La forza “RICONCILIATRICE” della PASQUA

Pubblicato il 5 Aprile 2011 in Società

Lettera per la Pasqua 2011 di Monsignor Luigi Moretti  al popolo di Dio che è in Salerno-Campagna-Acerno

Cari fratelli e sorelle,

il cammino che la Chiesa compie in preparazione alla Pasqua di Risurrezione fa rivivere, momento per momento, i passaggi più decisivi della storia che abbiano mai riguardato l’umanità; la storia della salvezza nei riti della Settimana santa è rappresentata in tutta la sua drammatica ma anche folgorante bellezza.

Il sepolcro vuoto è l’immagine, forte e avvincente, della vittoria sulla morte realizzata dalla redenzione, operata da Cristo Salvatore. Da quel momento niente è più come prima e tutta la vicenda umana ha conosciuto così il suo “punto e a capo”. Un atto di amore – di estremo amore – consumato sulla Croce, per obbedienza alla volontà del Padre, ha radicalmente mutato non solo il corso della storia, ma la stessa condizione dell’intera umanità, riscattandola dalla condanna del peccato. Cristo ha come aperto, una volta per sempre, nell’esistenza dell’uomo, l’orizzonte nuovo della riconciliazione. L’intera storia della salvezza può essere, infatti, raccontata come una storia di riconciliazione, di un patto prima infranto e poi ricomposto.

Nella stupenda immagine michelangiolesca della creazione, Dio sfiora con il dito l’uomo; nella Pasqua, in una certa misura, quel contatto assume la forma irrevocabile di un abbraccio. Dio creatore, per mezzo dell’Unigenito, offre al mondo la sua riconciliazione. Questa offerta non si è spenta sulla Croce. Il legno sempreverde della redenzione trova nella Pasqua il sigillo dell’eternità.

Vorrei che proprio il segno della riconciliazione, accolta e donata, fosse il fondamento del saluto pasquale del vostro vescovo, che – com’è già avvenuto in occasione dello scorso Natale – vuole farsi presente ai fedeli della diocesi e a tutti gli abitanti di un territorio che, quanto più intensamente lo si conosce, tanto più si riesce a coglierne valori e risorse talvolta ineguagliabili.

La benedizione nelle case rende concreta la presenza della Chiesa all’interno delle famiglie. Vorrei però sottolineare che il mio augurio, mentre vuol essere un altro passo avanti nella conoscenza reciproca, è soprattutto un invito a riflettere insieme sul significato reale e concreto della riconciliazione, dono del Signore, nella vita ordinaria non solo della nostra Chiesa, ma anche della nostra società.

Abbiamo tutti bisogno di creare rapporti nuovi e di elevarne il tono.

Anche in una comunità come la nostra, (almeno in parte) ancora a misura d’uomo, si avverte spesso, e talvolta in forma più acuta proprio in occasione delle festività più importanti, un senso di smarrimento e di spaesamento.

Il carico dei problemi, che la vita quotidiana impone, è sempre più pesante. Le spalle di chi è già debole continuano a piegarsi. La crisi dell’economia, a livello internazionale, non è una realtà lontana, ma si rende presente nei molti disagi che si riversano sulle famiglie: la mancanza di lavoro per i figli, “cresciuti” – quando va bene – nello stato di una precoce quanto interminabile condizione di precarietà; una rete di assistenza sociale, anch’essa smagliata da troppe ristrettezze; un panorama di inquietudini e di tragedie che scuotono anche “mondi” lontani, che tali non sono dal momento che la globalizzazione e lo straordinario sviluppo delle comunicazioni tendono sempre più a trasformare il pianeta in un unico “villaggio globale”.

La terribile catastrofe che ha colpito il Giappone e, quasi a due passi da casa, sull’altra sponda del Mediterraneo, i venti della rivolta dei Paesi del Nord Africa e il fenomeno della migrazione, li sentiamo come eventi che ci appartengono e che, anzi, sollecitano, anche in questo caso, – accanto alla preghiera, alla solidarietà e alla partecipazione – un atteggiamento improntato alla riconciliazione.

Riconciliarsi con l’uomo significa riconciliarsi con tutto ciò che è intorno a lui: l’imprevedibilità di un rovinoso terremoto sfociato in un ancor più devastante maremoto, reclama, nella sua collera, un rispetto per la natura che continua a venir meno. Il dileggio per i diritti umani e per i bisogni più elementari, sull’altro versante, non fa che segnalare quanto ancora sia tenuto in scarso conto il rispetto della persona.

La riconciliazione, quella che riguarda gli atti più consueti nella vita quotidiana, come pure quella che chiama in causa i grandi temi e i grandi scenari del mondo, non può certo essere vista come un superficiale colpo di spugna capace di cancellare ogni macchia. Quando è autentica essa, invece, nasce da un atteggiamento interiore, quasi uno stato d’animo permanente che si porta dentro e si nutre di valori non effimeri, spendibili nelle grandi o soltanto ordinarie circostanze della vita.

Un cristiano non può vivere senza riconciliazione, anzi aggiungerei, nessun uomo può fare a meno degli orizzonti larghi che essa dischiude.

Vorrei dirvi, con il cuore di pastore, che proprio dagli orizzonti della riconciliazione la vista sui problemi del mondo – perfino sui drammi e sulle tragedie – è tutta diversa, perché non viene mai a mancare, da nessuna prospettiva, quello sguardo che non lascia in ombra la speranza.

Dobbiamo imparare a farci guidare da un atteggiamento di riconciliazione anche nella quotidianità della nostra realtà diocesana e cittadina. Deve essere questo – ci insegna il tempo della Pasqua – il nostro segno di riconoscimento, ma anche, in larga misura, la nostra ragion d’essere, perché nulla esiste nella nostra comunità che non abbia bisogno di un apporto di riconciliazione, a cominciare, forse, dal tessuto sociale, messo a dura prova da incertezze sempre più diffuse.

Un atteggiamento di autentica riconciliazione aiuta a vedere a fondo non solo i problemi, ma anche il cuore nascosto della città: è qui che s’incontra la sofferenza, un dato ineliminabile, e insieme prezioso, della condizione umana. A chi soffre, la nostra comunità, a cominciare dal suo vescovo, non deve mai far mancare la propria vicinanza. Parte viva della nostra Chiesa devono sentirsi i poveri e chi solitamente trova le porte sbarrate. Siamo chiamati ad essere, proprio nel segno della riconciliazione, la comunità dell’accoglienza. Non dobbiamo aspettare che gli esclusi bussino alle nostre porte: abbiamo il dovere noi di cercarli!

La riconciliazione, poi, per noi consacrati, è molto più che un dovere o un semplice stile di vita: è ciò che deriva dal vincolo sacramentale dell’Ordine e dell’Eucaristia che il vescovo, il Giovedì santo, concelebra con tutti i suoi presbiteri.

Senza Eucaristia non c’è Chiesa. Senza riconciliazione non c’è presbiterio.

Questa è – e non può essere altra – la radice del nostro impegno. Proprio da questa verità derivano anche la forza e l’amore per la nostra Chiesa locale e per l’intera comunità civile.

Il mio augurio è che l’incontro con Cristo Risorto possa farci vivere riconciliati con noi stessi, tra di noi e con il creato.

Buona Pasqua!



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