla passione,  e restano sospese, dileguandosi negli spazi dei sogni prima del reale.

 

Politici Dalle elezioni non foste partoriti, ma estromessi. Vi salvammo la faccia e con il tempo qui, ove ingrassano silenzio e miseria, abbandonate alla fissità persino i vostri padri. Eccovi battezzati dalla terra ove siete nati e siete morti, eccovi di passaggio ai funerali dei carabinieri partoriti dal Sud gravido di fame e obeso di miseria; eccovi ancora nelle sale romane, affrescate di finissima arte e arricchite di cetra e liuto ove apparente compare il perbenismo; eccovi nei palazzi d’onore come  in una festa di partito e poi scoperti a sollucherarsi al vero sole che allieta e ingrassa o strappa sudore e usura.  Qui è senza sollevamento la solitudine, figlia delle vostre promesse. E chi è costretto a stare resta e tace, sentenzia la sua vita.

 

 

Uomini di paese Composti all’ombra di melodie nello sconosciuto vuoto della profonda bellezza, alla fine della festa, uomini di paese, fluiscono alle case deserte. Ore sommerse da fiaschi di vino svuotati stanno a barcollare lasciate senza più rivedere ultimo sole. Colmi spazi di attesa, sfumati pensieri di miseria, fusi dolori di solitudine e fatica e uomini composti nel vino, nello zelo che non bada proibizioni, stendono cuori e menti al riposo e ristanno come prima senza follie, dopo la metamorfosi della notte, alla fatica persi e trafitti dal destino confinati sotto bianche nuvole di eterno paradiso.

 

 

Brigante L’ultimo proletario saccheggiatore, ladro ed assassino del Sud, l’ultimo masnadiero  eroico di prestigio, simbolo di aspirazione, l’ultimo brigante nella metamorfosi del tempo si presenta nella lista all’elezione.

 

Vecchi e santi Sud invalido civile, inadatto a vivere la vita, dispensato dal compiere lavori. Sud miracoloso di tribune elettorali, dei comizi in piazza, conteso da missini a radicali. Sud del piatto caldo fortunato, di ministri con il portafogli, di tutto liscio senza imbrogli, di scosse ondulatorie. Analfabeta, senza nomi grossi e professoroni, senza Agnelli, Negri e Andreotti, Zeffirelli e Mondadori. Sud di sante messe, preti, santi e litanie, di vecchi, carte, bar e così via.

 

Le madri Il Viaggio si conduce per paesi. Musicalità incorporata nella vita si conclude. Monti ammantati di nero contano gente di lutto alle valli. Aria  tinge silenzio e fantocci di presepe stanno inanimati senza suono di vita. Madri proprio qui non ridono e non lo so spiegare, stanno luttuose nelle vesti di nero con gli occhi dello stesso colore. Cantano litanie e logorano corone, hanno facce come dipinte di gesso, fatte di solo biancore e fisse stanno nell’aria di sol gelo come impietrite. Le notti delle madri sanno di silenzio e i giorni uguali.  Sono femmine caste di pietra, amano mariti se ordinato, confondono amore sacro e profano sui letti di paglia caldi e affossati nella magica spaziatura delle notti mute e misere di stelle. Raccolgono albe e suggellano fatiche e amori. Ora sbatacchiano finestre per il vento e corrono ai ripari, portano figli  nel cuore mussitando prece e ascendono con pena e  benedizione oltre confinati spazi di conoscenza. 

 

 

Suono Quegli ascosi casolari bianchi, fra disteso silenzio pesante della notte e nei gruppi snelli e solitari di un’isola di monti spogli e senza cuore, quei fantasmi bianchi, ascesi al cielo, posati nel precipizio,  entro tetro paesaggio lunare, stanno senza esistenza provare finchè il mattino non genera luce. Suoni di scarponi usurati, di muratori contati, calzolai invecchiati, contadini curvati, di buoi e aratri, di silenzio e di dolore, di analfabeti, di emigranti e suoni a suoni addensati come di niente e di nessuno, senza entità, mistificati. Poi suono di speranza nel partito, nel politico di turno come grido solingo nell’immensità dell’universo, fino alla fine della luce perfetta di un giorno che ancora muore.

 

 

Promesse Al Sud vedemmo la luna un altro paese, il partito un’altra forza, il candidato alle elezioni elemosinante di voti, il bicchiere senza vino e le teste senza equilibrio, madri piangere figli disoccupati ed eletto il candidato di fiducia. Alla fine furono ingannate promesse di politici buffoni e perso il cenno di consenso nella fede.

 

 

Politica Si parte oltre i monti, nella frescura dell’alba, facendo proprietà quel serpeggiare di sentieri polverosi appesi ai pendii erti e rocciosi per una manciata di natura, nel bagliore di luce che acceca e bacia il viso come madre premurosa e di speranza. Monologa l’amico la politica in faticato, maccheronico italiano. E politica è l’onorevole influente che rumina richieste di lavoro; politica è morte di rumore, solo attesa e sconfinato silenzio di chi alterna la miseria alla miseria. E di poco fuori dal cerchio delle  parole, chino a se, sconfitto dalle attese, annuisce impoverito di forze, il vecchio, con la saggezza votata allo sconfinato silenzio e alla fissità del paesaggio, vinto dall’immobilismo delle promesse e aperto straordinariamente alla luce come il giorno, già rassegnato ad essere tramonto, epilogo dell’alba.

 

 

Grido e paesaggi  Continuità di un grido e paesaggi. E’ come la terra promessa il Meridione d’Italia. Spezzano tradizioni padroni di industrie, politici e crisi di governo. Vanno a farsi proroghe di promesse nell’aria vergine, senza amore profondo di ciminiere. Stonano cantori rivoluzionari, sempre più diseredati con il grido giusto nei paesaggi muti, senza respiro. Il tempo misero e reale esemplifica il pensiero del benessere, in quelle grotte meridionali di lupi, nella rincorsa al tempo per la tredicesima di anziani, ove niente è pari al sole in questo profondo Sud di grido e paesaggi.

 

 

Ritorni Ritorni in questa distesa di reale, al mezzogiorno, oltre i confini della tua nuova casa, entro la tua stanza, nei cuori  dei parenti modellatori dell’ultima speranza e nell’anima del sacro e profano, nel silenzio raccoglitore dei momenti, al fuoco di finto calore, agli occhi della tua vecchia, al pulviscolo di sole che hai respirato. Ritorni e quasi stai estraniato dalle prime cose, senza soluzioni di eguaglianze, resti aggrovigliato nella miseria che ti ha generato, tagliato dalle metropoli insipide dell’Italia industrializzata. Confuso in tempi di atmosfera ancora passata, nel quadro del silenzio e della commozione, con allegria nell’animo asciughi lacrime materne e più incatenato al proprio, nel silenzio della vallata, in questo spazio che ha l’aria pungente e le sequenze della incancellabile storia, ritorni.

 

Treni  Un carosello di bestie soltanto ed è tempo di fiera. Portateci al paese i figli per la festa, dalle catene di montaggio, treni del Nord. L’aria ha nutrito il cuore di malinconia a queste madri nascoste negli scialli che nel saluto  fungono ricami di allegria.

 

Primitivi  Sgranelliamo esistenza stando al progresso primitivi, scontiamo solo fatiche prima di finire e lasciati entro silenzi di paesi, stiamo come vecchi abbandonati nella rincorsa agli ultimi respiri.

 

 

Soli  Stiamo qui, in quest’altra Italia, la sola barcollata. Sentiamo i rumori delle industrie e ci smuoviamo appena un poco nel boato del progresso. Nascosti e muti nel silenzio che già basta, stiamo soli e la morte ci sovrasta.

 

 

Mercato degli schiavi   Voi padre avete venduto all’asta sulla piazza del duomo di Altamura i figli del Sud alla pesante masserizia ed esposto merci come al mercato degli schiavi, accettando concessioni di figli a ventimila al mese. Sud della compravendita dei nascituri, falciato dai contratti di lavoro, del sussidio disoccupazione, di fatica e di sfortuna, ti sei venduto sulla piazza del duomo di Altamura.

 

 

Le parole sono pietra   Si corre ubriachi di luce e fatica, lavati dal sudore in assenza di forza e rassegnazione. E qui all’esistenza si risponde vivendo con finzione.  Si sta persi nel lamento senza fine, in un traboccare di idee, nello svanire di speranza, nelle valli e nel gelido grido solo in cerca di vita. Qui si muore fra gli occhi della terra,  nell’inconsapevolezza della vita ove  parole sono pietra.

 

 

1828: rivolta contadina Sentiamo voci spezzate dei profeti del duemila, vediamo come adesso il Cilento, si sangue alla rivolta contadina, collegamenti di pensieri funzionare col telegrafo di fumo e rimanere misera la “terra dei tristi” dove stiamo duri. Tempo dei Capozzoli banditi dalle teste esposte sulle picche a Monteforte e Palinuro, degli sprovveduti dell’esistenza dei Borbone e delle rivoluzioni, della terra sorpresa da fughe, rapine ed occupazioni. Scorgiamo facce disperate, anime dei paesi di rivolta e feudalesimo e riforma nel canto penoso di morte; spazi montuosi e distesi dell’avanzata dei ribelli dalle coccarde bianche cucite nelle notti compaiono come degli uomini brandelli. Qui, dove hanno lavorato fucili per l’esecuzione e mannaie alla decapitazione, pendono uomini stremati da fatica. E’ il lezzo di questi a nutrire corvi affollati nella vita. Sentiamo voci disperate e canzoni di morte e grido infinito di dolore nel silenzio profondo e nell’aria che nega la vita,  dei profeti del duemila, ma sulle macerie risorgono muri, nei giorni all’esistenza si dura.

 

 

Cafoni. L’aria è del tuo fiato verginale, oh Sud. L’aria è di cafoni senza fabbriche che nel vento povero stanno nella muta fissità, senza svincolarsi dalla condanna. E in quest’aria di poco i cafoni prestano mogli alle fatiche e le colgono di sudore e stanchezza prima della notte; danno allo sfruttamento giovani amori già segnati di rughe, tagliati nell’intimo, offerti alla miseria di lacrima e lutto. Cafoni amano, oltre la ferialità, giovani metà mascherate di vecchiaia, stringendo cinghia e cuore. Amano sante ignorate, senza nicchie e calendario, profferte alla famiglia, al sacrificio; amano femmine fedeli, chine a muti e sordi Cristi,  genuflesse al potere del destino, perdute con lo sguardo, devote e oranti fra colonne e sacri altari festivi. E sono femmine di casa, senza ornamento, e solo di poco sollevate nelle suppliche di santi in quelle chiese buie di polvere e silenzio, di stole, sottane, porpora violacea; in quelle chiese di festa senza festa, di amore senza amore. E’ stanco di noi ogni tempo. La vita volge e manca, si ristà nelle folate di abbandono col peso della solitudine, senza Dio che sente, noi e il silenzio.

 

 

Svegliati. Spezziamo il vento della miseria, il sole della tristezza, le forze della fatica e svegliati antico Sud. Il tuo grido giunge oltre gli spazi del tempo, convive con urla diverse e disperate, gusta il pranzo misero dei poveri e riversa nella musicalità della vita, si confonde con i suoni nuovi. Sud, fuoco che smuovi la terra, donna che accechi gli sguardi, oscuro che dipingi le notti, silenzio pesante di fatica, sudore di vecchi, predica di preti e deputati, madre sfinita, merce all’asta della miseria, terra che dissolvi il grido della disperazione, luce che muore nel cuore dell’afflitto, svegliati nel margine di vita nell’antica notte di paura e silenzio, risuona in forma nuova tuoi sogni e aspirazioni, nel corpo della vita senza quiete, nel cuore del sole che sorge, nel sangue più vero della vita, nell’atmosfera di sollievo immenso e nel tuo essere nuovo.

 

 

Il tempo. L’orologio segnava un’ora soltanto e correvano i giorni.. gli uomini alla fine non erano invecchiati, nascevano a nuova vita. L’orologio camminò d’improvviso, sposò il quadrante del giorno e della notte, in attimi concluse il giro dell’esistenza e i vecchi seguirono la morte.

 

 

Miseria. La miseria ha generato i figli del Sud. I figli del Sud hanno coltivato la miseria. I treni si sono caricati di emigranti fino al triangolo industriale. Al Sud al tra miseria ha generato altri figli e questi fieri della loro puerpera ancora lottano ingiustizie.

 

 

Ad altro sole il sorgere felice modella. Entro un tempo completo di silenzio questa terra nelle sue parti guasta, deserta, arsa, convive con i pensieri e la voglia di lotta  che sanno nell’immensa parte solo di finito, mentre segue conclusione a questa vita. E lasciato ardente d’ingiustizia questo Sud, sconfinato nella solitudine finale, con l’ultimo respiro dell’esistenza, entro la danza sfrenata delle notti, confuso, con i suoi sudori e con le sue fatiche ad altro sole il sorgere felice modella.

 

 

Bestemmia. Ognuno venera nel partito e nelle cattedrali un santo protettore e con l’ultima preghiera si rimane appisolati nel giro d’esistenza con la speranza di un respiro di sollievo. Il Sud, invano, proteso nell’intercessione di santi secondari, traduce sue bestemmie con e senza calendario.

 

 

Dotti e potenti. Dotti e potenti del consiglio di amministrazione salvate apparenza con la S. Messa e la Comunione. Saziate esigenze e piacere, dispensate il dare e pensate all’avere. Salvaguardate l’interesse a discapito dei cristiani catalogati in regresso, alla giustizia vietate l’accesso e vi presentate puritani. Prima linea di espressioni anticomprensive, distorti, astratti da menti ammalate di amnesie. Dotti e sapienti, anziani potenti, signori distrutti di Palazzo Madama e Montecitorio, coordinatori perfetti dell’interesse economico personale, finirete alla vita, puzzerete di morte, vi vestiranno tricolore al funerale.

 

 

Antico amore.  Cantilene di madri si allungano nella giovane oscurità. Assai distante dalle prime zappate è il pensiero. La fiammella si ripiega, il moggio piange. La luna vuole la sua ombra. E’ ora di trarsi dalla fatica. Con scarsa prece è tempo di trapasso. E improvvisa, la tua faccia nuova e confusa torna al talamo nell’annottarsi del paese. Ora la tua irruenta passione taglieggia la mia stanchezza e al pomo perduto ritorno. Rivieni antico amore, a modellare nei respiri amarezza e piacere. Poi d’improvviso colori desideri nella notte e stelle ricamano immensità di cielo. La tua essenza, assorta nelle vie sole, colma spazi di silenzio di una luce, nella trasparenza di una nuova notte meno sola, più aperta all’alba, segnata di speranza, allegra di natura, meno povera in questi casolari antichi, rivolti alla vita che trascina pure i morti.

 

 

Rispetto. Non vogliamo lacrime per piangere, il cuore per soffrire, né il sospiro spento nel silenzio soffocato dal silenzio. Sentiamo il suono del rispetto per i padri antichi e senza disaccordi, a capofitto, immersi nell’aria libera, alla vita respiriamo. Non vogliamo correnti di riposo al nostro sollievo, né colori di silenzio a questa vita. Non sentiamo più il frastuono negli spazi, né vediamo più confuso questo spazio. Vogliamo questo tempo ed il cordoglio ai dolori e la pretesa del rispetto al funerale della vecchia vita.

 

 

 

 

 

 

PROFONDO SUD

(1985)

 

 

L’ispirazione dominante di questa raccolta di poesia socio-politica contemporanea che mette a nudo alcuni aspetti  meridionali, è identificabile nel profondo sentimento angoscioso che pervade il mio animo al cospetto di desideri inappagati e nella inquietudine di una realtà di vita diversa, ma non impossibile del tutto per noi del Sud. Un immenso entusiasmo ed una sincera passione mi hanno condotto a queste espressioni cariche di reale, di umano, di collettivo e che trovano sostegno in una luce che esprime il desiderio di sfuggire la disperazione, l’incubo della morte. “Profondo Sud”, è vicenda mutevole dei sentimenti, il rapporto della realtà di vita del Sud in movimento, coscienza in se stessi e del proprio ruolo sociale. Il desiderio di parlare, di contestare, di vivere si riflette nelle composizioni che seguono e trova spazio non come critica negativa atta a distruggere, ma riflessione e trasformazione di una situazione precisa, ricerca delle motivazioni per una realtà nuova, diversa, giusta ed umana. Nella raccolta non rivive solo la sensazione presente, ma il passato ed il futuro di un avvenimento, di una storia, della vita drammatica dell’uomo del Meridione. Una poesia che si apre al lettore quale elemento strumentale di conoscenza sociale per mezzo di una espressione volta a divenire non rivoluzione violenta, ma comunicazione umana e civile. Il motivo dominante di queste composizioni è l’abbandono del Sud, il silenzio politico e sociale. Il dramma della solitudine, la povertà ancora di facile identificazione in talune località del nostro territorio sono le note che si elevano in maniera vibrante, dando come risultato una dolorosa composizione che rispecchia il periodo contemporaneo. Una poesia che spazia nell’esigenza concreta delle cose, la disperazione dei giovani disoccupati, la grande preoccupazione dei genitori per l’avvenire dei figli, nel pensiero e nelle parole degli uomini del Sud che non si riconoscono mai vuoti e futili, ma dall’immagine della loro vita, dal desiderio delle necessità del tempo. La raccolta è l’affermazione della promessa dimenticata dei candidati all’elezione elemosinanti di voti, la dura realtà che accumula sofferenza nel momento in cui necessita un aiuto. L’impegno di giustizia civile, la profonda passione verso il Sud che si attua con toni drammatici e, solo a volte, sereni prendono le mosse dal profondo amore che chi scrive prova per la sua terra e per la sua gente, scaturiscono dall’interesse della situazione politica e sociale in cui viviamo.

Una posizione dunque  è quella dell’autore in questo lavoro identica a quella di chi partecipa, con passione, alla vita di tutti i giorni e cerca di evadere dalla sofferenza delle ingiustizie quotidiane, di una persona legata al proprio contesto territoriale di origine, alla sua gente, agli usi e costumi di un tempo remoto che hanno caratterizzato l’attuale modello di vita, ma che hanno decisamente variato la visione dell’esistenza, la praticità sociale di ogni giorno. E’ questa una poesia contemporanea, polemica nel contesto socio-ideologico e politico di una realtà difficile, nata dalla cronaca drammatica dei nostri giorni che si apre al lettore con schiettezza e abbatte gli ostacoli del silenzio. Vuole tradursi questa poesia in quanto espressione di cultura valida nella sua essenza e nella coscienza di ogni uomo per una comunità sempre più civile ed umana.

