Bussando alle vostre case, lettera dell’Arcivescovo LUIGI MORETTI

Pubblicato il 2 Dicembre 2010 in Società

Cari fratelli e sorelle,

 è già da qualche tempo che viviamo immersi in un clima che ci avvicina al Natale. I segni che ci accompagnano alla grande festa della Natività di Cristo, nostro Signore, sono sempre più visibili nelle strade e nelle piazze della nostra città e di tutti i centri della diocesi, mentre l’attesa, in senso liturgico, ci introduce nell’Avvento, tempo sacro, il cui cammino sacramentale  ci porta fin dentro la Grotta di Betlemme a contemplare il mistero del Dio fatto uomo, inviato dal Padre a salvare l’umanità.

Il Natale è tempo di uno stupore che si rinnova; in qualche modo rappresenta sempre una nuova nascita anche per l’uomo, come eterna ricorrenza e, quindi, ‘compleanno’ della sua salvezza.

Lo stupore è fonte, a sua volta, di molte emozioni.

 E in questa lettera di auguri che sento di inviare a tutti voi, come un messaggio che nasce dal cuore, vorrei comunicarvi, proprio questo: l’emozione del Pastore che si trova a vivere per la prima volta con la sua nuova comunità la più solenne, ma allo stesso tempo, la più familiare delle festività cristiane.

Ogni giorno che passa sento di dover ringraziare la Provvidenza che, attraverso imperscrutabili disegni, ha fatto in modo che mi incontrassi proprio con voi, fedeli della nobile e antica diocesi di Salerno – Campagna – Acerno, e prendessi dimora in questa terra, posta sotto la protezione dell’apostolo Matteo. Una terra dove la bellezza è stata sparsa a piene mani in ogni angolo, come ad indicare che l’uso armonico delle risorse dell’uomo è la via da percorrere per assicurare uno sviluppo sostenibile e una crescita attenta all’economia, ma ancor più ai valori.

Mi trovo in mezzo a voi da così poco tempo che non mi è quasi consentito di guardarmi indietro, ma anche per questo il calore della vostra accoglienza è più che mai vivo; e ciò mi incoraggia a rivolgermi a ognuno di voi guardando avanti, come al primo tratto di un lungo cammino: la luce del Natale che ci apprestiamo a vivere e a celebrare può illuminarne ogni passo. Proprio in questo confido per avvicinarmi ancor più all’uscio delle vostre case e, idealmente, chiedervi di far  posto, accanto ai vostri cari, al vostro vescovo che viene a condividere con voi la gioia della nascita del Redentore. Vorrei – dopo questo breve tempo trascorso a conoscere più da vicino la nostra Chiesa locale e gli angoli di questa nostra bella città – bussare a ognuna delle vostre porte e conoscere dal vivo i volti che formano la comunità che, come pastore, mi è stata affidata dalla paterna sollecitudine di Papa Benedetto XVI. 

Vorrei poter parlare con ciascuno di voi, perché un vescovo ha sempre qualcosa da dire: non per sé, ma nel nome di chi lo invia, come successore degli apostoli, chiamato a confermare i suoi fratelli nella fede e a rinnovare, giorno dopo giorno, senza mai stancarsi, l’annuncio della buona novella di Cristo Salvatore. Quale tempo più propizio del Natale, quando tutto ha avuto inizio e la storia ha cominciato daccapo il suo corso?

Il Natale non è una bella favola lontana, ma una realtà che continua a vivere e a dare ragione della nostra fede.

È da qui che scaturisce anche l’essenza più autentica della speranza che non è un sentimento consolatorio per contrastare, magari, le difficoltà della vita, ma una certezza a cui proprio il Natale, per un dono della misericordia di Dio, ha dato un volto e un nome: la nostra speranza si chiama Cristo, Figlio Unigenito, Signore della nostra vita e della nostra storia.

È Lui che continua a dare ancora oggi la Parola alla sua Chiesa, e quindi anche alla nostra chiesa particolare. A noi è dato di tenerla viva, di celebrarla all’altare e renderla operante nella vita e nella realtà di ogni giorno, a cominciare dalla prima e più importante comunità di riferimento che resta la famiglia.

Il Natale è, nella sua essenza, una grande celebrazione della famiglia, rappresentata al culmine  della santità generata dalla nascita del Dio incarnato. La famiglia di Nazareth, “chiesa domestica” che plasticamente rivive nella tradizionale raffigurazione del Presepe, si ritrovò, in realtà, priva di un tetto e, quindi, di una casa, e tuttavia ha dato fondamento – non solo in senso religioso ma anche storico e sociale – a una realtà al cui «interno – come ha affermato Papa Benedetto nel messaggio ai vescovi riuniti ad Assisi – si plasma il volto di un popolo». 

Varcare, seppure idealmente, la soglia delle vostre case, in questo mio primo Natale salernitano, significa compiere il passo decisivo per fare in modo che un incontro si trasformi in conoscenza, e che quindi il nostro rapporto diventi più pieno e più significativo.  Anche in questa dimensione non esiste tempo più propizio del Natale che, perfino nelle sue manifestazioni più esteriori, evoca il clima di una naturale intimità e spinge verso forme di concreta solidarietà.

