Frati, Mafia e Delitti. Il convento del Diavolo

Pubblicato il 9 Dicembre 2010 in Società

Associazione Culturale Centrarte Mediterranea e Teatro91

Presentano

Frati, Mafia e Delitti. Il convento del Diavolo

Tratto da “La Terribile istoria dei frati di Mazzarino” di Giorgio Frasca Polara

e dagli atti del processo di Lucia Nardi, Gennaro Francione, Luigi di Majo

con Narratore Alessandra D’Asaro, Presidente del Tribunale Chiarenza Millemaggi, Pubblico Ministero Luigi di Majo,  Avvocato Difesa Antonio Buttazzo, Padre Agrippino Valter Tulli, Padre Venanzio Paolo de Sanctis Mangelli, Padre Vittorio Filippo Chiricozzi, Padre Carmelo Giuseppe Chiaravalloti, Padre Costantino Ferdinando Abbate, Rosalia Verdigiglio Lucilla Tamburrino, Maresciallo De Stefano Giuseppe Rombolà, Suor Elena Marina Binda, Ernesto Colajanni Alessandro Lunetta, Signora Cannada Maria Teresa Condoluci, Giovanni Stuppia Alessandro Lunetta, Filippo Nicoletti Ferdinando Abbate, Giuseppe Salemi Corrado Sabellico, Gerolamo Azzolina Fabio Risi, Regia: Luigi di Majo; Aiuto regia: Mafalda Guarente Mastrocola, Coordinamento generale: Lucilla Tamburrino;Pubbliche relazioni: Beatrice Sciarra e Antonella Michieletto

Trasposizione teatrale di un clamoroso processo ad un gruppo di frati che, negli anni 50, a Mazzarino, in Sicilia, si trovarono al centro di un giro di estorsioni, ricatti, suicidi, delitti e stupri.

La vicenda ha dato origine ad un clamoroso processo, sul finire degli anni ’50, che ha diviso l’Italia in colpevolisti e innocentisti, aprendo un aspro dibattito sul problema “Mafia e Religione”

Non si è trattato solo di gravi episodi isolati che hanno interessato determinati religiosi ma di una più vasta ed estesa mentalità e diffuso costume, ormai secolare, tendente ad eludere, ostacolare e violare i cardini e i principi dello stato laico e democratico. Ciò spiega in parte le ragioni storiche e culturali della tolleranza, dell’ambiguità e a volte della connivenza di una parte del clero e del ceto altolocato nei confronti del fenomeno mafioso.

La vicenda, tragica ma anche grottesca e con alcuni spunti inevitabilmente comici, sarà rappresentata da giudici ed avvocati a simboleggiare un’unione artistica ed umana tra categorie contrapposte nelle aule di giustizia.

TEMA: Mafia e Religione – Processo ai Frati di Mazzarino (CL) – Caltanissetta 1960

Quattro monaci del convento di Mazzarino, vicino Caltanissetta vengono arrestati nel febbraio 2960 insieme ad altri laici. I quattro frati, padre Agrippino (37 anni), padre Carmelo(81) anni, padre Vittorio (41 anni) e padre Venanzio (44 anni) sono accusati di associazione a delinquere, concorso in estorsione e omicidio. La vicenda prende avvio da una lettera minatoria, inviata nel 1957 dal farmacista di Mazzarino, Dott. Colajanni con la quale veniva richiesta una tangente di tre milioni di lire onde evitare l’incendio della sua farmacia. Il Colajanni non si lascia intimidire e dopo circa dieci giorni la farmacia va a fuoco. Dopo l’incendio due dei quattro frati si recano dal dott. Colajanni per scongiurarlo di pagare la somma richiesta dai banditi dai quali hanno avuto, senza conoscere la loro identità, l’incarico di fare da intermediari, sotto minaccia di morte. Padre Agrippino, infatti, subito dopo l’incendio della farmacia, viene intimiditi con alcuni colpi di lupara esplosi dentro la sua cella, da ignoti. I giudici ritengono che il tutto è stato architettato da alcuni malviventi identificati ed arrestati che erano concordi con i frati. Un attentato, quello della cella di Padre Agrippino, chiaramente simulato dai frati di concerto con i malviventi, per giustificare il particolare clima di terrore che stavano vivendo a causa delle minacce ricevute, a parer loro, da ignoti personaggi di malaffare. Nel frattempo, il Colajanni intimorito dall’accaduto, cede alle minacce dei criminali, pagando in più riprese la somma di tre milioni. Il danaro viene consegnato ai monaci avvolto in un giornale, dalla moglie del farmacista, che lo fa recapitare puntualmente nel confessionale del convento. Successivamente viene preso di mira un altro possidente del paese, il Cavalier Angelo Cannada- Bartoli, il quale oppone decisa resistenza alle ripetute minacce pervenutegli dai malviventibche lo uccidono brutalmente il 25 maggio 1958, in presenza della moglie e del figlio minore che successivamente diventano anche loro oggetto di minacce da parte degli assassini del cavaliere. Conseguentemente all’accaduto la moglie del Cannada-Bartoli, terrorizzata ed indifesa, cede ai malviventi e consegna loro la somma di due milioni di lire attraverso i frati. Nel frattempo una guardia comunale che era venuta a conoscenza di alcuni elementi che collegavano i malviventi ai frati, veniva fatto oggetto di tentato omicidio. Viene ritrovato dai carabinieri il fucile da caccia usato per l’attentato alla guardia, nascosto nell’orto del convento. Si perviene così all’arresto di Salvatore Lo Bartolo ortolano del convento, considerato dai giudici l’anello di collegamento trai frati ed i banditi. Il Lo Bartolo poco prima di essere interrogato dai giudici in carcere, viene trovato impiccato nella sua cella di isolamento. Il Suicidio-Omicidio dell’ortolano accade in un momento di distrazione delle guardie carcerarie. I frati vengono prima assolti e poi ritenuti colpevoli poiché i giudici d’appello ritengono che le lettere minatorie inviate al Colajanni ed a Cannada-Bartoli, sono state scritte con la macchina da scrivere di padre Vittorio, anche se la perizia di ufficio non ne stabilisce con assoluta certezza la provenienza. I frati hanno sempre protestato la loro innocenza, sostenendo di essere stati succubi dei banditi e di aver dovuto intermediare perché minacciati di morte. Altre accuse pendono nei confronti di alcuni cappuccini del convento, come la violenza carnale nei confronti di una ex suora, stuprata in un locale attiguo alla sacrestia del convento.

Dove: Teatro Nuovo Sala Gassman – Largo Italo Stegher, 2 00053 Civitavecchia



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