 

L’Autore

 

Acciaroli, maggio 1985                                                     

 

 

 

 

 

 

 

Profondo Sud. La notte ti pervade e t’involge. Nell’aria solenne riposano pensieri e celano illusioni. Nel luminoso mattino rotolano amanti dai letti del piacere e il Sud si attarda al risveglio in questo spiraglio di luce. Uomini misurati nel tempo con gli sguardi, i pensieri e la vita stanno nell’atmosfera di fatica e il profondo Sud conta le onde, ricama solitudine regnante con amarezza nelle marine, oltre superbi monti nell’eterna infinita pace. Profondo Sud, aggrovigliato ad ultimi sospiri, a terre di sudore di sopravvissuti, alla disperazione senza fine, legato alla morte e trascinato alla pace, nelle vie raccogli tuoi dolori. Profondo Sud del Dio distante, cieco di pulviscolo salare, ricevi amorevolmente luce  mattutina e il raggio della vita.

 

 

Illusioni. Nel calore della tua estate, o Sud, nel tempo crepuscolare, nel giro interminabile di preoccupazione, oltre questo spazio e rive, è l’illusione dilatata del futuro. E i tuoi occhi assorti nella supplica di un santo nella corsa oltre il vuoto ed il silenzio, la malinconia ed il dolore, l’ingiustizia e l’abbandono, la miseria e questo affanno.

 

 

Sacrifici e privazioni. Sacrifici e privazioni senza sogni e fantasia, segni di approvazione e rispetto, ma la smania ed un affanno, l’ostinazione e la fatica che scolorano recessi di coscienza all’uomo nella vita.

 

 

Uomo. La faccia grave nell’immagine di affanno e quei pensieri delle menti moderne e antiche, i tuoi sensi, la fede nel tuo Dio e la paura, la collera di sempre ed il rispetto, la tua sottomissione e la sua storia, i tuoi attimi di vita e di morte, la disperazione, il tempo tuo indifeso e l’incertezza delle ore, i discorsi del candidato e le sue ultime opinioni, l’ultimo miracolo ad un amico come convinzione, il tuo tempo, tuoi momenti e tuoi pensieri sono il senso dei tuoi giorni, della terra e questa gente, i silenzi dei silenzi, la tua speranza e convinzione.

 

Gente. Gente senza sorrisi occasionali, finzioni espressive, etichette ed intrighi di salotto, ma con la parola data ed il rispetto, lacrime al dolore, sorriso alla contentezza, sguardi veri, facce pulite e bruciate dal sole e senza veleno nell’attesa, nell’aria a faccia a faccia, con la violenza e con l’amore nel silenzio e nel rumore, nel respiro di un’aria nuova, con la mente, con il cuore.

Luci e rosari. Luci senza fiato in un grigio soffocante di paesi e rosari senza grazie a questi silenzi e vita.

 

 

Coscienza e ruolo. Con questa drammatica partecipazione all’esistenza e trascinati, sommersi in poche cose e semplici e con un padre, uomo rude di campagna o di mare, di una saggezza antica che ormai non serve, con le ingiustizie e gli spasimi di noi giovani cadenti, modellati di affetti che gemono invano e di mancata febbre di coscienza che ci lasciano indietro, nella fretta di tutti di correre avanti e con questa coscienza e ruolo, per ritrovarsi chini in cerca di sonno, col volto e il respiro pesante, solo per finire ventiquattrore e potersi dire, in una notte di speranza, ormai di un altro destino.

 

 

Agitarsi e vivere. Agitarsi e vivere senza avidità, preoccupazioni ed ansie e avere entro se stessi l’intimità con gli altri e un colore nuovo.

 

 

Parola e voce. Come sospesi si vive sperando di non morire. Il pensiero che porta il sonno ridesta, affievolisce preoccupazioni. Il mattino è tardo, prende finalmente consistenza, promette pace di cuore, rapisce persino i morti, in queste mura antiche ove la fatica è solitaria, senza parola e voce.

 

 

Ritratto. Umanità calda e vissuta, parole di vizio e paura, grido di angoscia ed affanno, sguardo di orgoglio e fierezza, silenzio amaro e deluso, pensiero concreto e rassegnato.

 

 

Amico. Amico, più di una donna che ruba mente e cuore con l’amore, così questo tuo orgoglio e fierezza di razza si propaga con l’urlo di una voce più netta partorita con rabbia dal grembo di ataviche sofferenze. Il sangue vivo del tuo cuore pulsante, le parole essenziali del tuo linguaggio, la nostalgia che ti scava il cuore, la coscienza, le delusioni e le amarezze in questi momenti di angoscia ed affanno leveranno nella loro natura un grido lacerante e irresistibile, uccideranno il silenzio, invaderanno il mistero e in un sorriso eterno nascerai all’esistenza assaporando il piacere di altra solitudine, respirando l’aria del Mezzogiorno, nel cuore di primavera pieno dei tuoi canti.

 

 

Stanchezza. Stanchi di cullare silenzi di morte e cercare voce a un grido disperato e scoprire dolori di solitudine e contare uomini morti nelle case senza aver vissuto, di essere senza identità, in questo spazio sconfinato, in questa dimensione e tempo, sopportando ritardi di vita.

 

 

Ricordi ronzanti di morte. Il giorno fissa la tua immagine, le voglie di vita scontrano ricordi ronzanti di morte, il tempo scorre nella nullità dell’aria, nella miseria delle cose, nel tuo silenzio e nel vano gesto alla vita.

 

 

Taranta. Si accalca la folla. Grida sempre più alte. Bestemmie sposano preghiere. A braccia aperte con i capelli sciolti e neri, verso l’uomo che ama gira, rigira fino a cadere una donna. Musica e danza. Ritmo e melodia. Frana il pensiero. Le pupille fisse a Dio. E tutti sul selciato, la banda rompe le grida delle tarantate.

 

 

Colore d’amore. Colore d’amore alle tempeste della vita, a questo tuo nodo di rimorso, ai sacrifici al vento, a soffocare il pianto del tuo interiore, oh terra.

 

Mio e tuo. Fra ciò ch’è dell’uno, fra ciò ch’è dell’altro l’alta nullità delle cose.

 

 

Terra del Sud. Terra del Sud dai silenzi misti e profusi, di uomini alla pazienza adusi. Terra del Sud del controsenso, nella fede di ogni opinione, di santi e confessioni. Terra del Sud di padroni che licenziano, di cassintegrati che guadagnano, colori ogni comizio con il plauso di tanto in tanto. Terra del Sud, ti confondi con le donne svestite nell’intimità di ogni dimora, pronte a darsi in ogni tempo ed ora.

 

 

Spazio e sentimento. Non fateci mancare spazio e sentimento a causa della fame antica e questa emigrazione; penetrate nel silenzio dei secoli in un giorno di furie sprigionate e senza trapiantare virgulti sopra il mare. Così mutansi di suoni e movimenti, di respiri e vita e nell’identità oggi smarrita, ogni spazio e sentimento.

 

 

Vita e silenzi. Siamo sollevati dal tiepido soffio di vita e dai silenzi, divisi dal vento nel gelo dell’aria, sconfinati con il pensiero e con la speranza a cui si rifugge. E come innamorati  ancora restiamo ripetuti nell’estraneità a piacere e sentimento per sentirci ancora di ostinazione e inquietudine, nella fissità di uno sguardo oltre questa ribellione e silenzio.

 

 

Emigrante. Il tuo spazio, emigrante, la tua rabbia e la tua calma, l’antica malinconia sfila pensieri di solitudine ed il ritaglio di ricordi monotoni e vivaci. Questa tua meditata e scandita sofferenza arrovella dolore e attesa.

 

Sfuggire. I nostri giorni sanno di notte e ognuno vuole perdersi per non essere la causa.

 

 

Il tuo vecchio. La luce della notte si dilata, l’ombra muore in un silenzio. La faccia grave di un dramma ch’è la vita è quella di tuo padre e quelle mani stanche, ancora più stanche quelle ossa. E poi nell’ultima carezza di una voce chiara, partorita nel mattino, della vita e solitudine, dell’amore e la fatica modellata di pallidi sogni in un bagliore, si riflette nell’espressione sofferta del tuo vecchio, immerso negli spazi del tempo, tiepidi , calmi e di rassegnazione, prima del voto ad un partito.

 

Meridione. Risonanza di folklore e mito. Espressioni spontanee della tua vita, Meridione, incandescente e inarrestabile nella testimonianza dell’esistenza dura. Il simbolismo di amarezza sviluppansi nel gesto, nella voce, nell’interiore e attraversa sospinto dai sensi umani altro schermo e cuore.

 

 

Figli della terra. Siamo figli della terra dalle fatiche e privazioni, segnati di pace e guerra, di fame e rivoluzioni. Cantiamo nel tempo di silenzio diritti alla vita, vogliamo che l’angoscia sia finita. Siamo figli della terra composti di dolore antico, di silenzio profondo, amore e fatica. Figli di una madre santa arsi e senza respiro, senza sentiero, senza cammino. Vogliamo un Dio che ascolti una preghiera e non che diventi notte prima che scenda la sera. Eccoci dipinti di un colore sbiadito e con le facce rugose e le ossa stanche, i pensieri trafitti dalle ingiustizie e promesse, l’aspirazione confusa da considerazioni e incertezze. Siamo figli della terra dalle fatiche e privazioni, segnati di pace e guerra, di fame e rivoluzioni.

 

Momenti. Momenti di tragedia e sventura, insicurezza e speranza, sogni e realtà dura, sconfitta e ignoranza, di responsabilità che perdura e voglia di cambiare che nasce e avanza.

Il tuo tempo. Entro te sfumate sensazioni di vita. Sfoghi rabbia a questa cruda realtà dell’esistenza, al perdersi di gesti e parole, allo sguardo di odio e amore, al silenzio che ti ricopre e ti trasforma, al segno dell’interiore, al destino avverso, a questo profondo soffrire del cuore. E sia il tuo tempo immenso, terra d’immagini e silenzi, d’opposizioni e pentimenti, di contraddizioni e negazioni, fatto di vita e sue espressioni.

 

 

Terra mia. Ormai entro l’ora tarda schiudi pensieri arrovellati alla miseria, terra mia. In quel pulviscolo dell’aria che respiri trovi il tepore di fatica. Terra modellata con il sogno e con l’aspirazione, con il silenzio, con il dolore, lasciata al susseguirsi di tempo di onorevoli promesse, ti perdi nell’ultimo colore di tramonto nella giovane sera. Sud di puerili creature sfinite della terra, dagli sguardi superbi e lamenti delle madri, finito nel calore della notte che si dilata nell’atteso bagliore di un giorno nuovo.

 

 

Melodia. Volere immutabile soffiare del vento dal cuore del Sud e continuo farsi sentire lontano con la melodia del suo grembo che gioca nella triste danza di vita in ogni respiro stanco d’aria uguale.

 

Contadino. La tua voce e questo volto prosciugato ed eroso, il sentimento della saggezza tollerante, l’umanità  profonda della miseria dignitosa e questa sofferenza interiore. Gesti di protesta, di rabbia e rivolta e questa coscienza di una realtà nuova che disconosci si appanna e si rimuove.

 

 

Riscoperta. Sud che cerchi la luce nella notte, il rumore nel silenzio, il tepore nel gelo, la vita nella morte e spegni l’entusiasmo dei pensieri adusi alla vita come sciama la baldoria, riscopri nel grembo la somiglianza del tuo viso con tuo figlio.

 

 

Paura di morte. Al Sud gli uomini non vogliono starci manco industrializzati, hanno visto uccelli di Seveso stecchiti, l’incubo degli uomini dalle conseguenze ignote ed il cielo a mezzogiorno divenire rosso scuro. Nord di Seveso di aborti clandestini, dell’Icmesa della mutinazionale Roche Givaudan. TCDD uguale diossina, sostanza di morte, veleno misterioso di figli malformati e padri disperati. Il Sud ha visto e non ha taciuto. Ha visto il Nord evacuato ed inerme alla diossina misteriosa, al nemico sconosciuto, alla paura della morte.

 

Vita. Furtiva, composta dalla miseri che corre nelle tane dei paesi è la vita che volge e manca, nelle luci dorate della notte severa prima che sarà forse mattino in questo solitario spazio.

 

 

Vivere irrequieto. Questo vivere irrequieto che si celebra stanco, nella devota preghiera di accenti meridionali, è penetrante musica del tuo esistere e della visione che scompone cadenze di un cuore non più sottile.

 

 

Padri. I padri dai cuori trafitti sotto un sol cielo, assorti nello spazio infinito in questi minuti paesi, fermi con i loro silenzi, ritrovati nell’intimità dell’ultima idea, con la tensione e rischi alla vita, lasciati continui ad ogni tempo senza profusi colori nel sole che sorge di un mattino immenso.

 

Terra. Uccidi la tua disperazione che protende ogni tempo e latitudine; folgora con il tuo sguardo, trafiggi cuori, vivi la vita e non la pena.

 

 

Grido. Trasmetti il grido di sconforto che emetti a squarciagola e lentamente scivoli nella notte che ti annulla gesti e voce. E nell’ultimo correre della disperazione, in te, quella visione dell’amante irreprensibile, di sentimento ed entusiasmo più profondi e veri, che osa ancora più gridare solita giustizia; persino la tua anima è sorpresa.

 

Quadro. Antica ostinazione lacerata, inchiodata a cuori, silenzi e vita per la miseria e la fatica, la disoccupazione ed il dolore, l’ingiustizia, la speranza e l’abbandono. La memoria fruga nel passato senza rassegnazione. Il paese si leva solo e muto ad un saluto verso il sole. I cristiani di modestia e senza nome, nelle ingiustizie antiche, nel dolore, restano alla sopportazione e alle fatiche. Femmine di notte fonda e sensi vivi, rapide di sguardi e voce dolorosa, smarrite nella sfida con il silenzio, nell’intenso e caldo pensiero dell’amore che prolunga la speranza. Le bestemmie disperate, il grido all’ingiustizia dell’isolamento, alla vaga dimensione umana e al sentimento.

 

 

Figlio del Sud. La tua affermazione, la tua lotta di vita amara e di natura, oltre il mare selvaggio e saraceno trova emozioni del passato marinaro e mercantile, si riflette la tua dimensione con il tuo tempo e la tua gente, con i tuoi preti ed i tuoi santi, con i tuoi vecchi, con la tua terra solitaria, con la tua fatica di sudore, mentre il sole del Sud spacca il tuo cuore e nel silenzio meridiano pone allegria alla vita con sfere penetranti entro spazi di morte, entro note  chiuse nel circolare moto abortito della vita.

 

Pensieri. Andarsene con questo treno, ripensare alla partenza deludente e improvvisa, ai confini del ragionamento, al senso di colpa per la decisione, alla paura sconfitta che rinasce, all’amore in una scuola secondaria, al momento furtivo di una pazzia che sviluppa la sua essenza, in questa porzione di tempo che matura e appassisce, in questo spazio stazionario, in questa dimensione e silenzio, in questa solitudine e malinconia.

 

Tirreno. Viva, mobile e segreta, l’immensa distesa batte con il cuore incessante di vita; batte eroici tempi remoti, amori giovanili e antichi alla risacca; amori di fatica, laceri, segnati di passione e stanchezza, vinti dal destino, sopraffatti del rugoso coraggio. E’ di vestigia e antico splendore questo mare senza cuore, vomita e urla rabbia contro progresso e industrializzazione. Memorabile antico fiore della vita accoglie ogni età, è travolgente, desolato, disperato. Porta in se arcano passato marinaro e mercantile e nella sua profondità muore il sole cocente che uccide l’oscuro delle notti. Il mare, questo mio mare, ha vomitato i morti del paese, ha spremuto tutto il sangue dal cuore dei morti vivi. Oggi è il mare mutato, dopo la rabbia del sacrificio, bacia scogli e rena cocente. E’ di brezza fugace che ridesta e ossigena respiro. Il sole qui affonda nell’immagine del pesante silenzio, maschera di pianto e riso, di sudore e sale. E qui luce oltre tempo e latitudine protende. Il tuo, il mio sole si nasconde e superstiti restano le gesta degli uomini ancora nuove e ardite sotto cielo testimone, perduto di stelle nel farsi ancora più modellata e perfetta la solitudine, la malinconia infinita.  Ecco il mio mare di vita e morte frutto acerbo e antico saggio, mutevole nell’antico retaggio, letto di pensieri, forziere di ricordi; è distesa di amore perduto e ritrovato, è del sole calante e morente l’eterno innamorato, rinnova prima della notte in mille tenerissime carezze coito e sodalizio con il sole.

 

 

Sud e silenzio. Sud e silenzio, isolato e senza dimensione, nella tragedia, nel dolore, nella fatica, nella paura. Sud e silenzio nella speranza, nella delusione. Sud e silenzio nell’esistenza violenta e amara, nella sconfitta e nell’abbandono, nella emarginazione e nella vergogna. Su e silenzio nella fissità del destino, nella luminosità di un mattino, nelle cattedrali cristiane con il capo chino profferto al voto. Sud e silenzio nella nenia delle madri, nei ricami delle comari, sulle smorte facce delle donne, sacrificato sugli altari. Sud e silenzio nell’aria che respiri, negli spazi senza giri, nella fissità delle cose, nel cielo della vita senza pose.

 

 

Solitudine. Al Sud l’uomo è solo, sospeso nel nulla, confonde la magica e mutevole bellezza dei monti e il mare, nel silenzio drammatico dell’esistenza fra spiragli di luce che trafiggono il cuore, fanno vivere e sognare.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

STREGHE E MADONNE

(1986)

 

Il rapporto sociale diventa arricchimento, scambio di ampie vedute, momento di reciproco rinnovamento, contatto tangibile della diversificazione di fattori che caratterizzano l’individuo.

“Streghe e Madonne”, è il mezzo di comunicazione sociale e d’indagine, che pur se non in termini di “fatto sociale totale, rileva nella sua essenza la questione meridionale, il mancato slancio e progresso ed il completo isolamento del Sud.

Sono convinto che non si può passare sotto silenzio e trascurare il piacere di scuotere la propria coscienza e quella degli uomini immersi in questa realtà e pertanto, con questa nuova pubblicazione, intendo creare provocazioni in quanti sostengono che il Sud non ha mali da piangere e aprire prospettive da tempo attese nel pensiero di tanti che si lasciano in completo abbandono, rinchiusi nell’inconcepibile individualismo.

“Streghe e Madonne”, è una pratica dialogica che stabilisco con i lettori in termini concreti e che serve ad affinare i nostri sensi, a formulare con esattezza le domande che cercano una risposta alle ingiustizie, intese nella loro generale ampiezza, che si riscontrano tutti i giorni nel Meridione d’Italia.