Proprio in questa luce so bene che inoltrandomi sempre più nelle vostre case e approfondendo la nostra conoscenza, ci troveremo, a un tratto, ad affrontare, accanto alle attese e alle speranze, anche il bivio delle ansie e delle preoccupazioni.

In ogni famiglia c’è il riflesso della società e del tempo che ognuno di noi vive: sappiamo bene che il nostro Paese attraversa un momento non facile, stretto com’è nella morsa di una non risolta crisi economica da un lato, e da una diffusa inquietudine sul futuro, dall’altra. Non è un mistero, poi, che nel Mezzogiorno tali problemi siano avvertiti in misura più acuta.

È per tale motivo che, in questo nostro dialogo appena avviato, immagino che ci troveremo a parlare del futuro dei vostri figli; delle loro giuste aspettative per un dignitoso inserimento nel mondo del lavoro, così difficile da realizzare.  Allo stesso tempo, so bene che, all’interno di molte famiglie, può esservi il dramma di chi, già avendo alle spalle una vita di impegni e di sacrifici, si trovi a correre il rischio della disoccupazione o del ricorso agli strumenti, sempre precari, dei cosiddetti ‘ammortizzatori sociali’.

La mancanza di lavoro è la prima e la più allarmante delle emergenze sociali poiché impedisce, non solo ai singoli, ma alle famiglie di guardare con fiducia e serenità al futuro. Su questo terreno si misura anche, in larga scala, il rispetto e la dignità delle persone.

È a nome di tutti voi, cari fratelli, che in questo scambio di auguri per il Natale, avverto l’esigenza di fare appello alle istituzioni e agli organismi di rappresentanza ad ogni livello, perché il servizio al bene comune solleciti ogni iniziativa utile ad allargare il campo delle offerte di lavoro, e a rendere così concrete le possibilità di uno sviluppo mirato a una crescita del territorio davvero a misura d’uomo.

 Ma ansie e preoccupazioni sono fonti che scorrono da più versanti: nelle vostre case può forse abitare anche la sofferenza, una realtà ineliminabile dalla nostra esistenza che, tuttavia, nella visione cristiana, e tanto più nella luce del Natale, non rappresenta una ‘condanna’. Tutt’altro: visitando le vostre abitazioni, quella del dolore e della sofferenza è la prima ‘stanza’ nella quale vorrei soffermarmi. La sofferenza ha un legame stretto e, direi indissolubile con l’amore.  Nella logica della Croce – una logica paradossale rispetto a quella del mondo – la sofferenza è segno della misericordia di Dio. Chi è toccato dal dolore, può, a sua volta, toccare la solidarietà e l’amore, i sentimenti di chi si fa vicino a chi soffre e lo assiste, prendendosi cura di lui.

Chi soffre deve sapere di avere un posto privilegiato nel cuore del Vescovo e di tutta la diocesi. Si può soffrire di malattia, ma anche di solitudine.

Vorrei che questo Natale fosse, più di ogni altro, un Natale di condivisione e di amicizia. Il pensiero corre, a questo punto, ai poveri, agli ‘ultimi della fila’ in quella che è soltanto la graduatoria artificiosa compilata, ad  uso e consumo, dalla società dell’esclusione o della non accoglienza. I poveri devono essere, invece, i ‘primi della fila’ della nostra comunità, capace di distinguersi nella solidarietà e di farsi prossimo in ogni direzione, a partire da quella del disagio. Di fronte ai poveri non possiamo mai avere, tantomeno nella festa della Grotta di Betlemme, il cuore in pace.

Questa lettera per il mio primo Natale in diocesi non vuole essere altro che un biglietto di auguri, portato a mano – e soprattutto ‘ a cuore’ – dal vostro vescovo. L’ansia di ‘incontrarvi’ nasce dall’esigenza pastorale di dover – e voler – conoscere e approfondire, ogni giorno di più, la realtà della Chiesa che mi è affidata. Ognuno di voi è parte essenziale di una comunità, chiamata ad annunciare e a testimoniare Cristo nelle situazioni concrete in cui si trova a vivere e ad agire.

Accanto a voi, nelle realtà parrocchiali, nei movimenti e in tutte le aggregazioni ecclesiali, si svolge anche l’opera dei sacerdoti che sono non solo il ‘braccio’ ma anche il cuore del Vescovo, nel contatto diretto e quotidiano con i fedeli.

C’è la ‘firma’ di ognuno di essi, si può dire, anche in questo mio messaggio. Insieme abbiamo il compito – impegnativo ma esaltante – di far risplendere il più possibile il volto di Dio nella nostra Chiesa. È questo il nostro obiettivo, la nostra missione di ogni giorno. Null’altro è più importante e decisivo. Il Natale che ci apprestiamo a celebrare è un evento vivo e indelebile anche in questo orizzonte.

Che la luce di Cristo possa illuminare ogni nostro passo. È questo l’augurio che nasce dal cuore del vostro vescovo per la solennità del Santo Natale.



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