Un linguaggio nato dalla necessità di stabilire una comunicazione chiara con gli altri; una immagine fatta a somiglianza di questo mondo meridionale, molto più complesso e problematico di quanto appare a prima vista.

Con l’espressione poetica cerco la motivazione delle ingiustizie verso il Sud e le condanno senza transigere; cerco l’uomo che accusa, discute e filtra i mali sociali negli avvenimenti per una comunità che vinca l’astrattismo degli interessi personali.

Questa mia nuova raccolta è una discesa nel passato che nell’intreccio del male e del bene, del cristiano e del pagano, esprime la fisionomia chiara e veritiera di un mondo che sempre più si presenta nel suo silenzio e nella sua atavica rassegnazione.

La speranza in un giorno nuovo, diverso, segue a momenti di amarezza e sconforto ed è una caratteristica sempre presente in me  che riemerge nella poesia e diviene l’unico valido appoggio per continuare a lottare i mali ormai radicalizzati profondamente in tutto il Sud. Il destino del Sud non è segnato, come d’altronde non lo è per altro e altri, e noi dobbiamo essere gli artefici della sua edificazione, mutando ove necessario una realtà di arretratezza mentale e annullando la cultura clientelare per disegnare il domani dei nostri figli senza compromessi e ingiustizie.

Nella poesia vi è un continuo miscuglio d’idee, come il come la confluenza di svariate tonalità interiori che si amalgamano in una sola cosa, nella voce di pace e di giustizia, di libertà e di amore. Una voce è quella di questa poesia che sviluppa e proietta nel domani un’anima antica ed i sensi educati ed affinati dalla sofferenza dolorosa della solitudine nel più grande cambiamento storico di tutti i tempi e nel violento sviluppo tecnologico-scientifico che a tanti ha consentito di emergere e al Sud, ad oggi, non ha permesso di “risorgere”.

                                                                       L’Autore

 

Acciaroli, novembre 1985                                                                 

 

      

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Presentazione

 

“Le nostre pietre hanno il cuore della storia” e fra esse Emilio La Greca si muove con disincantata intuizione, intenso lirismo, vibrante partecipazione.

La tragedia sociale del vecchio Sud diviene poesia. Una volta tanto la creatività fantastica rifugge da suoni ed immagini che struggenti amori per la donna amata o tormentate nostalgie per incalzanti ricordi vestono di soffusa tenerezza e trasparente malinconica dolcezza.

Al contrario l’esteriorizzazione artistica dell’intimo sentire spazia fra le radici profonde di una condizione sociale che trova la sua realtà nei vecchi e nuovi mali che affliggono il Sud.

Il Sud: interminabile pagina di storia dal nome così breve, immenso dramma che vive da sempre e che da sempre si rigenera in una dimensione ove spazio e tempo non hanno smesso le vesti di un passato remoto per indossare quelle del futuro.

Streghe e Madonne, bestemmia e preghiera, passato e presente, voglia di fuga e speranza nel domani.

Fra Streghe che sinistramente proiettano ombre inquietanti di un retaggio antico e Madonne che ascoltano rassegnate preghiere e grazie non concedono, c’è un frammento di terra che grida, implora, odia nella rabbia dell’indifferenza, nella disperazione di ore perdute, nella perenne attesa di albe che tardano a partorire giorni diversi.

Là ove “la vecchia fila col fuso e la conocchia e nel cuore delle comari si accendono stelle d’altri tempi” è la stanchezza della brava gente nostra che traspare sulla scia di giorni inghiottiti dal tempo.

Dove “una donna s’invecchia ad aspettare quella luce che la cambia già solo nell’attesa” è l’assurda illusione di chi solo in una cieca fede ha riposto motivi di sopravvivenza.

Là ove “stanno sulle porte le madri, ricamando lino di nozze a figlie da marito” è l’eco d’una nenia antica che fra balzi, valli e monti riflette effigie di anni trascorsi.

Dove “una terra stanca, arroccata al silenzio pesante, col nascituro appeso al petto in agonia” è la storica pietrificazione che frena i palpiti di antiche contrade che pur vorrebbero reinventarsi alla vita.

Certo la gente del profondo Sud avrebbe voluto spezzare quella stanchezza che l’opprime, l’illusione che l’inganna, avrebbe non più voluto ascoltare nenie ossessive, rimbalzate di continuo sul ritmo della secolare ripetitività, e, alfine, infrangere quella staticità stratificata nell’aria che respira, sui volti della gente, su pietre bianche verdeggiate dal muschio.

In realtà, paradossalmente, ciò è accaduto! Solo che, a mutare quel mondo di immobile arcaicità non è stata la forza rivitalizzante e prorompente di un civile progresso, di nuovi orizzonti sociali e conquiste della ragione che imponessero giustizia, uguaglianza, diritto alla dignità umana e alla libertà. Tutt’altro! Sta di fatto invero che una pazza ed irresponsabile folata di vento si è abbattuta con la forza dell’uragano su frammenti stanchi di umanità, sconvolgendone l’intima essenza, minandone l’animo e corrodendone la ragione.

Così sulle ghiacciate ali di quel vento impazza il nero e tetro volto della droga, mai sazia di corpi rinsecchiti, mai placata di giovani vite risucchiate nel vortice della più orrenda delle morti.

Fredde, anonime, implacabili le canne mozze seminano sangue e terrore in nome della dea violenza, entrata ormai nella cronaca dei nostri giorni, per snaturare l’essenza umana e riproporre agli uomini la legge della giungla.

Una stazione calaginosa ed umida, rotta dal sibilante fischio di un treno che parte per il Nord, ingoia un giovane di casa nostra che nella valigia che si trascina appresso ha rinchiuso sogni ed amarezze.

Nella rarefatta atmosfera che tinge il tramonto della vita, abbandonati a se stessi i vecchi navigano in un mare di incomprensione e solitudine. Non c’è chi sappia guardarli negli occhi, tendere loro una mano, rivolgere una parola che non sia frettolosa o di circostanza. Nessuno li aiuta a capire che anche la loro età appartiene alla vita.

E il tutto si snoda fra l’indifferenza generale. Un ramo che si spezza alla furia dell’intemperie riflette l’immagine di un albero ferito e dolente.

Un uomo che muore nell’animo, un vecchio che si spegne solo nella moltitudine che l’ignora, un violento che cinicamente uccide, un giovane che piange per l’avvenire incerto, una madre che vede l’eroina scavare il volto del figlio, lo sprezzante inganno dei profittatori, l’altezzoso egoismo dei potenti di sempre: sono pur’esse ferite profonde ma non scalfiscono minimamente il resto dell’umanità. Questa, chiusa in sé stessa, presa nel vortice dell’irresponsabile corsa al consumismo, non ha tempo per fermarsi e pensare che come il ramo ferito ferisce l’albero, ogni uomo è corroso giorno dopo giorno da quanto di inumano colpisce e spegne il proprio simile.

E’ l’indifferenza fredda, cinica, impietosa che attenaglia l’uomo di oggi e non gli fa capire che emarginando gli altri emargina anche se stesso. E allora, è questo il Sud sperato, il domani tanto atteso che avrebbe voluto ridare vita a contrade logore per attese senza fine?

E pensare che per costruire questo Sud c’è stata gente che ha creduto, s’è illusa, ha lottato, ha maledetto e anche gioito!

Di fronte a tale realtà come non gridare, non sbattere in faccia all’insensibilità la propria rabbia, non urlare la disperata ferita che l’inganno ha inferto! E chi meglio di un poeta può raccogliere il tragico epilogo di una tragica farsa che ha disseminato il vecchio Sud di nuovi mali, dopo avere pazientemente tessuto la linfa vitale che andava rigenerando quelli di sempre!

Emilio La Greca intuisce, vive, partecipa la tragedia sociale dei nostri giorni e nel vedere come essa si sia abbattuta distruttrice anche nei paesi che vivono nei nostri animi, ne raccoglie l’essenza che poi tramuta in canto poetico; perché gli altri lo ascoltino, ne intuiscano lo spirito, ne sentano nell’intimo la sconvolgente verità fino a prenderne coscienza come un male che lentamente corrode gli uomini, i loro corpi, le loro menti, rendendo gli uni e le altre aride pietre in balia della tempesta.

In ciò consiste la validità di Emilio La Greca, il cui canto è politica, la cui tematica è impegno sociale, i cui ritmi sono sferzate di condanna e impeti di riscatto.

La sua arma per lottare è la poesia. Chissà che non sia l’arma vincente! In fondo, ogni uomo, nel recondito del cuore e della mente, coltiva pur sempre un angolino di bontà. La poesia, con il suo dolce fluire, potrebbe ingrandirlo e renderlo più sensibile agli affanni della vita altrui. Allora, solo allora, ognuno capirebbe quello che l’Autore ha già intuito e tramutato in versi, senz’altro con rabbia e risentimento, con odio e disprezzo, con disperazione e furore, ma anche con immenso e sconfinato amore per il caro, vecchio, tormentato Sud.

 

 

Domenico Chieffallo

 

Agropoli, 16 Dicembre 1985                      

 

 

 

           

 

 

 

 

 

 

 

 

Oh, il Sud è stanco di trascinare morti

In riva alle paludi di malaria,

è stanco di solitudine, stanco di catene,

è stanco della sua bocca

delle bestemmie di tutte le razze

che hanno urlato morte con l’eco dei suoi pozzi

che hanno bevuto il sangue del suo cuore

 

Salvatore Quasimodo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Cuore della storia. Le nostre pietre hanno il cuore della storia, le nostre menti il segno della memoria. Il divenire del Sud trionfa sul tuo volto, la vampa della morte rifrange sulla triste sorte. La rabbia incontro al sole reclama, questi funerali di silenzio nessuno li ama. Tue tendenze e prospettive sono nuove e finalmente il giorno triste muore. Il cuore della storia nelle pietre vive con palpito nuovo senza finire.

 

 

Luce. I giorni uguali a notti senza fiato hanno sulle labbra una risata, i buchi di speranza aperta al tempo, l’intimo palpito colpito dall’esistenza viva delle cose. E oltre stasi e forza stanca del pensiero un sogno ha il suo respiro, nel divenire paziente delle cose la luce ripete la chiarezza.

 

 

Sacro e profano. Aprite le finestre a streghe e Madonne e come saetta grida rimbombano tra mura e sui soffitti. La messaggera di salvezza e quella funeraria inondano di mistero la freschezza dell’aria. Ostia, calice e colore di porpora, fumi e scongiuri, sguardo ignaro che celebra il rito colorato di morte..Vivono gli inventori e dell’urlo giocoso sacro e profano. Le vesti  dei fedeli muovono la  lotta per la Madonna e per la Strega, è la sorte di chi bestemmia e prega.

 

 

Sud e magia. Morsi di tarantola, spada e specchi, occhi torvi che fissano, mano preme cuore chiuso…suoni, canti, danze. Nel sole partorito dal cielo della prima luce entra la danza del nastro caldo di amore e avvolge lo spazio. Tanti fuori se stessi coi sensi sfrenati nei colori rosso e ceruleo, contro il nero di morte senza trasparenze. Paga alla tarantola il tributo e steso sulla terra nuda conta difficile respiro, cambia colore naturale della vita in nero luttuoso soffocante. Armonia di suoni alle sue parti finite e all’interiore che con corde dolci d’esistenza ha risuonato. Esseri maligni, uomini ostili, stregoni artisti di magia nel vento mitico, nel cerimoniale divino, nei segni demoniaci, nel mondo antico di tempi e movimenti con vita e forza nel cuore del Sud che palpita magia.

 

 

Quaresima. Queste cose parlano del tempo e ride il sole entro il vento; scalze le donne fuggono alle finestre per misurare crudeli tempeste; danza la pioggia nei minuti di luce, mentre l’uragano uccide l’ultima linea di sole e la piccola salva la pupa al tumulto del balcone. Spilli al cuore, spilli al capo, freddi progetti per un giorno mai passato, vento e pioggia, acqua e sole, veste nera di Quaresima senza amore, sospesa al vento dei vicoli neri che a quanti passano guarda riferendo da bugiarda il mistero e le credenze. Tutti vogliono da queste cose cancellare l’animo dei sensi veri, negare presenza di altro valore, speranza e riti veri.

 

 

Grido del Sud. La parola fredda del silenzio senza chiamate, fra luci sparse e il palpito del cuore, si trascina nel vuoto e giunge come morte nella sera. Il grido del sud rompe la pace dei morti, irrompe, sconlvolge, mette luce nella stanza del cuore.

E questo sole beffardo scompare.

Tutto torna come musica nota, scontata, nenia antica e nel vento corre nel ripido argenteo degli ulivi. Torna la musica senza parole, il grido senza forza. La solitudine irrompe i silenzi dell’animo. Lo sconforto scaglia la speranza contro le rocce, graffia la faccia al sole incerto senza primavera.

 

 

Crudele destino. Artificiosa la tempesta volge a divenire, si solleva col mare che scroscia e ribolle. Questo fragore si eleva e scontra silenzio di madri affrante per i figli distanti dalla terra benedetta. E questa fuga sia ritorno, questo sconforto sia coraggio, queste amare lacrime del cuore il sorriso della tua speranza, oh figlio che parti con l’animo corroso, tagliato dalla lama del destino. Il sogno nutrito di rimpianto serrò le mani sante di una madre alla corona, i giorni servirono a spegnere ad altra vecchia il cuore, rimasta con l’ultimo sospiro nell’attesa. E il vento rapì la prima lacrima di un figlio, il crudele destino uccise il sentimento.

 

Parola e cuore. Pensieri nuovi  scoprono angoli morti della tua mente. Le parole partoriscono conforto. Nell’intrico dei vicoli neri torna la fede nelle forze. L’Amore sostiene, taglia brividi di paura, toglie il gomito dal cuore.

 

 

Senso del mistero. E come posso gridare il sentimento senza pianto, il cuore senza linee di solitudine, la mente aperta al mondo nella sorte senza armonia di vita?! Come aprirò questo vuoto dei paesi e la malinconia al respiro dell’esistenza quando al tempo restano fissi i pensieri dei potenti alla violenza dell’umile silenzio dei nostri padri morti negli spazi?! Nulla trovo alle tue parti senza pace Sud dell’ultima parola sofferta e atroce. E’ solo il senso del mistero e il desiderio della fede che partorisce pazienza nella sera.

 

 

Oro dei pensieri. La mia casa è un angolo di casa; la mia vita è senza servi e senza padroni, la mia storia è fantasia ed illusione, la mia età è tempo nuovo senza luce; il mio sole è l’oro dei pensieri fuso a questo pianto senza chiusure, nell’ombra d’amore che trasforma il mio coraggio.

 

 

Il vento gioca col sole. Laceri i contadini nell’ora solitaria contro il sole, mentre il primo vento chiama al riposo dalle femmine ai lumi coi volti marmorei delle statue. Sempre nuova è l’alba di un giorno fatto dopo tempo di morte e si canta sotto il cielo che scruta. Il vento solleva nel vuoto gli sguardi, asciuga il sudore ai figli del pianto e gioca col sole al tramonto che compone mille e mille versi d’amore.

 

 

Luce d’attesa. Quieta, come onda d’estate che non porta nell’aria spruzzo di salsedine del mare tronante, la donna meridionale col primo amore, oltre la prima scorza del pensiero, compare ricamando sogni. Colma di luce nella sfera di sole che taglia la stanza, china al destino partecipa attese, compie atti d’amore con la speranza.

 

Son felice notte. Il declivio del giorno prende inizio e questo ultimo sole senza forza spezza nubi e lega cuori. Tremano neonati fili d’erba all’umidore del davanzale logoro, divorato dai secoli, finchè dura il suo timore per zefiro carezzevole passante. E quest’ultimo giorno ferisce il cuore delle pietre e noi siamo nella povertà dei morti. Sono felice notte con gli occhi tuoi che leggono frasi ricamate nel rotto amore della luna, nella tua sospesa e penetrante luce che, madre della vita nelle tenebre, partorisce speranza.

 

 

 

Donate un fiore ai santi.  Donate un fiore ai santi con il cuore sofferto e stanco, con la mente nuda. Illuminate altari con candele votive e fede, li colmate di grano verde di passione. Vi ponete ai letti stanchi dopo confidenze al focolare e con incenso, croci, acqua santa, benedite misero raccolto e campi, anche quella zappa che la terra avara non vuole sopportare. Donate un fiore ai santi, la dignità delle vostre lacrime, il pugno vuoto, ventate tempestose di fede e rabbia. Donate un fiore ai santi col palpito di scarse primavere.

 

 

Chiedere e servire. Questo dolce e segreto raccogliersi dell’animo, dopo che la tua pena nei lamenti è stata spasimo del cuore che si spezza, basta a mostrare l’abisso di un travaglio remoto e presente. E alla fine quanto è grande l’umiliazione del chiedere e servire.

 

 

Condanna del destino. Stanno sulle porte le madri, visibili nell’attesa, in questa porzione tagliente di luce ricamando lino di nozze a figlie da marito, come onde furiose hanno palpiti al cuore, i sogni  con la faccia di sole, il cuore frantumato dal destino. Pie restano al poco, quello obbligato, inevitabile condanna del destino, senza imbizzire, nella dignitosa rassegnazione. Stanno sulle porte le madri pongono un fiore alle giovanili chiome di figlie composte e gelose serbano – oltre perimetri di morte – sognate amorevoli primavere per le vergini di casa.

 

 

Vita e cuore. Una storia antica ti circonda nella vita. Il sentimento nuovo ti carezza dolcemente il cuore. Raggi d’esistenza senza ombre e nel cuore nota d’amore irrompe. Vita e cuore negli spazi, tempo e sentimento nell’immenso amore sparsi.

 

Giorno e notte. Non si arresta la tua storia di miseria. Il tuo dolore ha fatto vibrare le corde del cuore. Questo silenzio cerca l’amore. Il tempo crudele ti misura. La notte raccoglie le tue lacrime. Il giorno ispira il tuo sorriso con la luce, lo spazio di entusiasmo si riduce, il giorno muore, la notte ti conduce.

 

Streghe e Madonne. Il vento si spezza nel sole. Streghe e Madonne premono il cuore. Strega nera, uccello notturno, occulto male della terra,  ti dimeni in magia e incantesimi e alla goduria con il parassita Ergot* sfoghi  istinto; stai al filatoio, intrecci nodi, partorisci vendetta tessendo il penoso destino dell’uomo e rendi malefici e scavi nei cuori. Madri profana  e sacra rendono  generoso latte  di miele mentre la luna danza di notte e uccide il silenzio e la sorte. Il vento si spezza nel sole. Streghe e Madonne premono il cuore. Madonna, vergine Madre, figlia del tuo Figlio, Theotokos  , Vergine perpetua, assunta a Dio, qui traversando le vie della mia casa  hai sette altari e allevi  figli dai colli, protendi sguardi muti, raccogli disperate lacrime. Streghe e Madonne oltre il sole, distante dall’ora meridiana, restano  nella perduta notte dei cuori quando la furia del mare t’incanta nel bagliore dei lampi e l’ultima storia ti stanca nel rinnovarsi del tempo. Il vento si spezza nel sole. Streghe e Madonne premono il cuore.

 

Ergot è il nome comune dato ad un ascomiceta denominato Claviceps purpurea. Il termine deriva dal francese “ergot”, che indica lo sperone del gallo, la cui forma ricorda appunto quella dei funghi della segale. Il genere Claviceps conta circa una cinquantina di specie. La specie in questione è parassita delle graminacee e forma degli sclerozi simili a cornetti o clavette che conferiscono alla pianta infetta (spesso la Segale) il nome comune di “segale cornuta“.
Questa specie è la più studiata e conosciuta per i suoi importanti effetti nella contaminazione di alimenti confezionati con cereali attaccati da questo fungo. I cornetti che spuntano dalle spighe infestate da Ergot sono costituiti dai corpi fruttiferi (sclerozi) del fungo stesso, in cui sono contenuti molti alcaloidi velenosi del gruppo delle ergotine (tra cui l’acido lisergico), che hanno gravi effetti su persone e animali che ne mangiano. Questi alcaloidi, essendo dei vaso-costrittori, compromettono la circolazione; inoltre sono dotati di attività recettore specifiche a livello del Sistema Nervoso Centrale, agendo in particolare sui recettori della serotonina.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il canto dei poveri

(2000)

 

Una approfondita lettura dell’opera di Emilio La Greca – il riferimento non è limitato solo al presente lavoro ma è riferito al complesso della produzione dell’Autore – induce ad un duplice interrogativo.

Il primo e più immediato è se essa debba o meno annoverarsi nella corrente letteraria  dell’ermetismo; il secondo, consequenziale, in qual modo, una volta accertata l’appartenenza, possa motivarsi o, addirittura conciliarsi quella dimensione letteraria con la particolare tipologia dell’oggetto che forma il contenuto dell’opera.

Dare risposte a tali interrogativi varrà a delineare la figura creativa del La Greca, ma anche a catalogare le sue opere fissandone valore e portata sia a livello letterario che a livello di ricerca antropologica.

Circa la collocazione letteraria non v’è alcun dubbio che essa vada individuata nella corrente ermetica.

A dimostrarlo è, anzitutto, lo stile tipico di quella corrente basato sull’essenzialità del discorso e delle singole parole che sono sempre scarne, crude, decisamente mirate ad evidenziare, in breve e rapida sintesi la realtà che si vuole descrivere.

Mai appariscenti ricami, mai un fraseggio sdolcinato e una ricercatezza terminologica, non un cedere alla tentazione formalistica o ridondante.

La parola è essenza concettualizzante che in sé deve racchiudere un rapporto, una situazione, un’immagine complessiva, senza alcuna necessità di doverla supportare con inutili e dispersivi bizantinismi linguistici.

Né va sottovalutato un altro aspetto di non minore incidenza: il procedere analogico del discorso, che apre ai lettori orizzonti ampi e sconosciuti, con una serie di richiami a immagini, atti, fatti apparentemente avulsi dal tema in trattazione, in realtà ad essi strettamente collegati, per averne la stesa essenza, lo stesso soffio esistenziale, l’identica spiritualità.

In un contesto di tal genere non deve destare meraviglia se l’Autore ricorre anche con una accentuata frequenza a delle figure stilistiche tipiche della sinestesia mirate a unire sensi e percezioni diverse al fine di dare vita a delle immagini di forte impatto emotivo.

E’ risaputo, infatti, che proprio dal confronto dei contrari nasce la migliore identificazione di una idea, di un pensiero, di una intuizione.

La Greca da l’impressione di giocare con piacere con tale figura ben sapendo che essa consente di scavare meglio in quel mondo vario ed infinito nel quale si addentra per coglierne gli aspetti più veri e nascosti.

Sicché risulta chiaro un deciso ripudio dello stile descrittivo tradizionale a vantaggio di un linguaggio scarno quanto si vuole, ma senz’altro efficace per cogliere il senso della realtà.

 

***

Ritenere Emilio La Greca un ermetico in base al solo stile letterario è tuttavia alquanto riduttivo. Se così fosse, in vero, il suo ermetismo sarebbe un fatto tecnico e manieristico, fermo al puro aspetto formale.

Così in realtà non è, giacché l’humus artistico e spirituale che anima le sue opere, la stessa visione della realtà, altro non sono che il riflesso di una filosofia nell’ermetismo più puro ed originario: la consapevolezza, ossia, della solitudine esistenziale e dei suoi drammatici risvolti che l’Uomo può superare solo con il ricorso ai valori della tradizione, con la conoscenza delle proprie radici, con la riscoperta della propria originaria identità non alterata da falsi mascheramenti e deplorevoli devianze.

Di certo tale discorso porta l’Autore verso un atteggiamento di accentuato soggettivismo, giacché appare indiscussa la posizione di ogni singolo individuo che solo in se stesso, nella sua “vis” interiore, nel suo vissuto può e deve ritrovare l’essenza del vero essere.

Tale aspetto non è alieno da un sottile solipsismo, dato che inevitabilmente finisce col porre l’individuo quale unica vera entità reale e pensante, laddove il mondo umano e naturale che lo circonda altro non è che una sua percezione.

Una visione questa che può anche apparire non rispondente alla realtà, ma che certamente ha il merito di porre l’individuo al centro motore dell’universo, lo rende padrone delle proprie azioni e, soprattutto, lo pone quale unico conoscitore e guida di se stesso.

In altri termini l’Uomo deve avere la coscienza del tempo, dovendo in questo saper cogliere ciò che è eterno ed universale e ciò che è effimero e privo di autentici valori.

Cogliere i valori eterni ed universali nel vissuto della gente è opera essenziale che passa, di necessità, attraverso la rivisitazione della tradizione, l’unica che custodisce, riposto in un simbolico prezioso scrigno, l’essenza dell’Uomo, la sua vera identità, l’anima originaria, al di là di qualsiasi contaminazione del tempo.

 

***

Se quanto sopra detto delinea lo stile letterario e il pensiero dell’Autore, sorge spontaneo chiedersi come quel mondo che egli pone a base delle sue ricerche possa conciliarsi con uno stile e una filosofia di pensiero che, almeno in apparenza, sembrano stare agli antipodi dello stesso. Quel mondo rappresenta un universo ove “gli uomini si fanno la vita con fatica e sudore. Masticano tabacco, sanno poco di scuola, hanno ricchezze superiori: amano storia quotidiana e natura”.

Un universo ove i pescatori “fissano vele ad alberi e pennoni, le danno al vento, oltre suono d’ora sesta, nello sconfinato mare amico”.

E’ un mondo ove “le madri vanno antiche nell’orazione, consumate nella speranza, stanno nel nero lutto e annullano tempo nelle atese dei miracoli” e i fanciulli allietano le loro ore con semplici giochi quali lo strùmmulo  e la staccia.

E’ un mondo ove “l’aratro separa zolle di riposata terra e la terra coglie sangue e sudore”.

E’ una terra ove “vanno musicali le vigne, felice pentagramma al sole settembrino nelle apriche vallate”.

E’ una terra ove “il pane accompagna povere mionestre, sudore di fatica, salva fame e vergogna; è caldo sole, rofatta primavera”.

E’ una terra ove “le parole hanno gran mole, si fanno rare, sono nude e scarne”.

E’ alfine una terra ove prepotente emerge il canto dei poveri che è “canto che non dorme, non patteggia, non smuove coraggio, non muccia da silenzio nero, non si ferisce di timida luna e rara costellazione, sopporta e cresce, si apre a sgranati cuori senza mozzico d’aria”.

 

E’ questo meraviglioso e semplice mondo, fatto da una quotidianità di sacrifici e dolori, poche gioie e molte speranze, che l’Autore rivisita con le sue potenzialità espressive. Usa parole scarne per un mondo scarno, termini essenziali per gente che vive di essenzialità, immagini ruvide per uomini che lottano giorno dopo giorno per la vita.

Ma al di là dell’impatto formale ed esteriore, la rivisitazione psicologica di quel mondo è condotta lungo i sottili fili del più intransigente individualismo, perché in una terra quasi sempre ingrata, in destini molte volte avversi, in una storia in cui le masse sono state serve di pochi dispotici potenti, l’essenza s’è retta nel sacrificio personale del singolo, sulle sue intuizioni, sulle estemporanee azioni che lo hanno portato a disegnare il corso della propria esistenza.

Un’esistenza magra ma fiera, povera ma orgogliosa, di stenti ma anche di consapevole determinazione al riscatto.

Un’esistenza segnata da valori eterni, la cui osservanza solo ha consentito continuare il proprio cammino nella storia.

Se quei valori non fossero esistiti, quel mondo si sarebbe sgretolato in un’informe dimensione di abbrutimento ed inciviltà.

Ma sono esistiti e oggi, che il moderno corso del progresso li ha pressoché cancellati, se ne avverte di nuovo il bisogno. L’Uomo appartenuto a quel mondo, a quella terra, li cerca, li avoca a sé, li brama per poter ritrovare, al loro caldo abbraccio, se stesso, la propria identità, il suo vero essere.

 

E’ il “canto dei poveri” che torna da lontano e fa sentire la sua voce, semplice, genuina, spontanea come un lamento che, soffiando fra gli alberi e nelle vallate sembra voler risvegliare le coscienze dell’uomo moderno.

Come quel canto è la voce di Emilio La Greca che, con la sua opera tenta di svegliare le coscienze per riportare l’uomo dei nostri giorni  una dimensione più umana, più sincera e spontanea, quale era quella dei giorni perduti.

 

                                                                            Domenico Chieffallo

 

 

 

 

 

 Gente di giorni perduti

 

Gli uomini di questo  lido sono retta linea meridiana. Si fanno la vita con fatica e sudore. L’onestà che hanno è fulgida luce di meridie. Hanno pensiero antico, raramente  stanno all’ombra nelle calde ore del meriggiare. Vivono il mare, lo conoscono passo passo, ne sanno l’umore e passionalmente l’odorano e baciano, si danno alle acque marine in mille carezze come amante. Ai merluzzi, nel sole meridionale, quasi sempre cocente e generoso,  passano ore antimeridiane, nella sera si offrono al tiraggio di reti, nella  statica nottata, vanno a fare un paese sull’acqua con felici, graziose lampare mentre si allumano scogliere e fondali con la luna.Questi di mare, tinti dal sole, ridono poco al forestiero, sono schivi; hanno facce rugose, occhi sconfinati e senza tempo aperti al mare, alle sequenze delle ore climatiche. Vanno  fieri e orgogliosi per vicoli poveri, nel cuore portano poesia muta. Masticano tabacco, sanno poco di scuola; hanno ricchezze superiori: amano storia quotidiana e natura. Stanno nei crepuscoli con gesta di forza e arguzia; come un rito, si crociano prima di prendere il largo. Fissano vele ad alberi e pennoni,  le danno al vento, oltre suono d’ora sesta,  nello sconfinato mare amico, in lontananza dalla minuta villa, ove, impari è la lotta con il fato e si scoprono in corale sforzo di sopravvivenza. Vanno tanti maschi col vento a favore alla ridente Salerno, allungano olio e fichi del Cilento ai mercati delle città di mare e  fino a Castellammare portano la sansa; tornano sfiniti per le mogli con mercanzia primaria. Sporte vanno, in allegra danza, ridendo grasse di farina, pasta, zucchero e cemento. Tornano traìni alla  battigia e lanterne in moto segnano la via, oltre colline di litorale, scovano sorella morte, nei paesi  neri, senza respiro, nelle ville mute dell’abbandono.  E le femmine si graziano in fatiche di casa; sgranellando corone vanno alle Messe. Si menano sparnazzando per vicoli muti e rincorrono acquesantiere. E nell’avvento di funzioni feriali si fanno gesta corali d’essenza e corse di fede senza perché. Ai lavaggi frontali del crociarsi santo  vengono a seguire  baci e carezze alla cartapesta dei Santi. I bronzi  battono l’ora di memoriale e nelle chiese di preghiera e porpora si fanno miracoli di pane e vino.Le madri vanno antiche nell’orazione, consumate nella speranza, stanno nel nero lutto e annullano tempo nelle attese dei miracoli. Vengono, per vie di mare, come sirene,  in  controparola di morte, figlie da marito, partorite da raggi solari, ridendo con  occhi vivi e innamorati, oltre stazzo di fioca lanterna vitale.  E liete anch’esse si colmano di salsedine e odore marino, vanno in rito alla risacca, scalze, bagnano piedi nell’acqua come a purificarsi pei maliziosi, sfrenati pensieri d’amore. Quando è tempo di  festa queste bellezze si danno ai forni e fanno meraviglie. Cantano, mai stanche, nelle religiose sere alla Vergine dell’annuncio e del dolore; si caricano di cente votive e coi loro maschi portano nell’aria dell’approdo santi di cartapesta. Tante pie donne si fanno nicchie mariane sulle facciate corrose di casa, vestono scapolare e si perdono  nelle nuvole d’incenso in devote novene. I cuori s’ingrossano d’amore e gli occhi si bagnano di commozione. E’ gente semplice qui, senza etichette e pretese, conosce la misura e si vuol bene. Ha bisogno di Dio per  fare albe e tramonti, il giro, mai banale, dell’esistenza. E nel profumo di salsedine, trascinato dalla brezza in ogni spaziatura, questi villani stanno a  scoprire il corso delle antiche tradizioni, le perdute girate di vita, spolverano consumate immagini, scavano nella storia. Le albe, con il sole che ride e la frescura  degli orti vivi, si fanno d’allegrezza e fanciulle si menano a capofitto nell’opera della dote. Amanti si cercano con pentagramma di serenate e presto si fanno felici matrimoni. I figli che vengono sono angeli poveri che si danno felici ai giuochi di natura, hanno fantasia e arguzia e si ingegnano in mille e mille distrazioni. Questi hanno raggi solari nell’animo e coi nonni alla rammendatura delle reti rincorrono sequenze di racconti d’avventura dove il bene, alla fine, vince il male. E poi vanno alla palmata di rispettato maestro che orienta al sillabario e maledice zuffe. E’ così che si vive, senza sregolatezze, con la misura, nell’apertura al bisogno dell’altro, come una famiglia, senza servi, né padroni e con il sole in abbondanza  in sodalizio con il mare fra vergini calanche e limpide ondate. Le giornate addivengono lineari, spianate, amalgamate di cielo e mare e di respiro di natura. La fatica ha sua cadenza, è sopportata per la sopravvivenza. La vita stessa è figlia di sacrificio e spesso anch’essa è tollerata. I canti delle innamorate rallegrano le foci torrentizie,  le scogliere del sale marinello, mentre, a brevi distanze da queste, la battigia sabbiosa si allieta di bagnanti. La fissità del tempo è di casa ad  Acciaroli, si vuole la scoperta del suo passato e disegnare i suoi valori. E vedi poi d’improvviso, con spaziature salutari e liete della vista, la vecchia chiesa Sancta Maria, al respiro d’orizzonte, a galla da millenni per miracolo, aperta ai marosi che a note di giubilo corre sulla linea del suo calendario e ora canta Nascita e ora canta Passione. E la confraternita laica, col crocifisso antico e muto, nella brezza di mare, spaziando per vicoli e dividendo l’aria,  per litorale d’alghe morte e scogliere consumate e lippose, eleva tristi canti. La confraternita ha vesti bianche e protendono cordonate con fiocchi d’azzurro, s’incappuccia con bianco drappo, si arricchisce di mozzetto celestiale in ornamento di frange. Sono figli di Dio che piangono la morte del Salvatore. E la marina, a quest’ora dell’anno, nel Venerdì di morte, annerisce lastra di suo cielo, toglie copricapo ai maschi, annoda veli di lutto alle pie donne. L’approdo nel grigiore della morte spegne la sua face.  Le anime purganti muovono nella notte  peccato pesante e piangono con canto di dolore tra lingue arse di paese senza fiato. La darsena cerca poi alba nuova, alba di Pasqua e vanno passi ai rari forni, femmine recano delizie alle tavole della Risurrezione. Più avanti il paesello si colora di ginestre odorose che a grappoli stanno nell’aria del quadro vivente a rallegrare. Si  ripete lieto il tempo alla marina, altro mattino obbliga al farsi rilucente del paese, oltre parole lente, senza fiato, oltre dimore sole e piazza morte di pensiero verso pasquarosa.In altro giorno non si trafficano mercanzie, ma si fa la pesca a strascico con  le barche ngoppaviènto e sottaviento, con ballaccòne, mezza vela e vatticùlo; alle menaite, speranzosi i padri vanno pure, e alle paranze e alle lampare. Il mare è così, frequente addivenire una festa di fatica che raccoglie canzoni  di cuore.  Il mare è così sola speranza che si apre agli occhi chiusi.Gli angeli di paese crescono col poco e si fanno uomini come gli avi, perdono stummulo e staccia e si danno al sole povero  della vita, disegnano esperienze sotto lastra di cielo graffiata da unghie di fatica e sudore, protendono verso orizzonte senza nome e portano fieri nel grasso cuore queste odorose e lippose scogliere, grappoli di case aperti alla vendemmia dell’amore e alle avventure marine, le parole scarne, gli occhi della dura vita,  il  respiro del nostalgico ricordo. E si fanno altri figli e si affidano al destino perché la speranza qui, nei vicoli bui palpita sempre sconfinato vivere. Piena di luce compare la Marina e porta in cuore la fede, oltre il farsi alternato del giocoso mutarsi del sole e della luna. E verso Licosa e verso Palinuro e verso distesa ignota in esuberanza vanno gli occhi ridendo alle apriche spaziature mentre la salsedine brucia sanguinanti mani  e raggi accaldano grinzosa, provata pelle. Si rinnova atavico sacrificio e amore viscerale al paese, sacro esperidio di esistenza, sanguigna, fresca, zuccherina sorgente in perduto, nostalgico soliloquio.

              (ATTENZIONE integrare con la versione pubblicato su UN PAESE..)

 

 

Angeli di paese

 

 

Salcigno padre alla tartana invecchia, brucia rugosa pelle all’agostano sole, sua distanza di pensiero aumenta e rimuove.

Tace altro mezzogiorno disteso di vele.

Statico tempo, da laro violato nella quiete, porta alla marina dissuasivo odore di cucine, sollecita a trippati piatti.

A figli perduti per vie di sole vanno premurose materne grida.

Sudati e festosi  angeli tornano a povere e felici mense con altro martellante pensiero di covalèra.

E poi, grassamente divertiti, uguagliati figli di mare, vengono a vermeti passando l’ora morta e, la compagnia in volata, prima di notte, si dimena.

Ora peretara, friscarulo e taratoccola in villata, vestita di salsedine e baciata da morente sole, violentano aria di mare e quella pace già maritata a nuovo zimino che prende aria e palato.

E vanno scalzi gridando, contro abortite nenie di nonne, oltre risacca, angeli indiavolati con voglienza di vita in rannuvolata  d’agosto, sconfinando tardo giorno.

Rannerarsi, prima di prossima giovane notte, è del cuore che rapina ultimo battito di vita.

 

 

Salcigno: persona dai tratti duri, dal carattere difficile e intrattabile. Tartana: rete da strascico per la pesca usata dalle paranze. Laro: gabbiano. Trippato: cucinato, condito come la trippa.

Covalèra: “.. nascondino a squadre, si giocava nelle serate di primavera e d’estate: consisteva nel trovare la squadra avversaria che si nascondeva lontana dal paese, nelle macchie, senza farsi scovare dalla squadra successiva. Questo gioco, praticato dai giovanotti, a volte vedeva protagoniste anche le ragazze che vivevano fuori dal centro abitato; per cui diventava un modo come incontrarsi con l’amata o farsi delle scorpacciate di frutta nei campi. (…) Nella Covalèra erano rimasti quasi intatti gli antichi riti della Primavera quando le giovani coppie si adornavano il capo di ghirlande di fiori e in quelle dolci serate si recavano nei campi appena dissodati, dove le prime gemme si affacciavano alla vita; e quivi si  amavano…” (In LA GRECA E., LA GRECA A., DI RIENZO A., Usi e costumi del Cilento, Ed. Ci.Ri., Cilento Ricerche, Agropoli, 1984, pgg. 52-53).

Grassamente: grandemente (usato in modo licenzioso). L’ora morta: l’ora del primo pomeriggio.

Peretara: la fieba, “ è uno strumento musicale rudimentale ricavato da un fusto di zucca prossimo a fiorire. Esso costituiva per noi, la gioia più grande in quanto ci permetteva di poter realizzare delle vere bande musicali ed assordare con i nostri suoni le nonne intente ai lavori domestici, quando sfilavano per le vie dei nostri paesi. La sua realizzazione non era molto difficile: bastava andare nei nostri orticelli e con un temperino tagliare dalla pianta di zucca un venticinque centimetri del fusto su cui intaccavamo all’ estremità, proprio sotto il nodo, col temperino, una lunga fessura in modo da formare una linguella. Soffiando nel piccolo giocattolo si produceva un assordante rumore, simile al muggito dei buoi. Friscarulo: il piffero, è uno strumento musicale di facile confezione e di facile acquisto. In tutte le fiere del Cilento è presente come giocattolo sulle bancarelle. Esso si ricava da un fusto di canna compreso fra due nodi. Un nodo si lascia otturato mentre l’altro si taglia diagonalmente assieme ad un tappo su cui è stato ricavato un solchetto per far passare dell’aria. Alla base del tappo lungo tre centimetri, in direzione del solchetto, si incide sulla canna una finestrella e dei fori sul fusto. Effettuato ciò, lo strumento è pronto ed ha l’aspetto di un piccolo clarinetto, che, portato alla bocca e soffiandovi, produce graziose note musicali. Il suonatore regolerà le note otturando e liberando i forellini incisi sul fusto della canna. Taratoccola: la battola, è un giocattolo di legno che produce soltanto rumore, ancora usato negli stadi per tifare per la propria squadra di calcio, ieri, invece, molto usato dalle squadre degli zerranti nella Settimana Santa. Esso è costituito da una tavoletta a forma e grandezza di un cava gnocchi su cui si poggiano da ambo le facce altre due tavolette con delle cerniere o con della sottile corda. Nel momento in cui si agita il manico, le due tavolette mobili battono contro la tavola fissa”. (In STIFANO G.,  Giochi perduti, Ed. Centro di Promozione Culturale per il Cilento,  Acciaroli, pgg.51,52,53,54).

Vermeti: mollusco marino con corpo vermiforme e conchiglia tubulare; vive fissato a pietre e ad altre conchiglie. Villata: contado, villaggio. Zimino: salsa a base di spinaci, aglio, prezzemolo e altre verdure, usate soprattutto come condimento di piatti di pesce o pietanza  condita con tale salsa.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Strummulo e staccia

 

Strùmmulo di Natale all’ impazzata gira e rigira, si dimena e, velocemente grida, con angeli poveri, vittoria di Bene.

Staccia di Pasqua dice Vita che vince Morte e feconda segreti di mèrco.

Garzoni impazienti, in festoso ritrovo, si soppiantano nei tiri di giocate e stanno a garrire nel mezzo mattino ora di Nascita, ora di Resurrezione.

Qui, così, con suo dimenarsi antico,  è la vita e travolge in passivismo, in questi brandelli di paesi, in corse d’inverno e primavera.

Giuochi poveri, in piazzola che ora si poventa, vogliono rivertere la triste faccia di marina in lieta zonula di respiro vitale.

Gravide femmine, in assente scienza, sanno giuochi che fecondano Bene e Vita.

Gravide femmine, in maternale improvviso mostrarsi, vanno osservando figli già fatti e, ritrovandosi fiere, nel dilatarsi all’ amore, nell’aria di festa, stanno compiaciute.

Lo strùmmulo conserva pazzo suo moto.

La staccia allontana mèrco e, senza vergogna, minacciosa pietra vitale, si dimena in goduta accoppiata.

Infaticato paese di garzoni e di feconde fanciulle prende la sua festa in timido volgere dell’ora, fra innocenti grida  e indecorosi letti mentre scarso vuole farsi giorno.

 

Strùmmulo: trottola di legno. “..Veniva giocato a Natale e per tutto il tempo di Carnevale; consisteva nel colpire la trottola avversaria senza fa scacà (far smettere di girare) la propria. (…)  Nel gioco dello strùmmulo la trottola che riusciva a conservare il moto nonostante i colpi dell’avversario, rappresentava la vittoria del Bene sul Male. (In LA GRECA E., LA GRECA A., DI RIENZO A., Usi e costumi del Cilento. Ed. Ci. Ri., Cilento Ricerche, Agropoli, 1984, pgg. 52,53). “Lo strùmmulo è un giocattolo assai in uso nel territorio (..) Esso si compone di un piccolo cono di legno di ciliegio o di pero e di una cordicina di lino o di canapa. La sua confezione è facile: basta munirsi di un comune coltellino e di un pezzo di legno tenero come è quello di pero o di ciliegio. Da questo legno si ricava un cono dal raggio di base di centimetri tre e dall’altezza di centimetri sette. Una volta ottenuto il cono, si conficca nel suo vertice un chiodo, facendolo penetrare per uno, due o tre centimetri nel suo interno. Fatto ciò, ad un centimetro dalla punta del vertice si taglia il chiodo e lo si lima, facendone una bellissima punta….(In Stifano G., op.cit., pg.67, 68).

Staccia: piccola tegola di pietra o argilla. Si giocava a Pasqua e nelle domeniche successive; consisteva nel tentare di cummaglià (scoprire) con essa dei bottoni o delle monetine poste dietro al mèrco (ciottolo quadrato) con lanci precisi, come bocce. (…) Nel gioco della Staccia si può ravvisare il ricordo delle antiche credenze che consideravano la pietra fonte di vita per la sua durezza e stabilità; perciò la Staccia (simbolo della vita) che il concorrente lanciava per allontanare u mèrco (pietra inerte, simbolo della Morte) doveva coprire i bottoni (simbolo dei semi) per conferire loro la vita, coprendoli (fecondandoli). (In LA GRECA E.,  LA GRECA A., DI RIENZO A., Usi e costumi del Cilento, Ed. Ci.Ri., Cilento Ricerche, Agropoli, 1984, pgg. 52,53).  –

“Si scava a terra un fossetto entro cui si pongono bottoni o monetine metalliche. Essendo un gioco collettivo si tira a sorte chi del gruppo deve giocare per primo, ossia tirare una piastrella tale da scoprire o avvicinarsi al fossetto. Il tiro avviene ad una distanza minima di tre metri. Al primo segue il secondo, il quale cercherà con la sua piastrella di allontanare quella del primo contendente. Vincerà colui il quale si accosterà con la sua  piastrella più vicino al fossetto. (In Stifano G. Op. cit., pg.163).

Soppiantare: sostituire Garrire: litigare, altercare. Poventa: luogo riparato dal vento. Rivertere: rivoltare. Zonula: piccola zona. Scarso vuole farsi giorno: limitarsi vuole la luce del giorno.

 

 

 

 

 

 

 

 

Poco giovevole menarsi

 

Recente luce, in addivenire di giorno, sorprende paese appena ridestato a respiro nuovo.

Uomini di mare gonfiano al primo sole nubi di vele.

L’aia, oltre marina, distende cuore e pensieri antichi.

Figlie, future mani per dote, ora con pupa re pezza, menano crastino. Tempo senza nominanza scopre fanciulli lieti farsi in giochi poveri amicizia mai garosa.

Vuole divenire bello agli occhi verde tenero novale che prende spaziatura e porta allegrezza al core.

I giuochi dell’aia scoprono Regine e il sopraffare di mezzogiorno improvviso sorprende a mistiare sudore di fatica e vino di ristoro.

E si torna a poco giovevole menarsi.

Scrostata luce da giorno  antico porta sbracato, muto, stanco padre a reficiare nella spaziatura solitaria di casolare e, sua ultima goccia di forza, raccoglie silenzio e sonno.

Vetrate logore fanno la notte.

Piccoli chiedono favella, giochi più perduti, furfano ancora stanche, assonnate nenie fra pietrame campestre murato con creta, verso morti buchi d’aria e luce, oltre affumicato, umido stazzo.

 

Novale: terreno coltivato dopo un periodo di riposo a dopo il maggese.

Amicizia mai garosa: amicizia mai litigiosa, animosa.

Giochi: “ Nel mondo contadino c’era poco spazio per i giochi; di solito venivano praticati nei giorni di festa ed erano calmi e ripetitivi, ispirati a simboli religiosi e familiari o ai cicli della natura (le stagioni). I più diffusi tra le bambine erano le conte (girotondi) che venivano cantate in lunghe cantilene mentre si tenevano per mano e giravano attorno ad una di loro, la Rigìna (la Regina) che stava al centro del girotondo cerchio. Le cònte sono l’ultima traccia di antichi riti della vegetazione, il cui simbolismo deve essere riportato ai miti e ai concetti del Centro come fonte di vita e del Circolo Magico come forza che protegge.  (..) Altro gioco per le bambine erano i pupe re pèzza (bambole di stoffa) costruite dalle nonne con i piccoli scampoli di tanti colori; con esse la fantasia delle piccole donne si sbizzarriva in mille finzioni. (..) Gli adolescenti, invece, praticavano giochi più dinamici. (..) I giochi nel mondo contadino sono l’ultima traccia di antichi riti che si rifacevano al ciclo cosmico della Natura; essi infatti venivano svolti solo in determinati periodi dell’anno in relazione alla simbologia che questi rivestivano nell’ambito dei momenti più importanti della vita dell’uomo  (..) Le bambine nel gioco delle pupe re pèzza rappresentavano il figlio della pupa con un ciottolo ovale che veniva accuratamente fasciato. Anche qui ricorre la simbologia delle pietre, fonte di vita o vita stessa (il neonato è il simbolo vivente di questo miracolo della Natura). (In LA GRECA E., LA GRECA A., DI RIENZO A., Usi e costumi del Cilento, ED. Ci. Ri., Cilento Ricerche, Agropoli, 1984, , pgg.51,52,53). -  La pupa: la bambola. “ tale giocattolo di pertinenza femminile è presente nelle antiche civiltà orientali e mediterranee. Un esemplare di ammirevole fattura fu trovato in una tomba di età romana a Tivoli. Dopo molti secoli è pervenuto a noi, conservando la piena vitalità e la stessa carica di ieri che offre al mondo dell’infanzia. La confezione autarchica della bambola, ossia della pupa è facile, in quanto bastano pochi stracci e qualche calzino fuori uso di color bianco. Con tali avanzi si confeziona la testa e poi il corpo, applicandovi gli arti superiori e quelli inferiori ugualmente ricavati dallo stesso materiale. Appena la forma corporea è pronta si fa indossare la vestina a sua volta preparata” (In Stifano G., op. cit., pg. 83).

Mistiare: mischiare. Giovevole: giovare. Mutanza: mutamento. Scrostata luce: rovinata luce, ridotta luce (uso licenzioso). Giorno antico: ora serale, fase conclusiva della giornata. Reficiare: rinvigorire. Nenie: ninna nanne.”..Nascevano meravigliose ninna-nonne (ninna nanne), nenie lunghe e dolci, dal ritmo caldo e pacato con le quali si invocava il sonno e i Santi che facessero riposare il bambino e lo proteggessero…” (In LA GRECA E., LA GRECA A., DI RIENZO A., Usi e costumi del Cilento, Ed. Ci. Ri., Cilento Ricerche, Agropoli, 1984,  pgg. 41,43).

La casa nel borgo e in campagna: “ Le abitazioni consistevano solitamente in veri e propri tuguri, senza intonaco esternamente ed internamente, fredde e umide; le mura erano annerite dal fumo, un vano era utilizzato sia per dormire che per cucinare. Il fuoco si accendeva con zolfo o pietre calcaree, altrimenti si conservavano sotto la cenere i carboni accesi che si utilizzavano il giorno dopo; i tizzoni servivano anche per farsi luce quando per necessità si usciva nella notte non rischiarata da illuminazione pubblica. L’acqua si prendeva nel pozzo scavato nel giardino, alimentato da acqua piovana. I bisogni corporali si espletavano all’ esterno, nei giardini; l’acqua usata per lavare i piatti o altro si gettava sulla vicina strada, richiamando mosche ed insetti. Gli animali, soprattutto i porci, vagavano per le strade senza che nessuno ne rimuovesse gli escrementi. Alcuni regolamenti cercavano di porre fine a tali abusi: a metà Settecento a Vatolla si fa divieto di versare gli zipeppi nella pubblica strada, pena 1 carlino. Precedentemente, gli Statuti dell’Università di Perdifumo, non pervenutici, ed i successivi regolamenti preunitari di polizia urbana e rurale cercheranno di porvi rimedio…(In CAPANO A., Museo Terra Betulliana, Ed. Centro iniziativa culturale Scienza Nuova, Vatolla 2000).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Le cose hanno parole

 

Tugurio chiede la sua fiamma a carboni agonizzanti.

E’ unico, freddo, umido e nero di fumo l’umano stazzo.

La tana è gravida di ataviche attese; è puerpera di abortita  speranza.

Si sposano giaciglio e cucina. Si misurano gesta e parole.

Tempo e spazio sconfinano mente e cuore.

Alle pareti è la piattaia. Occhi vanno, prima che sonno grazia stanchezza, a sartanie, muti, schiumarole, cuoppi, buttiglie, bicchieri, ciucculatera, macenieddo, grattacaso.

Si ritaglia altro metraggio antico e compare usurato letto, zi peppe o pisciaturo, a cascia, u spiecchio, pettene e pettenecella..

Perduti occhi in poco vogliono negligere qualunque fare, ricevere morte in allargata nottata. Pesanti luci nuove a spazio senza, scoprono mutata vita e, amalgamate col silenzio di poveri, vogliono passionare le cose di tugurio.

Cose, in casolare senz’anima, hanno parole e storia di cuore.

Cose di stanza attempano divenire.

Si allarga tralatizio, diviene ombra d’uomo.

 

Le cose hanno parole: gli “oggetti vissuti” si legano affettivamente all’ uomo, parlano del passato, trasmettono immagini ed esperienze d’altri tempi; hanno la forza di far rivivere, in ogni momento,  precise situazioni e di suscitare straordinarie emozioni. Passionare: sottoporre a patimenti, a tormento.

Attempano tempo in divenire: attardano il processo evolutivo temporale.

Si allarga tralatizio, diviene ombra d’uomo: si diffondono ampiamente usi e costumi, (la storia delle tradizioni popolari), valori del passato si scoprono fortemente legati all’ uomo. –

“..Conoscere la propria tradizione, essere lucidi sui tratti di fondo della propria cultura, è una vera e propria esigenza di genuina consapevolezza umanistica: significa sapere non solo da dove si è partiti e la strada che si è fatta, ma vuol dire situare la propria vita all’ interno di una comunità, in un punto preciso della sua storia; significa diventare più consapevoli di condizionamenti ai quali forse non si sarebbe mai pensato (linguistici, di gusto artistico, etici, di stile raziocinative, di costume e così via); vuol dire, in sostanza, conoscersi di più. (..) Noi siamo eredi di una tradizione, viviamo all’ interno di una tradizione, siamo impastati di tradizione. Non è possibile fuggire da una tradizione, più di quanto sia possibile andare oltre la propria ombra. E se è un  atteggiamento assurdo quello di accettare una tradizione come sacra per restarvi ingabbiati, è parimenti impossibile sostenere che si può ricominciare da capo… (In POPPER K.            ).

La casa nel borgo e in campagna: la camera da letto e la cucina: “ La camera da letto se si eccettuano i palazzi dei benestanti e dei nobili, ove rappresenta un locale a se stante, con un letto un tempo a baldacchino e con vicini servizi igienici, spesso è contenuta in un unico locale insieme alla cucina da cui è separata con una parete divisoria in legno ed altro. In un unico letto sovente dorme tutto il nucleo familiare generando contatti anche incestuosi, che le leggi di ogni epoca cercano di proibire, mentre una culla, vocula, posta sul pavimento, vicino alla madre, o appesa al soffitto, ospita i neonati. Non manca la vicinanza di animali domestici nelle case più povere. (..) Il letto, lietto, poggia su piedistalli di ferro, lettiere, reggenti una tavola su cui poggiano il materasso riempito di foglie di granturco più che di lana, saccone, su cui sono stese le lenzuola che separano dalla coperta, in lana o in altro tessuto,  e dal copriletto. I cuscini sono anch’essi riempiti di foglie o di lana. Il letto d’inverno può essere riscaldato con un arnese provvisto di manico, contenente carbone ardente, scarfalietto,  o con un mattone riscaldato sul fuoco. Ai lati del letto sono due comodini, cornette, che talora contengono il rinale, zi peppe  o pisciaturo; in una cassa di legno, cascia è riposto l’abbigliamento, in aggiunta o se manca l’armadio, armario; non sempre è presente il comò, cummò, più o meno decorato ad intaglio, con o senza specchiera, spiecchièra, talora sostituita da un semplice specchio, spiecchio; su di esso poggiano pettini, pèttene, pettenecella, spazzole per gli indumenti, rasoi, rasùli, ed altro per la toilette; all’ appendipanni, appiennipanni, si appende il cappello, cappieddo, il soprabito, la mantella, lo scialle; e, se si è cacciatori, anche il fucile, scoppetta, con il suo corredo di porta pallini, porta tombetti e verzella, e di contenitori di polvere da sparo, cannetella. (..) La cucina: Nelle abitazioni dei ceti inferiori tale ambiente solitamente non è diviso dalla camera da letto ed è appena separato dalla stalla, anche se non è raro che gli animali domestici vi razzolino alla ricerca di avanzi. Spesso è, inoltre, carente di ventilazione per l’assenza di finestre; e, pertanto, si lascia un pò aperta la porta o parte di essa, se presenta uno sportello superiore, perché sia assicurata la fuoriuscita dell’aria viziata e del fumo. Questo, difatti, non sempre va via da uno sporco camino che, talora, manca del tutto. (..) Dal soffitto pendono i salumi, la sugna contenuta nella vescica di maiale; alle pareti è la piattaia, cui sono appesi recipienti in ferro, padelle, sartànie, forchettoni in ferro, imbuti, muti, cucchiaie forate, schiumarole, mestoli, cuoppi, il porta posate in legno o di zucca. Bottiglie, buttiglie e bicchieri, bucchieri, sono deposti nella cristalliera o nel mobile con ante, se la famiglia ne possiede, insieme alla cioccolatiera, ciucculatera, alla caffettiera, caffettera, al macinino per il caffè, macenieddo, alla grattugia, grattacaso, oltre che ai larghi piatti ed alle zuppiere, piatte. De canestri, canistri, o anche casse, cascie, contengono frutta secca o altri alimenti e tovaglie per la cucina. A terra o sul mobile, sono deposte le misure per liquidi, i fiaschi impagliati , ‘mbagliati, le piccole brocche, moscetoredde, il recipiente in terracotta per contenere vino e olio, fusina. (In CAPANO A., op. cit.).

 

 

 

La fatica del grano

 

Apprestansi  uomini alla fatica, vanno segnati padri muti ai campi.

Aratro separa zolle di riposata terra; bestie già sanno ripetuta stanchezza d’erpice.

Giogo pesa, ma egualmente crastino compie.

Ultime, in altro mattutino, tornano zappa e vanga.

Terra coglie sangue e sudore, orfane restano parole di lamento.

E’ tempo  di morti, vanno semi nelle porche partorite dall’aratro.

Pensiero già rincorre sarchiatura, oltre profano Carnevale, nel tempo quaresimale  difensiva parola di zappa protende sacra Pasqua.

Ora la terra compare indorata e colta da ventate, docili carezze, muove  sua chioma d’oro. Parola e risata di grano in offerta vanno al casolare. L’oro del campo sconfina antica  lastra, resta quadro al cuore, occhi perduti protendono infinita grazia.

Paranze accappucciate di paglia, contro sole che ride, hanno falce e ditali di canna per far gregne e covoni.

Oltre ragliata è silenzio, romore  di stanchezza soltanto.

Uomini, come bestie da soma, fatta pasquarosa, in addivenire di accaldato mezzogiorno, trovano altra fatica.

Questo lontanarsi della sera indolisce muscoli e parole.

Muore lavorata e, sconfinati  chiavaccio e lastra senza, moglie con crocchia si dimena in faccende, compare a marito con creanza muta, servile e lieta, offre parco ristoro.

In altro farsi uguale è del pensiero in odore di cucina: sovviene trebbiatura di bestie a calpestio o trainante di triglia.

La notte raccoglie affaticamento.

Aperto giorno separa chicchi da pula e, amorevoli, figlie di terra ai vagli, menando l’ora, cantano in coro casto amore.

Si dimena lieve  il tempo nel finale e sollievo mette all’ animo giovanile canto.

 

Riposata terra: terreno interessato alla rotazione agraria.

Il ciclo del grano e la trebbiatura: ..L’aratro più comune ancora per parte del XX secolo è quello “chiodo” con stiva unica il cui prolungamento forma il dentale; questo in aratri più complessi viene provvisto di due orecchie aggiunte metalliche, con lo scopo di rovesciare il terreno, e di un vomere simmetrico in metallo. Al giogo semplice, cui sono attaccati due animali, sono legati la bure e il timone. L’aratura in questo caso può avvenire solo in modo simmetrico. All’ inizio del  XX secolo sono introdotti aratri importanti in ferro con stiva, unica, ceppo con vomere asimmetrico e con versoio in grado di rovesciare maggiormente il terreno. L’animale si attacca tramite un bilancino. L’aratura ora avviene in senso orario o a spirale. (..) Successivamente all’ aratura si provvede al livellamento del terreno con l’erpice, attrezzo in metallo provvisto di lunghe punte di ferro e trainato da animali per mezzo di un’asta collegata al giogo. Esso permette al grano di seminarsi su una superficie omogenea. Ma in considerazione della caratteristica collinare del territorio si utilizzano per il dissodamento soprattutto la zappa e la vanga. Si procede, quindi, alla semina (ottobre-novembre), solitamente del tipo “a spaglio”, gettando con abilità i semi nelle porche create dall’aratro e, finalmente,  coprendo con questo il seme. Per eliminare erbe che possono ostacolare la crescita del grano, si ricorreva alla sarchiatura (febbraio-marzo) con zappe, attualmente sostituite da diserbanti. La  mietitura è eseguita da lavoratori stagionali divisi in squadre da quattro unità, paranze, guidate da un capo: essi sono muniti di un cappello di paglia per proteggersi dal sole, di un grembiule per non sporcare i vestiti, di un bracciale di cuoio per proteggere l’avambraccio sinistro, e di ditali di canna infilati alle dita della mano che non regge la falce e che raccoglie il grano in mannelli, che il legatore riunisce in gregne; e si adoperano vari tipi di falce, rese dentate al fine di tagliare e raccogliere gli steli. Quindi le gregne vengono raccolte in covoni, ove il grano si essicca, prima che essi vengano trasportati con grossi carri all’ aia, spazio pubblico o privato reso orizzontale. (..) Qui essi sono sistemati in modo da essere protetti dalle intemperie. Prima dell’introduzione delle trebbiatrici meccaniche, la trebbiatura avviene tramite il calpestio degli animali o usando la tipica grossa pietra scanalata, trainata da animali,  la triglia. Si procede quindi alla spulatura, usando una forca con cui esso viene lanciato in aria, permettendo così la separazione dei chicchi più pesanti dalla pula…(In CAPANO A., op. cit.) Tempo di  morti: il mese di novembre Pasquarosa: o pasqua rosa, il giorno della Pentecoste. Il giorno della Pentecoste per gli ebrei è la festa delle primizie e della Legge che cade il cinquantesimo giorno dopo la Pasqua; per i cristiani è una festività inserita nel calendario liturgico che, cinquanta giorni dopo la Pasqua, vuole ricordare la discesa dello Spirito Santo sugli Apostoli riuniti con la Madonna nel cenacolo. Vanga: attrezzo agricolo per dissodare il terreno, costituito da una lama, per lo più triangolare, fissata a un robusto manico e in cui è innestata una breve staffa metallica trasversale sulla quale si preme col piede per far penetrare la lama nel terreno e staccare una zolla. Sarchiatura: atto del  sarchiare, smuovere, rompere il terreno in superficie, sminuzzandone le zolle con il sarchio o altro strumento adatto, per ripulirlo dalle erbacce e attivare la respirazione delle radici. Pula: sottoprodotto della trebbiatura del grano e dell’avena, costituito dalle glume e dalle glumelle, usato nell’alimentazione del  bestiame. Vaglio: setaccio.

 

 

 

Vigne indorano agreste spaziatura

 

Chiavaccio partorisce, senza scialo, luce alla volta e farsi è primale di tini, botti, barili in polveroso legno; farsi è primale di chiusura senza respiro mentre l’aria nuova viene sverginando tugurio dal passato odore di vinaccia.

Buco rurale si appronta a pigiatura di amabile vitigno.

Alzata di giorno, in ora di fuoco, altrove sorprende improvviso stare degli occhi.

Si apre cielo spianato, liscio, in azzurro totale; immensità di tavolozza, senza contrasto di nube, sposa terra e mare.

Si fanno, oltre respiro di mavi, forme e colori alla lucente lastra, si muovono riflesse fatiche campestri e faccia di natura in carezzevole ventata. Ora è scoperta finestra muta come ludico teatro.

E, finite spaziature note, il vero di Licosa viene a rimostrarsi senza velo.

Felici colori della vite stanno ridenti al mezzogiorno.

Antiche uve zibibi, in gran copia, a Partenope sgorgavano tingendo imbiancate tovaglie e ubriacando stanze signorili.

Damascina saporosa, parimenti gradevole al palato in abbondanza rara diviene.

E vanno musicali le vigne, felice pentagramma al sole settembrino, nelle apriche vallate cilentane.

Le uve hanno grossezza di pigne e acini duri, paiono vere note, collane perlate e zuccherine, preziosi chicchi succosi di vita, ridente fanciulla al primo canto del giovanile sole.

E poi musica agreste, verso sera stanca, scopre senza paura le parole, bellezza nuda, di fuggente velatura, pulita; scopre pensiero senza scorza e core in allegrezza.

Le vigne graffiano lastra  di cielo, asciugano con la notte dolci chicchi e in docile divenire di giorno maturo macchiano solitarie spaziature, addolciscono aria.

Vini ameni, più delle vernacce, ubriacano crepuscolo e cuore di maschi,  fanno saporose attese ore di vendemmia.

Vigne indorano agreste spaziatura, vanno in dolce danza a dimenarsi, contano innamorati canti nell’apertura solare settembrina,  annidano amanti con gioiose note.

 

 

Il vino nel 1596 viene trasportato nei principali mercati, a partire da quelli di Salerno e della costiera amalfitana, da commercianti di Roma, Firenze, Genova etc., con le imbarcazioni salpanti dai porti di Agnone, S. Maria di Castellabate e di Agropoli. Francesco Antonio Ventimiglia (anni settanta del Settecento) osserva: Di vini eziandio ferace è il Cilento. Più di tutto le pianure di Agropoli e del Castello, dall’altra parte quelle di Sessa, Omignano per gli arbusti di cui son ricoperte. Punto non cedono ai già descritti luoghi le vigne che si veggono sulle colline di Laureana, Vatolla, Perdifumo, Galdo e d’altrove. Invero “Baccus amat colles”….Ameni più delle vernacce sono altri vini del Cilento, quale è quello che nasce nelle apriche valli tra Vatolla e Camella, che non la cede al greco per cui ne va il Vesuvio fastoso…Infine, oltre alle famosissime uve dette Zibibi, di cui gran copia ne va in ciascun anno nella vicina Partenope, per le quali è nota soprattutto la costa di Licosa, egli segnala l’uva damascina…. In vari luoghi, ma nella valle tra Camella e Vatolla v’è l’uva così detta delle pigne e durezza degli acini, la quale è saporosa oltremodo ed al palato gradevole.Nel catasto provvisorio del 1821 il vigneto è la settima coltura per estensione con il 2,1% ma con una stima di ducati 7-9, superata soltanto dall’oliveto e dal ficheto, di cui è rispettivamente inferiore e superiore nell’estensione. Tra i detti popolari ricordiamo, quanto alla riuscita del prodotto, che le botti ed i tini devono prepararsi in tempi asciutti; quanto alla sua bontà, che il vino è buono fino alla feccia mentre la donna lo è fino alla vecchiaia; che il vino guarisce mentre l’acqua uccide. E relativamente ai suoi effetti, che fa più una botte piena di vino che una chiesa piena di santi. Tra gli oggetti che attengono il settore vinicolo ricordiamo l’insolfatoio, la forbice potatrice, il palmento, il tino, il torchio, le misure, i barili e le botti…. (In Capano A., op. cit.). Chiavaccio: catenaccio, grosso chiavistello. Scialo: spreco. Volta: cantina. Mavi: azzurro chiaro, ceruleo.

Punta Licosa: Gli antichi miti raccontano delle Sirene che col loro canto attiravano i naviganti. I loro nomi erano: Molpa, Leucosia e Partenope. Questi oggi sono i toponimi dei punti più belli della costa campana, ma anche molto pericolosi per la navigazione, a causa delle insidiose scogliere. Quindi il Canto delle Sirene dovrebbe stare a significare l’incanto del luogo. Molpa e Leucosia sono ubicati nel Cilento: il primo a Sud di Palinuro e l’altro è l’omonima Punta Licosa. Aristotele, nel libro Sulle cose mirabili, ci informa che sull’isola di Licosa, esisteva un tempio dedicato alle Sirene: attorno ad esso era sorto un piccolo centro abitato che scomparve lentamente col bradisismo iniziato dal V secolo a. C. e che interessò tutta la costa fino a Paestum. Forse un tempo l’attuale isola di Licosa era unita alla terraferma.. La prima notizia del centro abitato in epoca romana si ha tramite una iscrizione del IV secolo d.C. (Momsen C. I. L., Vol. X, 52). In quest’epoca vi si teneva un mercato molto accorso che durava  alcuni giorni  e culminava con la celebrazione della festa di San Cipriano con danze e canti. L’attiguo porto offriva  un ottimo ripara dai venti di Ponente. Il bradisismo finì  col sommergere anche questa movimentata cittadina, tanto che nel VI secolo d.C. non troviamo più tracce di vita nel luogo. Oggi, semisommersi dalle acque, i ruderi della città greco-romana, testimoniano una passata vita mitizzata da molti poeti dell’antichità. Omero, Ovidio, Strabone, Plinio, Dionigi d’Alicarnasso, nel mito di Leucosia, la sirena suicida per amore,  celebrano l’incanto del luogo….(In LA GRECA A., DI RIENZO A., LA GRECA E., Viaggio nel Cilento,  Ed. Ci. Ri., Cilento Ricerche, Agropoli, 1984, pgg. 45,46).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La fiera

 

Porcelli, in rara grifata, senza mangano alla fiera. Pelato porcaro intasca  fortuna, divora peduccio profumato nell’aria grigia di fumo. Colori  a colori e suoni a suoni vanno a mischiarsi nel maturato tempo di fiera, portano tutti a mostrarsi prima di sera.

Nasiere e ferri per uomini e bestie a ruba vanno, nello stazzo sconfinato, oltre greppo di paese ove stanno.

Mezzogiorno passa frusto di castrato e fiume di allegro vitigno.

Vanno a strinare, liete figlie, inerti volatili, ultimi condannati di festa.

Girotta si dimena, l’ora è greve, lassarsi è  della luce meridiana e lasso corpo si ripara a latente tempesta.

Alle tende senseria per mula, in frugale ristoro, trova accomodata e ultimo chiassare di bestie al partente giorno trascina l’ora di fiera.

Campanacci, improvvisi tuoni, parole di congedo, recenti tinte smorte, soprastare di sciatteria sollevano la festa.

Lampi sfasciano cielo nero.

Casolare, come fantasma, sigilla trascinati cafoni.

Muore giorno a la fucagna con acqua a lu treppete, carne a la ratiglia, na vrasera re castagne.

Sopravvenire di notte scopre anima sola la borgata.

Impauriti figli piangono mancante luna, madri in sopravveste vegliano,  soffocando lamentose  nenie.

Vocula e pupa, lucernedda e quatri santi, poi calore  di mater  profferto a figli nella solitaria, ghiacciata nottata, monca di forme e respiro, gravida di tardata luce.

La pioggia para  para salva cranio e bugnola, invita a intima coesione, senza scapolare tenebroso brandello di notte, rasenta l’alba.

Nuovo vivere di giorno porta tirata sopravvivenza, parvenza di gelido sole. Raggio biancastro rompe grigiore e silenzio, entra nell’ agreste respiro e vanno a farsi riguardare orti e vallate, le tane si fanno in apertura all’ odore dei limoni, alla scorza gialla come luce di mezzogiorno, al corpo esuberante di giovenca, al colorato pentagramma della vita che protende spaziature in allegrezza..

 

Peduccio: zampetto di maiale. Nasiera: anello che si fissa alle narici dei buoi per trattenerli e guidarli. Grifare: mangiare con avidità animalesca. Greppo: pendio ripido e scosceso. Frusto: boccone. Castrato: agnello castrato, la carne che se ne ricava. Strinare: passare alla fiamma polli e uccelli già spennati per eliminare le penne più piccole e i peli: bruciacchiare. Girotta: lamiera di metallo, collocata su un supporto girevole in cima ai campanili, tetti ecc. per indicare la direzione del vento. Lasso: stanco. Latente tempesta: nascosta tempesta. Senseria: l’opera del sensale, compenso di spettanza al sensale per la sua mediazione. Sollevano la festa: levano, concludono la festa. Cafoni: contadini. Bugnola: paniere usato dai contadini per tenervi biade, crusca ecc.

Maiali: “Fin dall’antichità i maiali ed i loro prodotti (si ricordino i salumi, detti lucaniche proprio perché prodotti nella Lucania romana) hanno rappresentato il maggior cespite nell’alimentazione locale e nel commercio. Negli statuti comunali il loro allevamento era controllato scrupolosamente: essi dovevano portare il mangano, cioè un largo collare di legno a forma triangolare, che non permetteva loro di scavare o di entrare in aree recintate, pena le ammende o, nel caso che ne fossero sprovveduti,  anche l’uccisione del maiale da parte del proprietario del terreno danneggiato, il quale provvedeva, poi, a offrire un pezzo della carna dell’animale al feudatario. A fine ‘500 un rotolo di carne di maiale costava 6 grana, mentre il corrispettivo per la carne di castrato era di 11 tornesi. Al tempo del catasto onciario di Vatolla (1748) essi sono detti neri per il colore della pelle e, qualche anno dopo, la carestia del 1764 li costringe ad essere svenduti dai cilentani presso la fiera di San Francesco (1-4 ottobre), perché non si possono alimentare….” (Capano A., op. cit.).  L’uccisione del maiale: l’uccisione del maiale nella civiltà contadina ha sempre rappresentato un momento di unione fra i vari gruppi famigliari; in tale ricorrenza, infatti, accorreva tutto il vicinato incuriosito ed entusiasta del raro avvenimento, nonché una persona capace di fare le veci ru chianghiere (beccaio), pe staglià u puorco (per sezionare il maiale). Come tutti i rari avvenimenti vissuti nella tradizione anche l’uccisione del maiale viene collocata nelle festività popolari del Cilento. Anticamente questo animale aveva una funzione importante nel culto di Demetra in quanto animale che arreca fertilità. L’atto agricolo-rituale dell’uccisione dell’animale nella tradizione popolare in genere era concepito quale momento di festività e viva espressione del mondo contadino. Il periodo in cui avveniva l’uccisione era quello che seguiva le festività natalizie. In tale stagione, infatti, si consentiva, grazie al clima freddo, una migliore conservazione dei prodotti ricavati da esso: supersate (soppersate), sausicchie (salsicce), capicuoddi (capicolli), ncantarata ( carne in salamoia), corie (cotica), ecc. Nel giorno stesso in cui rincorreva questa festa, quando l’animale veniva stagliàto, si offriva un pranzo a base di carne suina (generalmente soffritto) a tutti coloro che collaboravano all’ uccisione del maiale; a lavoro ultimato, invece, prima di procedere alla conservazione della carne sotto sale, u chianghiére aggiustava le purziuni (formava eque porzioni di carne) che venivano distribuite a tutti i vicini.  Questo rituale era anche una forma di cortesia reciproca detto lu Spito (Cannicchio) o lu Rato (Rosaine) che ancora oggi ricorre nella vita contadina. Ognuno in questa circostanza assumeva un compito specifico, veniva coinvolto u’ chianghié o u’ scanna puorc, i vicini ca teniano ‘u puorco mentre veniva sgozzato; a questi si univano li femmene re casa (le donne di casa) che provviste di recipienti appositi raccoglievano il sangue. Questo veniva usato come ingrediente basilare per la preparazione di un originalissimo e squisito dolce: u’ Sanguinàccio. (In DI RIENZO A., FUNICELLO G., LA GRECA A., LA GRECA E., Feste pagane e feste cristiane nella tradizione culinaria del Cilento, Ed. Ci. Ri, Cilento Ricerche, Agropoli, 1985, pg. 17).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Si fanno passi ai rari forni

 

Amorevole madre e lieta comare in obbligarsi alla levata, spaziano sconfinando calda coltre, vanno in tardo divenire d’alba.

Saporando orzato pane si fanno passi ai rari forni.

Qui, in avvertenza, mariti, già danno fuoco per cottura. 

Madia ride di grazia.

Non ingrassano poeti di terra, hanno lacrima e rabbia al commiato di canzone.

Subito è mettersi pari di fatica, mani stanno all’ erica e pala, a cottura di croci di lievito e farina.

E’ puerperio di crepuscolo.

Canto di Pasqua porta ancora lamento: al profumo della grazia arriva Perdono di Passione.

Questo pane accompagna povere minestre, sudore di fatica, salva fame e vergogna; è caldo sole, rifatta primavera.

E ridono colori d’animo all’ aria di grazia mentre vuole mettersi lacrima di bene e d’allegrezza alla melica dei poveri, oltre coltre e lamento di lacerante Passio

 

Obbligarsi: farsi obbligo, sottoporsi volontariamente ad un obbligo. Orzato pane: pane preparato con farina d’orzo.. Avvertenza: prudenza, cautela. Coltre: in apertura da intendersi come coperta da letto, (sconfinando calda coltre); nella parte conclusiva: drappo funebre che copre la bara, segno di dolore e di morte (…oltre coltre e lamento di lacerato Venerdì). Comare: vicina di casa. Non ingrassano poeti di terra: gli uomini del Sud che amano la propria terra, costretti alla fatica e alla sofferenza, non possono ingrassare. Commiato: permesso di partire, di andare via, congedo. In poesia dicesi anche congedo o licenza, quella strofa più breve con cui si  conclude la canzone. Puerperio di crepuscolo: il termine puerperio indica il periodo immediatamente successivo al parto. Qui, licenziosamente, puerperio di crepuscolo vuol dire: tempo immediatamente successivo alla prima luce del giorno, all’ alba. Madia ride di grazia: la madia raccoglie pasta ben lievitata. Profumo della grazia: profumo di pane. Il Perdono di passione: il Perdono è uno, fra i principali canti, che le Confraternite, in occasione del Venerdì Santo, cantano in lungo e in largo nelle varie chiese del territorio cilentano, per onorare Gesù morto e per chiedere la remissione  dei peccati dell’umanità. Melica: presso gli antichi greci e in altre  letterature più recenti, la poesia lirica composta per il canto.

Forno e pane: “ I forni per la cottura del pane sono a metà del Settecento di proprietà di poche famiglie che li concedono in uso ai cittadini insieme ad alcuni attrezzi (la pala ed il forcone), mentre questi ultimi devono provvedere alla legna ed al munnolo (tirabrace). Da non dimenticare il fornatico, la tassa sulla cottura del pane, che costringe a cuocere di nascosto il pane sotto la cenere dei focolari domestici. La panificazione avviene preparando l’impasto nella madia col mescolare lievito, farina, acqua e sale; e nell’impastare il tutto con le sole mani fino al raggiungimento della consistenza voluta. Esso si trasporta, quindi, al forno. Qui l’attrezzatura consiste nella scopa formata da rametti verdi legati insieme (mùnnuli), anche d’erica (r’olece), nella grossa pala per infornare, detta infornatrice (‘mbornatora), mentre stracci imbevuti d’acqua (pezze) fanno da guarnizione tra il coperchio ed il forno. (..) Secondo le consuetudini locali, si legge in una testimonianza del 1920, il bracciante, o anche uno dei coloni che non aveva sufficienti riserve alimentari, per essere autosufficiente,  andando a giornata, cioè lavorando dieci ore al giorno per una paga di cinque lire, doveva portarsi il pane sia per la colazione che per il pranzo poiché il padrone dava solo la minestra; perciò coloro che non avevano pane, durante la colazione e il pranzo, si allontanavano dagli altri per non patire oltre alla fame anche la vergogna…” In Capano A., op. cit.). La panificazione: il momento più importante di tutta la civiltà contadina era costituito dalla panificazione, il giorno destinato per fare il pane. E l’edilizia rurale sparsa per le campagne del Cilento mostra ancora oggi, accanto ai maazèni (casolari di campagna), e alle case signorili, in costruzioni a se stanti o parte integrante di esse i forna (forni). Ogni nucleo famigliare provvedeva a fare il pane in casa; un esempio questo di economia curtense: quando il frumento, coltivato nei piccoli appezzamenti di terreno, non soddisfaceva il fabbisogno, allora lo si acquistava nel vicino Vallo di Diano (il Cilento interno) oppure, per quanto riguarda i paesi costieri, con le barche da traffico lo si importava da Salerno…(In  DI RIENZO A., FUNICELLO G., LA GRECA A., LA GRECA E., Feste pagane…(op. cit.) pg. 29). Il Venerdì Santo: A questo giorno è legata un’antichissima tradizione civile-religiosa che ancor oggi si concretizza nel pellegrinaggio delle congrèghe (confraternite) ai subburcri (riproduzione allegorica del sepolcro di Gesù nei quali il Giovedì Santo, a sera, viene riposto il Santissimo). Questa tradizione è ancora molto viva nelle popolazioni dei borghi sparsi sulle pendici Sud-Est del Monte della Stella. Le Congreghe: le Congrèghe sono antiche associazioni di fedeli che sorsero collaterali alle Università verso la fine del XV secolo per una forma di assistenza materiale e spirituale a tutti i fedeli, in particolare ai più poveri; erano organizzate con regole ben precise raccolte in uno Statuto e trovavano il loro principale momento comunitario nel pellegrinaggio (o visita) ai sepolcri il Giovedì e il Venerdì Santo, come adorazione e riflessione sulla passione di Cristo La loro origine va ricercata nelle prime forme di associazioni religiose di laici che si svilupparono a partire dal VII secolo nell’Italia del Nord e in Francia Meridionale, sotto l’impulso del papa Gregorio Magno che vide nella penitentia, cioè nella vita in comune una forza della quale la Chiesa non poteva fare a meno se voleva penetrare nel tessuto della difficile e sbandata società di allora, per reggerne le sorti….(In LA GRECA E., LA GRECA A., DI RIENZO A.,  Usi e costumi del Cilento, Ed. Ci. Ri., Cilento Ricerche, Agropoli, 1984, pgg. 66,69). Passio: insieme di brani evangelici che hanno per tema la Passione di Cristo, generalmente cantati durante le funzioni liturgiche della settimana santa

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il canto dei poveri

 

Il canto dei poveri è carnale alla notte, ha leggerezza di voce incollata alle spaziature d’universo, all’ allegrezza d’orti neri, alle assonnate valli e praterie; carizia di fiato è improvvisa al misero canto quando in riempitura di stanza sposa odori di cucina.

E’ il canto dei poveri senza vergogna, senz’aria superiore, senza evasione di pensiero, ma con flebile luce di lanterna in coraggiose attese di spianato crastino con apriche aperture.

E’ il canto che non dorme, non patteggia, non smuore di coraggio, non muccia da silenzio nero, non si ferisce di timida luna e rara costellazione, sopporta e cresce, si apre a sgranati cuori senza mozzico d’aria.

Sposa muggire di mare e ascosa faccia di prati; è di marina e agreste spaziare.

Mangia aria e speranza, esperidio del magico Cilento, s’inzuppa di zuccherini succosi di fresca frutta.

Ama bellezza pura, primordiale, rude, genuina di cafona, carezza pelle mora di domestica schiava, bacia carnose labbra di fuoco.

Arriva al vergine crepuscolo senza incrinatura di speranza; senza impedimento di forza e rabbia, grida oltre sudore di fatica, fame e morte, si veste d’impellenza e rotola contro silenzio, contro abortita vita.

Il canto dei poveri insonne, governa cause di pena, gonfia pazienza, porta stanchezza di grido e paesaggi, statico farsi d’ora mattutina, ripercorre febbrile, nel poco gustevole mezzogiorno, lingue di paesi senza parole e brama per il giorno geometriche linee di sole.

Il canto dei poveri chiede per oggi, senza biastema, avanza la fede smorta al muto, sordo Dio.

Il canto dei poveri, come umana materia vivente, nasce e muore, porta incruento l’incubo all’ altare della grazia.

I cafoni cilentani, in porgimento di fiato, vanno al profumo della terra e al poppone rosso sanguigno cotto dal sole maturo, versano lacrima e riso.

Il cuore ha durezza di pietra, occhi di vetro fissano sfacciata notte, mani raccolgono stanchezza sfinita.

Al canto dei poveri è nota piagenza di esistere, inibito passo, novello respiro.

E’ palpitante la sera, ancora timidamente costellata partorisce oscuro.

Resta minimo di luce in controparola notturna.

Il canto dei poveri, senza tregua, in poppata di speranza, scopre nascenze e gemiti incollati  alle spaziature lunari, al cuore sciolto in prece, alla domanda di miracolo.

E per altra luce sbadiglia nuovo madrigale di speranza, invescato poeta zigano bacia amara zolla, coglie sconfitta al tormentato pianto.

 

Il canto dei poveri è carnale alla notte: presenta le stesse caratteristiche della notte. Carizia: mancanza. Mucciare: scappare. Silenzio nero: silenzio notturno, privo di vita e di speranza. Si apre a sgranati cuori senza mozzico d’aria: il canto arriva agli uomini con il cuore spalancato (sgranato), ma privi di vita e coraggio. Madrigale: breve componimento in endecasillabi o settenari, di contenuto generalmente amoroso. Invescato: innamorato. Zigano: zingaro. Zollosa terra: terra compatta, ricca di zolle.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il Cilento ha l’alba tinta d’oro

 

Faccia di fogliame d’ulivo ha toni verde  scuro e argentei.

Frutto drupaceo e lacrimoso ride al sole generoso.

E le piante oltrepassano la valle dei magroni, giocano col vento nella sera verde pallida.

Arranca al focolare antica bellezza e del fuoco la lumera, mai eguale, partorisce ombre di stanza; si fanno al tepore corpi in respiro corale.

Lucore compare negli occhi materni al vivo fuoco e all’ immediato ripiano corona e santi spaziano oltre mortale e lume.

Argentei ulivi, fantasmi coperti di notte, senza colore e parola, vanno alle tavole pregevoli e in doviziosa grandezza, fanno paradisiaca la terra in ogni varo cantone.

In lunare mostrarsi alla tana è soltanto la danza improvvisa degli alberi e la parola in direnarsi alla stanchezza è più morta.

Occhi trovano lastra aperta alla futile nottata, a fascere e orci si perdono muti, stanno al sonno odoroso di cagliata.

Aria nuova, campanacci e grigiore spaziano linee crepuscolari.

Broda apre giorno d’ulivo e vanno rari scolari alla ferula; padri in abbondanza stanno all’ olio nel mezzogiorno d’oro, unto di sudore.

Asino avezzo verso trappeto stradato, porta a mille e mille nere drupe, oleoso prezioso di fine sapore.

Sempreverde l’ulivo al mediterraneo ridente s’offre vergine e si allietano affaticati padri alla colata olente.

Al sole maturo profferto è l’olivigno campo in oltranza di naturale meraviglia. Il Cilento ha l’alba tinta d’oro, olezzante otre aperta a mezzogiorno.

 

Frutto drupaceo: frutto costituito da drupa. Drupa: varietà di frutto con la parte esterna sottile, la media carnosa e l’interna, che contiene il seme, legnosa. E le piante oltrepassano la valle dei magroni: e le piante d’ulivo vanno oltre la valle destinata anche all’ allevamento di suini di un anno, non ancora sottoposti a ingrassamento. La sera verde pallida: la sera che acquista i colori propri dell’ulivo.  Arranca al focolare antica bellezza: cammina zoppicando una vecchietta. Lumera: lumiera, luce. Lucore compare negli occhi materni: lucentezza compare negli occhi materni. Fantasmi coperti di notte, senza colore e parola: gli alberi non risultano visibili  nel buio della notte, né si avverte alcun rumore provocato dal movimento dei rami e delle foglie con il soffiare del vento. In lunare mostrarsi…: nel corso della notte, illuminata dalla luna, si intravede improvvisamente, dal casolare, esclusivamente il movimento degli ulivi, carezzati dal vento e  il parlare degli uomini  (la parola) si esaurisce a causa della stanchezza. Direnarsi: sottomettersi. Varo cantone: vario angolo, diverso posto. Fascera: fascia di legno o di metallo, di forma per lo più circolare o quadrangolare, in cui si colloca la cagliata perché espella il siero e assuma la forma  propria del tipo di formaggio desiderato. Cagliata: prodotto della  coagulazione del latte per effetto del caglio, da cui si fa il formaggio. Caglio: quaglio, sostanza acida estratta dall’abomaso dei vitelli giovani e usata come coagulante del latte. Orcio: grande vaso panciuto di terracotta, che soprattutto un tempo era usato per conservare liquidi, in particolare l’olio. Broda: acqua in cui sono stati cotti legumi, verdure o altri cibi solidi; miscuglio di acqua e avanzi di cibo. Rari scolari alla ferula: pochi scolari  alla bacchetta per impartire punizioni (la ferula), anticamente in uso nella scuola; oggi, purtroppo, scomparsa. Asino avezzo, verso trappeto stradato: asino ormai abituato al percorso del trappeto, incamminato per  abitudine verso il tappeto. Colata olente:  colata odorosa. Olivigno campo: campo dal colore dell’ulivo e dell’olio, terreno che si caratterizza con toni similari a quelli della pianta, olivastro.  Oltranza di naturale meraviglie: in eccesso, in esagerazione di meraviglie naturali. Il Cilento ha l’alba tinta d’oro: il Cilento è un territorio ricco non soltanto di prodotti naturali, (in questo caso di olio),  ma di una popolazione capace di pensare e di agire, senza necessariamente cancellare la sua storia, i suoi usi e costumi di un tempo remoto. E’ un territorio e una popolazione ricchi di dignità, generosi e capaci di leggere e interpretare i mutamenti delle situazioni nel tempo e di praticare con i suoi strumenti, se pure spesso artigianali, orientamenti  adeguati. Olezzante: profumato, odoroso.

Olio: “..Più dei grani e dei vini il Cilento abbonda d’oli, che alla regione son di pregio per l’eccellente qualità, di ricchezza per la doviziosa abbondanza. Varie sono le sorte d’olive nel Cilento. Tra queste ve n’è una, tra gli altri luoghi, nella Pagliara, delizioso luogo tra Vatolla e Camella, di qual scrisse l’Antonini; è veramente straordinaria, fatta a grappoli a guisa d’uva, parte cogli acini grossissimi ed altri che a poco a poco dimunuendosi sono finalmente quanto una lenticchia con l’osso minutissima..Nella collina sita verso settentrione le alture di Laureana, Matonti, Vatolla, Camella e  (più di tutte) Perdifumo di un tal albero abbondano…” (In VENTIMIGLIA A.,                        )

Focolare: il focolare (fuculare o fucagna) può avere un ripiano orizzontale ove poggiare oggetti vari come lucernetta (lucernedda), la candela (cannela), i ferri da stiro (fierri ra stiro) in metallo pieno, da riscaldare direttamente sul fuoco, o contenenti carbone ardente per il loro funzionamento; esso contiene dei ganci cui si appendono, tamite un’apposita catena (catena), le pentole nelle quali si quociono le minestre di legumi, e nel caso anche con aggiunta di carne, sospese sulle fiamme che si sprigionano dalla legna (lèuna) della brace (vrasa). E’ anche frequente la cottura in tegami di terracotta (tìani) poggiati sul treppiedi (trèppete) o quella che utilizza la graticola  (‘ratiglia) in metallo o lo spiedo (cacciacarne). Al centro è il tavolo intorno a cui sono disposte sedie (segge) impagliate, mentre una panca per sedere sta presso il focolare. (In Capano A., op. cit.).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Vanno alla musica cafoni

 

Figurano, al crepuscolo stanco, madri sante ragionando nell’opera  della dote. Cardo, spatola  e fuso, come di filanda, stanno a tessile fibra. Gozzovigliata di comari sfuma al raglio e la terra si riposa.

Torna a rinsaccare lino, lieta  vergine, figlia promessa a partito di zappate. Le parole hanno gran mole, si fanno rare, sono nude e scarne. Si poggia la sera sul trafitto giorno. Solettando smuore ultimo lume nella villa..Hanno smozzatura le parole, si fanno bianche di faccia, come multiformi tane nelle valli, come notturne ore vaganti  in novella sgusciata. Lucernario partorisce amanti di chiarore lunare. Tutto prende luce di notte. La luna ogni parte possiede: agreste spazio carezza e bacia e, oltre casolare, odorizzata di limoni, in salita di passione, s’insapora di lontano salmastro. E’ ormai quiete  agli amori della luna: languidi baci, mille carezze e sapore vitale portano l’alba. Timoroso giorno di sgroppati cafoni imbrandisce miracolo di parole e, oltre frasca,  compare allegrezza al core. Ora ragionare punta aperture,  si orienta libero al respiro. Parole senza scorza non ingrassano poeti, lacerano fianchi, frantumano lastra di pensiero,  mutano viziata aria di limite e sudore senza pentagramma. Verità di parola cancella sorriso di facciata, lacrima senza dolore,  frantuma cuore di cristallo. E’ finalmente  rinvenire di sole nell’aria nuova col nesto della vita a mezzogiorno. Vanno alla musica cafoni, core si raccoglie in allegrezza.

 

Filanda: stabilimento in cui si procede alla filatura delle fibre tessili. Gozzovigliata: baldoria. Raglio: verso dell’asino. Mole: grandezza. Villa: villaggio. Lucernario: apertura nel tetto del casolare. Salmastro: sale marino. Solettare: dotare di soletta una scarpa. Hanno smozzatura le parole: le parole, nella sera, sono prive di vitalità, di forza. Sgroppato: persona magra e macilente. Sgroppati cafoni: magri contadini. Imbrandire: prendere in mano, afferrare in mano, brandire. Parole senza scorza: non ingrassano poeti, lacerano fianchi: parole libere, senza limite protettivo, non servono a che scrive per il proprio tornaconto; spesso queste parole si rivoltano contro (lacerano fianchi come spine). Parole frantumano lastre di pensiero: le parole rompono le limitazioni, sfuggono il limite e l’isolamento. Parole mutano viziata aria di sudore senza pentagramma: le parole cambiano la statica condizione dell’uomo costretto alla fatica, priva di autentici momenti di felicità, di divertimento, di armonia, musica (pentagramma). Nesto: innesto. Vanno alla musica cafoni, il core si raccoglie in allegrezza: s’incamminano contadini cantando felicemente perché liberi di parlare.

 

 

Il vecchio

 

Il Cilento conta calanchi aperti al mare odoroso di lippo, taglienti e nere scogliere; arenili infuocati: letti di sole, colata d’oro; ridenti figlie in marino pentagramma.

Il Cilento, ginestreto folto che avanza nell’aria di giovane estate e graffia l’aria con sottili verdi rami, ha respiro vergine alla risacca nel pulito, immobile mattino.

Il Cilento s’insaporisce di avventura e fierezza, partorisce libertà verso il Mare di Hemingway.

Calante addiviene il paese e nell’aria si toccano scalcinate case in veste ora tenue, ora fresca d’esperidio e, in comunanza,  portano bellezza d’ostrica perlifera.

 Il Cilento porta gli occhi nel grave silenzio del pensiero e carezza marosi con perdute pupille senza tempo, sole antimeridiano invade solitudine e vanno al mezzogiorno scarsi suoni ondosi di frangiflutti in alternanza.

Darsena spazia fiocchi di vele latine e picchi, angioina difesa, salsedine alla pelle di sole, alle braccia grinzose, alle facce rugose.

E compare, invaso di mattino,  indomito nell’azzurro ancestrale marino, il vecchio; in fedele, maritato silenzio conta l’onda e, coraggioso e nobile, opulento di storia, non sogna tempeste.

Lenze senza vele nella sera e occhi di mare sconfinano tempo.

Invadono le ore ancora grandi silenzi e fecondano rari pensieri.

La misura dello sforzo reca vittoria alla sconfitta.

Veleggiare di tempo ha voltata di fatica, mette amarezza, bagna pupille di mare. Si posa la luna nel cielo del cuore muto e senza fiato. Altro sole di poveri sconfina perimetro di nottata e il Cilento in allegrezza mette l’alba.

 

Il Vecchio: deve indentificarsi nella figura di Antonio Masarone, u’ Viecchiu, originario di Acciaroli e scomparso da qualche anno, per molti mesi è stato amico di Ernest Hemingway. Lo scrittore ha  trascorso diverso tempo in questo paese. “ Nel 1943, al seguito della V armata U.S.A. del generale Clark, giunse  E. Hemingway che rimase incantayo dalla bellezza dei luoghi: tanto che sette anni dopo tornò ad Acciaroli per trascorrervi una lunga vacanza. Forse  fu proprio, a dire di Gianni Infusino (Il Mattino, 28, 9, 1980), che lo scrittore americano ispirandosi ad un pescatore del luogo zi ‘Ntonio, che insieme col figlio giovanissimo andava a pesca di pesce spada, diede vita al protagonista (Santiago) del suo celebre romanzo Il vecchio e il mare.” (In DI RIENZO A., LA GRECA E., LA GRECA A., I borghi del Cilento, guida turistico-culturale tra storia, arte, leggende, folklore e gastronomia, Ed. Ci.Ri, Cilento Ricerche, Agropoli, 1985, pg.52). Calanchi: insenature marine poco profonde.Ridenti figlie in marino pentagramma: ridenti fanciulle  mentre cantano canzoni di mare. Ginestreto: luogo di ginestre. Il Mare di Hemingway: è popolarmente detto il Mare di Hemingway il mare di fronte ad Acciaroli, un piccolo paese marinaro, a quaranta chilometri da Paestum. E’ qui che ha vissuto Antonio Masarone, Zi ‘Ntonio, comunemente noto come u Viecchiu. Calante: che decresce, diminuisce. Esperidio: frutto indeiscente, carnoso, con endocarpo diviso in spicchi. Ostrica: mollusco marino commestibile, con conchiglia divisa in due valve disuguali. (Ostrica perlifera: mollusco lamellibranco dei mari caldi il cui corpo, se irritato, produce una secrezione che solidificandosi forma una perla).

Marosi: ondate di mare tempestoso. Frangiflutti: si dice di opera naturale o artificiale che protegge porti o altro dalla violenza delle onde. Fiocchi di vele latine: Fiocco o flocco; in dialetto dicesi ballaccone. Ciascuna delle vele triangolari situate tra l’albero verticale prodiero e il bompresso, che sui grandi velieri assumono i nomi di  trinchettina, gran fiocco, secondo fiocco, controfiocco. Picco: asta di legno o di metallo applicata con una estremità a un albero dell’imbarcazione e rivolta verso l’alto, serve per issarvi la bandiera nazionale e, se orientabile, per inferirvi l’orlo superiore di una vela di randa

( Randa: vela di taglio che nelle imbarcazioni più grandi ha forma trapezoidale e che viene inserita superiormente al picco e tenuta distesa inferiormente il boma, mentre nelle più piccole può essere una vela al terzo o a tarchia). Braccia grinzose: braccia rugose. Facce rugose: facce colme di rughe. Grinza, solco che si forma sulla pelle,  soprattutto del viso, per la contrazione dei muscoli o per vecchiaia. Azzurro ancestrale  marino: mare azzurro che porta il pensiero agli antenati, avito (degli avi).  Opulento di storia: ricco di esperienza, di vissuto. La misura dello sforzo reca vittoria alla sconfitta: Il vecchio e il mare di E. Hemingway è una storia semplice come i pescatori del Cilento che narra l’esperienza di due personaggi: il pescatore Santiago e il grande pescespada, simbolo della grandezza e libertà naturale, che si trovano coinvolti in una cruda lotta nel mare furioso del golfo e che dura per ben tre giorni; alla fine è Santiago ad averla vinta sulla bestia che non riuscirà mai a condurla in porto poiché i pescecani divoreranno la preda nonostante una disperata difesa. Il romanzo è il documento di un tempo che riecheggia e vede il perpetuarsi della situazione del vincitore sconfitto. E’ la dimostrazione veritiera di come, anche in tempi passati, l’uomo si è sforzato ad affrontare il destino avverso e solo perciò è riuscito a godere  della vittoria nella sconfitta. Altro sole di poveri sconfina perimetro di nottata e il Cilento in allegrezza mette l’alba: la speranza (il sole) porta l’uomo a sfuggire il limite e la morte e a cogliere l’alba, a proiettarsi  verso l’inizio di un nuovo giorno; la capacità di orientarsi con fiducia nel futuro esclude il senso del limite che la notte nella sua essenza, in genere, rappresenta.

 

Ciliento

 

 

Veu la terra sempe cchiù abbandunata,

l’irmici ncrustati re lippu, lu paese muorto

nzimma lu cuozzo

e lu sole ca mboca viculi ncruciuliati.

 

E’ la fine re lu tiempo viecchiu:

aggiu visto la storia  into lu specchio

e la morte re lu biecchio into stu circhio.

 

E veo le zorie a vesta corta,

le mugliere sole cu le cauze rosse,

le becchie cu li merletti e cu le sporte,

li criaturi puntià lu merco.

 

E quanta cose veu ra chesta casa,

ra cà veu lu munno addu m’aggiu cresciuto.

Vi giuro, ogni cosa se ne ghiuta:

femmene e uommini l’hanu fatta fernuta.

 

Tengo into la capa nu mbruoglio re ricordi

E into lu core nu mare re rimpianti.

Prima ca moro chiussape quanta chianti

Se no cangiano le cose ra mò a gliè n’anti.

 

Veu mamma mia fa le cunserve,

patimo vivo e cu lu fiasco,

zi Paulo a lu frisco,

nu parzunaru parlà cu lu toscu..

E veu cu li pensieri tanta cose

ca chisti uocchi nu pono pecchè so sviati.

 

Sentu la scuma re lu mari nzimma la faccia,

lu lippu prufumà nzimma li scuogli;

veu la pipa re nonno brasciola chiena re tabacco,

li femmene vugliose into lu lietto

e provu tantu piacere cu na uagliotta.

 

Sentu prumesse pe nu posto

E veu ciambià uva pe lu musto.

Sento aucieddi la matina,

me scetano ra lu suonno,

m’ affacciu e veu lu stessu munno,

sempe cchiù quatro e menu tunno.

 

Smicciu a nenna ca into la cuntrora face pizzi,

nu viecchiu ca iestema ca lu totaro nun se arrizza,

lu cielo ca pescia iusto quatto stizze.

 

Ciliento, terra antica re brianti e re burbuni,

re pulitici mbrugliuni,

sapissi quanto m’aggio abbuttati sti cugliuni…

Ciliento mio,

allucchi scusciuliato abbascio a li burruni.

 

Cilento: il Cilento è un territorio di 2.500 Km. quadrati a Sud della Regione Campania. Protende nel Mar Tirreno tra i Golfi di Salerno e di Policastro. A Nord Est è delimitato dal massiccio dell’Alburno e dal Vallo di Diano. Il gruppo montuoso culmina nel Monte Cervati. La popolazione è scarsa ed è dispersa in piccoli centri. I centri abitati sono maggiormente frequenti lungo la costa o su poggi e dorsali. Gli abitanti sono dediti all’agricoltura e alla pesca. E’ tipica la coltura dei fichi. Si rileva una notevole quantità di agrumeti sulla fascia costiera. Da anni le zone costiere, invidiabile richiamo per le bellezze naturali, sono invase da una tipologia di turismo massificato e non accuratamente gestito dalle politiche di protezione e sviluppo locale.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Azzarulo

 

 

Cunoscu nu paese abbasciu nu sderrupo,

na strata re prete tutta ncruciuliata,

ddoje vecchie come la Maronna Mmaculata,

cummare Tresenella e zia Nunziata

 

Saccio pure nu juorno re festa,

zorie ca stirano capille n’testa;

le femmene re chiesa sente messa

e mariti fuorti paccià cu muglieri caste.

 

E quanta cose into stu paese saccio,

pure che nce tene n’capo chiro moccio,

li case re li buoni e re li pacci,

tanta belle zorie nzurate cu li stuorci.

 

Ra Santu Primo a li chiani ra Parola

saccio ra matutino a la cuntrora,

chi sa ratta into e chi sa ratta fora.  

 

Sempe tantu santo e pio è Papirio e la Signora,

sempe tanto beneritto è stu cazzo re traggitto

ca me porta casianno e passu, passu refettianno.

 

Ancora veo a chera vecchia cercà l’ora

ra coppa a loggia, tesa m’bacci a n’ferriata

mastu Paulo ammagliuccà tabbacco into a cuntrora,

Melioccia re pardolla stenne mutanda e suttane

a tutt’ora.

 

Sentu ancora l’addore re la pipa re Riccardo

quanno passiava cu la mugliera Carulina

e Peppo re cella angappà tavule re sentina.

Into stu paese mio veu cristiani fa la uerra

Cu Santi, Pataterno, mare cielo e terra.

Veu li Signuri n’pianto e caruti n’terra,

li zappaturi cuntienti mpieri la serra.

 

Ah quanta gente into stu paese saccio,

ra la mente manco cumbà Viola scaccio;

e vi lu giuro, pure si me leano pe paccio,

cu quatto viersi a tutti vi li smiccio.

 

Nu prevate re Turino me ricordo,

cunuscia unurivuli e prisirienti,

purtava la rendiera pe li rienti

e veria li buoni mmiezzo li fetienti.

 

Vi mostro tanta re chiri cazzi,

belle figliole e ronne maritate

cu surrisi ruci e tuculienti mazzi.

 

Nisciuno se scurdasse i chiuovi re Peppo re sturzo,

a coppula re burrasca,

l’uorio re Rachela pe Masto Antonio,

i mane fredde ru calabrese,

a pasta sfusa re Fonzo Atto.

 

E Mastu Minucu peluso ca jestema

pecchè nu trova lu pertuso;

e, scusate si è n’abuso, forse chiro totaro s’è fuso!

 

Paese mio, paese sempe caro,

te tengo into lu core triste e amaro.

 

Chi se scorda u vino re Mario Vassallo,

a votte re Pascale re mastu Francisco,

vera sciampagna cunzata cu acqua re mare

e tenuto a frisco..

 

Veo sti case straqquate ra lu mare,

appuggiate nzimma arena e scuogli,

prufumate re lippo,

ncrustate re sale, irmici russi e lastracieddi frischi,

strate reserte, vasci chini re fiaschi,

vecchie e giuvani sempe fa nciuci.

 

E veo le mano re zorie c’allistano lenzola,

tanta criaturi ca corrono ra llocone a ghiè fore.

 

Cunoscu nu paese straquato ra lu mare,

quatto case accote tuorno na chiesa,

roje, tre torri antiche re difesa,

nu viecchio stanco a cera a sole,

na crosca,

na uagliunama ca se fotte supersate appese,

na mugliera ca s’addecrea mmiezzo le lenzola.

 

Tengo into stu core nu paese marinaro,

cianciole, paranze e vuzzetiedde re stu puorto caro

e chisto sole cucente ca se m’pizza into l’acqua chiara,

ciefali, purpi re scquogli, ciutulene e lampare.

 

E quanno è la festa re la Nnunziata

veo nato paese n’coppa l’acqua ru mare,

nu uaglione tenè na bella uagliotta pe mano

e na vecchia ca canta a nuvena sana sana.

 

Tanuccio sempe aiza “Evviva Maria”,

nu Patr’nostro e così sia…

 

Oh gente e case chi ve scorda maje?!

‘T voglio bene e tu n’un  o ssaje!

 

Azzarulo

 

Cunoscu nu paese abbasciu nu sderrupo, na strata re prete tutta ncruciuliata, ddoje vecchie come la Maronna Mmaculata, cummare Tresenella e zia Nunziata….

Saccio pure nu juorno re festa, zorie ca stirano capille n’testa; le femmene re chiesa sente messa e mariti fuorti paccià cu muglieri caste.

E quanta cose into stu paese saccio, pure che nce tene n’capo chiro moccio,li case re li buoni e re li pacci, tanta belle zorie nzurate cu li stuorci, ra la mente manco cumbà Viola scaccio; e vi lu giuro, pure si me leano pe paccio, cu quatto viersi a tutti vi li smiccio.

Nu prevate re Turino me ricordo, cunuscia unurivuli e prisirienti, purtava la rendiera pe li rienti e veria li buoni mmiezzo li fetienti.

Vi mostro tanta re chiri cazzi, belle figliole e ronne maritate cu surrisi ruci e tuculienti mazzi.

E sti case straqquate ra lu mare, appuggiate nzimma arena e scuogli, prufumate re lippo, ncrustate re sale, irmici russi e lastracieddi frischi, strate reserte, vasci chini re fiaschi, vecchie e giuvani sempe fa nciuci, le mano re zorie c’allistano lenzola, tanta criaturi ca corrono ra llocone a ghiè fore.

Cunoscu nu paese straquato ra lu mare, quatto case accote tuorno na chiesa, roje, tre torri antiche re difesa, nu viecchio stanco a cera a sole, na crosca, na uagliunama ca se fotte supersate appese, na mugliera ca s’addecrea mmiezzo le lenzola.

Tengo into stu core nu paese marinaro, cianciole, paranze e vuzzetiedde re stu puorto caro e chisto sole cucente ca se m’pizza into l’acqua chiara, ciefali, purpi re scquogli, ciutulene e lampare…..

 

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TRAVERSANDO IL CILENTO

 

 

Vicoli cantano in controparola di morte

 

Cuore di solstizio, innamorato, facile si cruccia a somarate. La murgia è muta al figliare rancura di poeta  e il vento porta al mare lacrima solitudine. Alla salamoia di condannate alici odorizza Cilento, si raccoglie cuore e sofferto amore. Finestra apre suo ninnare antico. Immenso odore di mentuccia marita l’aria nella improvvisa sbraciata di scarso fuoco. Para para è farsi annuvolata  d’arrosto. E, a poco, occhi innamorati veleggiando vanno a trovare meraviglie.  Raro, crastino si mette d’allegrezza. Vicoli cantano in controparola di morte. Odorizza d’estate, la sera, nella mercatura di borgata. Sole, vinto dalle acque d’orizzonte, tarda sua calata. Marina scova maraviglia, dipintura d’infinito. Crepuscolo prende odore d’orto, vivezza di scorze  di stagione. Amanti di frescura, più maturi, profferti a sverginato biancore, in solitaria, spoglia nottata, vanno in salita di passione.

 

 

Somarata: sciocchezza. Murgia: rilievo montuoso. Rancura: penoso dispiacere. Salamoia: acqua salata. Ninnare: cercare di fare addormentare un bambino. Sbraciata: lo sbraciare il fuoco una sola volta o in fretta. Sbraciare: smuovere la brace. Solstizio: ciascuna delle due date dell’anno il 22 dicembre e il 21 giugno, in cui si ha in ognuno dei due emisferi alternatamente la notte più lunga e il giorno più lungo. Trovare: poetare, comporre poesie. Mercatura: esercizio del commercio.



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